Cantù ha ritrovato la canturinità

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Poco meno di sei mesi fa (che a ripensarci sono un’eternità, visto tutto quello che c’è stato in mezzo), scrivevo questo pezzo: È arrivato il momento di dimostrare la canturinità. Lo dico con grande sincerità: mai mi sarei aspettato che, in così poco tempo, la Pallacanestro Cantù sarebbe riuscita a ritrovare i suoi tifosi e a portare 6300 persone al PalaDesio. Eppure ce l’ha fatta.

Ampi meriti vanno a Marco Sodini e ai suoi giocatori, ma qui non si vuole celebrare i risultati sul campo, per quello ci pensa la classifica, a prescindere se la Red October riuscirà a raggiungere i playoff oppure no. Qui si vuole raccontare come una terra sia tornata ad amare la propria squadra nel giro di un lasso di tempo veramente brevissimo.
Nel derby perso con Milano, lottato fino all’ultimo secondo, la Pallacanestro Cantù 1936 ha ritrova il suo popolo, che ha cantato ininterrottamente per 40 minuti, in alcuni casi anche travalicando le norme del regolamento – vedi i coriandoli durante i tiri liberi di Andrew Goudelock – ma ciò fa parte del tifo canturino sin da quand’è nato.
In quell’articolo linkato poco sopra, proprio a questo mi riferivo, cioè all’amore incondizionato nei confronti della squadra, che alcune decisioni del patron Dmitry Gerasimenko avevano mortificato: abbonamenti, stipendi non pagati e tutto quello che purtroppo ha accompagnato i biancoblu fino a dicembre, in pratica fino al derby d’andata con Milano. Indubbiamente questa ricucitura veloce è stata agevolata anche dai risultati, sarebbe stupido nasconderlo, ma non in tutte le città, non in tutte le piazze, si sarebbe riusciti a passare da 600-700 persone presenti alla prima gara casalinga contro Cremona alle 6300 con l’Olimpia. E come mai questo? Questo perché da nessun’altra parte nel Bel Paese esiste la “canturinità”, tanto odiata ma anche rispettata dai nemici, che ha permesso a questa squadra di essere ancora in vita.
Naturalmente c’è ancora molto da lavorare, nulla è stato raggiunto, ma quest’oggi i tifosi canturini possono guardare a domani con maggiore fiducia. Non devono più vivere pensando solo all’oggi, possono scrutare il domani, anche e soprattutto grazie a loro stessi. Se in questi giorni si parla dei possibili rinnovi di Marco Sodini, Jeremy Chappell e Randy Culpepper, grande merito va alla città, al territorio, che sono tornati a tifare per i dieci che scendono in campo, senza farsi condizionare da ciò che succede all’esterno e che comunque continua ad accadere, anche se in toni nettamente minori.

L’ultimo paragrafo va a Marco Sodini, che di canturino non ha praticamente nulla: nato a Viareggio, cresciuto cestisticamente a Livorno e girovago per professione. Si è trovato catapultato, per forte volere della piazza, che l’ha sempre sostenuto e osannato, su una panchina di Serie A da capo allenatore, per la prima volta nella sua carriera, e ha gestito ogni singola situazione in maniera impeccabile. Le sue conferenze hanno fatto il giro dell’Italia grazie a quel bel mondo chiamato Facebook, ha chiuso gli allenamenti della squadra ai tifosi per proteggerla dalle “intemperie”esterne e ha ottenuto risultati, che stanno alla base dello sport, nonostante le bellissime parole che si dicono a qualsiasi corso allenatori di qualsiasi sport.
Per chi non ne fosse a conoscenza, a Cantù esiste una piazza che si chiama “Piazza delle Stelle”, dove sono raggruppati tutti i più grande atleti, allenatori, dirigenti e presidenti della storia della società. Naturalmente Marco Sodini ci va di diritto ma, come si direbbe in questi casi, a lui andrebbe fatta una statua in quella piazza tra Corso Unità d’Italia e via Giulio Carcano.
Insomma, nonostante la canturinità del coach toscano sia acquisita e non innata, oggi è il più canturino di tutti.

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