La comunicazione enfatica

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Qualche giorno fa, Valerio Bianchini ha pubblicato sul proprio profilo Facebook queste parole:

“Per sfuggire all’ambiguità degli scismi tra le chiese del basket europeo, mi sono rifugiato a Pesaro dove ho visto un palazzo dello Sport sfolgorante di luci, con un pubblico numeroso, corretto e fedele, un intrattenimento adeguato, una squadra dal gioco piacevole e una società che guidata da un uomo di basket come Ario Costa e sorretta dal privilegio di un Palazzo dello sport degno, ha saputo ricostruire un presente e un futuro sulle macerie dei suoi ultimi anni“.

Proprietà di linguaggio, capacità di sintesi, utilizzo anche di termini forbiti e una chiusura da finale di film da Oscar. Penso spesso ad una frase che ripeteva spesso un allenatore con cui ho avuto il piacere di lavorare che da giocatore era stato allenato da Bianchini, mi disse che se lui avesse chiesto di palleggiare con le ginocchia, quella squadra lo avrebbe fatto.

Troppo giovane per viverla compiutamente ho in ogni caso studiato per piacere, passione e professione la sfida cestistica e, prima ancora che cestistica, dialettica tra il Vate e Dan Peterson. Alcune interviste, spezzoni di pensiero, anche cose più recenti si trovano ancora a disposizione di chi non voglia fermarsi ad un sorriso affascinato rispetto alla capacità affabulatoria di due tra i più grandi allenatori del basket Italiano, ma voglia invece studiarne la capacità di trasmettere concetti, di essere convincenti e di rapportarsi alle varie forme di comunicazione in modo elegante, ma funzionale alla causa, oltre che di produrre vittorie per la propria squadra.

Non credo sia sempre vero che le cose fossero tutte migliori molti anni fa rispetto ad ora, ma certamente sono diverse. La media delle interviste pre e post partita che si vedono oggi, compreso quando è capitato a me, sono un ricettacolo di ovvietà e frasi di circostanza, soprattutto con una grande attenzione a non esporsi più del dovuto.

Il contrario di quello che facevano Bianchini e Peterson. Soprattutto si esponevano!

12402052_866710893441755_1782733574800767145_oSi mettevano al servizio della squadra essendone i timonieri. Giocavano con la loro rivalità e sulle differenze nel modo di pensare. Avevano attenzione agli sguardi, a come usare gli accenti, a dare messaggi trasversali, a lasciare frasi che si potessero ricordare. Hanno spesso spostato il contesto della conversazione fuori dal campo di gioco per poi rientrarvi brutalmente in modo che quello che doveva essere compreso rimanesse scolpito nella mente degli ascoltatori come su pietra. Delineavano le personalità delle proprie squadre.

In ognuno di questi articoli cerco di dare un taglio differente rispetto all’usuale metodologia dell’insegnamento, ma in questo caso l’obiettivo dichiarato è far focalizzare chiunque legga sull’importanza della propria personalità rispetto ai nostri giocatori, ai nostri assistenti, allo staff in senso lato e ai dirigenti. Bianchini e Peterson non sono esempi calzanti, sono Magic Johnson e Larry Bird, sono due persone di talento infinito e anche soltanto immaginare di avvicinarsi all’uso dell’intonazione che per esempio ha il primo ancora oggi è quantomeno presuntuoso, ma come modello, sì, quello si può fare.

La domanda che sorge spontanea, o almeno lo è stato per me, è: “E’ più importante essere preparati o essere convincenti?”

Magari può risultare provocatoria, ma le domande servono da riflessione e spesso, a fronte di una ricerca giustificata di conoscenza sempre più ampia, non corrisponde una ricerca di espressione sempre più definita. Cosa se ne fa un mio giocatore della mia capacità di sapere a memoria i play-book di tutte le squadre NBA, se non sono in grado di dirgli in una frase cosa gli serve per giocare contro quel tal giocatore?

Quando Dan Peterson è tornato sulla panchina di Milano, ho avuto la fortuna di giocare contro di lui da vice-allenatore della Virtus Bologna. Entrava in palestra e ci salutava, dicendo solo: “Coaches!”, ma bastava il tono della voce per capire cosa volesse dire. Quando ho avuto il piacere di avere Bianchini a far lezione al corso per diventare allenatore Nazionale, ha trasfigurato la pallacanestro nella parafrasi di una poesia e nel silenzio più totale ognuno di noi è rimasto affascinato dal viaggio.

Se mi ricordo ancora questo dopo più 10 anni, credo che anche i suoi giocatori siano stati messi nelle condizioni di sapere cosa fosse necessario fare in quella specifica partita e se una briciola del trasporto che era necessario fosse passato da lui a loro, beh… si spiegano le vittorie ad ogni livello, più che con la preparazione che ovviamente c’era, c’è ed è necessaria.

20150314_Bakery_Latina-28-900x600Ritorniamo all’oggi e vediamo di parlare ai giovani istruttori, ai giovani allenatori, a coloro che sono ambiziosi e pensano all’alto livello e a coloro che sono più ambiziosi e vogliono migliorare il proprio standard. Ricordiamoci che noi allenatori parliamo per quello che i nostri giocatori fanno, ricordiamoci che a volte si dice non dicendo, ricordiamoci di esporci per persone che poi si esporranno per noi e ricordiamoci che si può essere eleganti anche essendo polemici. Si può giocare una battaglia rispettosamente. Si può non essere d’accordo e si potrebbe anche non ridurre la partite ad episodi o esporsi ammettendo degli errori, riconoscendo colpe o enfatizzando aspetti del gioco di cui siamo stati orgogliosi artefici. Ricordiamoci che le parole sono importanti per chi le ascolta ma anche per chi le usa. Ricordiamoci che le parole sono anche lo specchio della nostra personalità e che essere diversi, come per esempio Bianchini e Peterson, non significa necessariamente essere migliori o peggiori. Ricordiamoci che se è vero che la comunicazione oggi viene studiata, spezzettata, rielaborata con tecniche sofisticate e messa a disposizione di tutti, altrettanto lo è che tutte queste tecniche nascono dallo studio di grandi oratori e comunicatori che prima che le loro parole trasmettevano sé stessi. Ricordiamoci che si possono avere modelli e che se si ha la fortuna di sceglierne di buoni, passi avanti se ne faranno! Ricordiamo, perché ricordare non significa perdersi nel passato ma proiettarsi nel futuro. Cerchiamo di essere preparati e cerchiamo di dare entusiasmo, ma incanaliamo la nostra preparazione e il nostro entusiasmo in modo che i nostri giocatori possano ricevere strumenti concreti e la voglia di competere con lo stesso entusiasmo. Facciamo in modo che quando chiederemo loro di saltare nel fuoco, loro lo facciano senza esitazione!

Sforziamoci di far tutto questo, con costanza e impegno. Chissà che nel futuro anche come classe di lavoratori non si possa riportare la figura dell’allenatore al centro di una progettualità diversa come non mi sembra sia in questo momento storico. Come quando le squadre erano allenate da coach talmente al centro di tutto, che ancora ce li ricordiamo. Come quando parlare di basket era parlare di Bianchini contro Peterson.

Marco Sodini

About Marco Sodini

Nato a Viareggio ha iniziato ad allenare a 21 anni nella propria città. Dopo trascorsi a Lucca ( serie B e settore Giovanile ) approda a Livorno dove con il Don Bosco Under 18 sfiora un titolo Juniores eccellenza ( Pescara 2006 ) ed allena per la prima volta una Nazionale Giovanile ( under 18 ). Nel 2008 e 2009 è assistente di Dell'Agnello in Legadue ( anche miglior staff del campionato nel 2009 ) per poi esordire in Serie A come vice allenatore della Virtus Bologna, dove rimane 3 stagioni. Nel 2013 l'esperienza all'estero in Superleague Ucraina con il B.C. Kiev, poi la chiamata a Milano nello staff di Luca Banchi e lo scorso campionato l'esperienza da capo allenatore a Piacenza in Legadue. Nel maggio 2015 è anche stato il primo allenatore Europeo a tenere un Clinic in Colombia.

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