Earl “The G.O.A.T” Manigault – Parabola di vita e morte

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Earl Manigault

“Lei ha affrontato grandissimi campioni,Baylor, West, Magic, DR.J, ora una domanda: chi le faceva venire i brividi sulla schiena quando scendeva in campo? Il piu grande di tutti i tempi…”

“Se posso dirle soltanto uno, le dico GOAT”

– Kareem Abdul Jabbar

15 Maggio 1998. Tutto il mondo si ferma per un istante: il cuore di Frank Sinatra ha smesso di battere.  Ma lontano dai riflettori ad Harlem si piange un uomo sicuramente meno famoso.  Ogni abitante del quartiere fu colpito da una notizia, che in un quartiere popolato da giganti afroamericani, una vera e propria casa del Basket,  tende a lasciare un segno indelebile per alcuni anni: “The Greatest  Of All Time” si era appena spento, dicendo così addio alla giovane età di 54 anni a chi lo aveva ammirato e accompagnato nella sua grande tragedia umana che lo portò a buttare l’enorme talento letteralmente, nella polvere. Chiunque abitasse ad Harlem in quegli anni fu scosso enormemente da questa parabola di vita e morte, “GOAT”, al secolo Earl Manigault aveva conquistato ogni angolo del quartiere quando da giovanissimo era volato sopra  Lew Alcindor dopo aver guadagnato ulteriori 30 centimetri con un colpo di reni per poi schiacciare come mai nessuno aveva fatto e come mai nessuno avrebbe fatto in futuro sulla testa del miglior realizzatore di tutti i tempi  della NBA. Per chi non lo sapesse infatti,  “Lew Alcindor “ era il nome di Kareem Abdul-Jabbar prima della conversione alla religione Islamica.  Il punto sorprendente di questa storia è che non si sta parlando di un classico film ambientato nei ghetti americani degli anni ’70 ma ciò che vi sto per raccontare , e che alcuni di voi sapranno già,  è del  tutto veritiero. A dircelo è Kareem in persona. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea:  come fa un ragazzo in grado di volare sopra ad uno tra i migliori lunghi della storia NBA a lasciare attonito  solo qualche  suo compagno di ghetto e  impassibile qualsiasi altro americano?  Beh, è la storia del più grande di tutti, ma non essendo un film non assisteremo a un lieto fine ma a un finale tragico, poiché Earl pagò sino all’ultimo istante della sua vita quello che fu il suo più grande errore: l’andare dietro alla falsa aura di gloria che gli donava la cocaina, allontanandosi dalla sua stessa natura e dai Playground, il suo vero regno,  tanto che non gli fu concesso il trapianto e così una delle più grandi star della storia si spense all’ombra delle mura del suo quartiere che tanto gli aveva  donato: questa è la storia di GOAT.

P.S. Ho letto che se mai andrete ad Harlem vi converrà ricordare e continuare a leggere questa storia. E’ impensabile entrare in quel quartiere senza  conoscere il Re. Ah, un’altra cosa, se vi chiederanno non vi permettete a rispondere che il Re ci ha lasciati, lui è ancora vivo e se lo volete trovare andate al Rucker Park.

 

“Earl era l’unico uomo che poteva girare per Harlem senza un penny in tasca ed avere tutto ciò’ che voleva” 

-Federico Buffa

Quando Earl respiro’ per la prima volta correva l’anno 1944. Quando respirava per la seconda volta aveva gia’ una vita maledetta. Earl era il nonogenito di una famiglia che aveva difficolta’ a sfamare i primi due figli, figuratevi il nono. Fu abbandonato in una via di Charleston e raccolto, per fortuna, da una signora, Mary Manigault. Nonche’ Mary avesse tanto denaro da sfamare nove figli, ma siccome di figli non ne aveva poteva comunque dedicarsi a Earl. La prima grande svolta nella vita di Earl arrivo’ quando Mary ottenne un posto di lavoro a Manhattan. Felicissimi della notizia entrambi si spostarono a New York e trovarono un abitazione (abitazione si fa’ per dire eh) nel cuore di Harlem. Si sa, ognuno di noi lo sa. Harlem non ha nulla a che fare con il resto di New York, e un ragazzino magro e esile di non appena 7 anni, per forza di cose, avra’ difficoltà ad ambientarsi in quel posto. Earl rispetto’ la regola, dovettero passare alcuni anni prima di riusciire ad avere un minimo di rispetto. Ma ne’ lui, ne nessun altro sapeva che sarebbe bastato qualche anno altro per farlo entrare nella legenda. Earl era un ragazzo molto timido, conosceva appena il gioco del basket, ma comunque era un qualcosa che per lui aveva un certo fascino. Se vivi ad Harlem pero’ devi saper giocare a Basket, e fidatevi, il basket di Harlem non è quello che giochiamo noi in piazzetta, ma neanche quello che vediamo in tv. Il basket di Harlem è il tipico basket da ghetto e giocarci non è affatto semplice. Per giocare devi avere una certa reputazione, nessuno conosceva Earl, quindi lui non giocava. Il ragazzo guardava, osservava, ma imparava in fretta. La seconda grande svolta nella vita’ di Earl arrivo’ quando qualcuno, non credo sappia neanche lui chi, lo vide schiacciare due palloni alla giovane eta’ di tredici anni. Questa parte della vita di Earl è particolare, sembra quasi avvolta nella legenda, fatto sta che tra una prodezza e l’altra, il ragazzo cresce e presto si trovera’ sul punto di fare una grossa scelta, e un grosso salt di qualita’, soprattutto dal punto di vista umano: la High School. Prima di arrivare a questo punto pero’ Earl ebbe un’ altra grande svolta nella sua vita, la terza. Harlem è la casa del basket, ma purtroppo ci sono molti lati negativi nel quartiere, per un ragazzino p facile cadere in trappola. Per sua fortuna Earl fu’ notato da un certo Holcombe Rucker, spazzino del playground da lui frequentato, che lo aiuto’ non poco dal punto di vista umano e psicologico. Per Earl fu’ una delle persone piu’ importanti della sua vita, il ragazzo abbandonato, raccolto dalla strada e cresciuto solo dalla madre aveva bisogno di un punto fermo nella sua crescita, ecco cosa fu’ Rucker per lui. Earl Manigault cresceva, e come dicevo prima quella decisione si avvicinava, probabilmente il futuro della sua vita, della vita di Mary e in un certo senso anche di Holcombe Rucker dipendevano dalla scelta della High School e soprattutto dal rendimento del ragazzo a scuola, lato che preoccupava, e non poco, il buon Holcombe che pero fortuna di Earl conosceva delle persone importanti, che sicuramente avrebbero cercato di aiutare il ragazzo…

P.S. Non crediate che tutto il male vien per nuocere, se Earl non fosse cresciuto ad Harlem, con i suoi, pochi, pregi e, tanti, difetti,  non so se oggi starei a scrivere questa storia.

 

“Per ogni Michael Jordan, c’è un Earl Manigault. Non tutti ce la possono fare”

-Earl Manigault

Franklin High School. Non pochi giovani Newyorkesi  di grande talento in quelli anni si iscrivevano alla Franklin High School. A dire  il vero la grande scelta di Earl sarebbe stata proprio la Benjamin Franklin se non fosse stato che il preside lo espulse dopo un solo mese per averlo beccato in bagno a fumare della Marijuana. In questi casi si dovrebbe passare al piano B,  ma a Earl purtroppo mancava anche un vero piano A per la sua vita, figuriamoci una via alternativa. Per sua fortuna però  Rucker teneva veramente a lui e come vi dicevo nella scorsa “puntata”,  Holcombe conosceva molte persone nel settore. Si ritorna quindi in Carolina, dove tutto era cominciato, dove Mary lo aveva raccolto. Destinazione: Laurimburg Institute. Di questa parte della vita di Earl si narra poco ed in effetti il fascino di Harlem non è certo quello di una High School sperduta nel North Carolina. La fama del ragazzo era comunque diminuita, era lontano da casa, molti sapevano dei suoi vizi e non erano pronti a puntare su di lui  nonostante il talento non gli mancasse di certo come ai suoi compagni di squadra Charlie Scott, il primo afroamericano ad essere un Tar Heels, e Jimmy Walker padre di Jalen Rose che trovarono spazio nei piu’ grandi college americani, a differenza sua che a causa della sua vita sregolata si dovette accontentare della Jonhson C. Smith University, un college del North Carolina che a livello sportivo non appartiene certamente all’elite. Purtroppo  anche questa avventura durò  poco poiché lasciò il college di sua spontanea volontà e decise di tornare nel suo regno: i playground di Harlem. Non sopportava il basket troppo controllato e ragionato, pur riuscendo a distinguersi con i suoi uno contro uno e le sue acrobazie aeree, e prese questa decisione che probabilmente ha posto fine alla  sua carriera. Siamo nel Natale del 1966, cestisticamente e sportivamente parlando, Earl si suicida. La dirigenza del college gli permette di tornare ad Harlem per un brevissimo periodo ma lui non abbandonò più il suo regno. Da qui in poi si apre una parte drammatica della vita di Earl che  rimanendo ad Harlem si allontanò dal basket del college e di conseguenza dal mondo NBA e come se ciò  non bastasse, dopo Marijuana e alcool, prese confidenza con una bestia ancor peggiore: l’eroina. Fu cosi che il Re abbandonò  il suo trono, abbandonò ciò che per anni aveva amato, abbandonò la sua vita. Andò incontro invece ad una vita fatta di dipendenza, droga, continui viaggi nelle galere cittadine. Come dicevo nelle scorse “puntate”, vivere ad Harlem ti insegna a giocare un basket grezzo,e come saprete se siete dei cestisti, per essere dei buoni giocatori di basket è necessario essere duri,  avere grinta e farsi dominare dalla cattiveria agonistica. Crescere ad Harlem aiuta in tutto questo e ti rende un giocatore migliore, non a caso gran parte dei giocatori NBA arriva da quartieri poveri di questo tipo,  d’altro canto però ai bordi dei playground è facile trovare del marcio. Potrà sembrare strano, ma nel caso di Earl, grande amante di questo sport, il marcio, la vita al di fuori del playground ha vinto sulla pallacanestro. In parole povere è stato questo il motivo per il quale sono in pochi a conoscere Earl Manigault, è stato questo il motivo per il quale Earl ha potuto solo sognare la NBA e non ci ha mai potuto giocare. Tutto ciò che accadde dopo la schiacciata con i due palloni da volley e prima dell’incontro con l’eroina, è leggenda. E’ forse la storia più  incredibile che abbiate conosciuto, perché non è da tutti essere considerato il migliore da Kareem Abdul-Jabbar e poi non raggiungere neanche la NBA. La carriera di Earl finì così, ma la sua vita continuava, e seppur tra droga, miseria e alcool, Earl riuscì a reagire e a rialzarsi un minimo. Fece un ultimo tentativo per raggiungere il basket professionistico  e venne chiamato per un try-out dagli Utah Stars ma come avrete già capito Earl non riusciva a vivere in un posto che non si chiamasse Harlem e cosi anche questa avventura durò non più di qualche giorno. Earl, tornato a casa, dimostrò a tutti la grandezza del suo cuore e ringraziò il quartiere e la sua gente con un gesto esemplare: chiese dei soldi a chi gestiva il traffico nel quartiere con i quali ristrutturò e ricostruì il playground sul quale era cresciuto dedicandolo a Holcombe Rucker. Fino a che fu in condizione di farlo si occupò personalmente della manutenzione, della pulizia e della gestione del “Rucker Park”. Nel 1991, Earl richiese un trapianto al cuore ammaccato  dopo una vita di eccessi ma, essendo stato un tossicodipendente, gli fu negato e così smise di battere quel maledetto 15 Maggio 1998 segnando la fine di questa storia.

Della vita di Earl si chiacchiera moltissimo, di conseguenza i racconti sulla sua vita col passare del tempo subiscono delle modifiche a causa della tradizione orale. Per questo ci sono moltissimi episodi della vita di Earl che vengono raccontati in modi leggermente diversi e che pur avendo delle fondamenta certe, lasciano spazio a delle variabili. Questi aneddoti vanno presi quindi con le pinze, ma in fondo, tutti noi vogliamo crederci, perché è difficile non essere dalla parte di Earl.

Come già vi ho detto Earl inizialmente non era conosciuto ad Harlem, lo divenne quando qualcuno lo vide schiacciare due palloni da volley contemporaneamente. Il ragazzo allora aveva 13 anni, superava appena il metro e ottanta e grazie alla sua elevazione era in grado di compiere prodezze disumane. Numerose versioni raccontano che intorno a quest’ età per racimolare qualche spicciolo scommetteva con chi non lo conosceva. Si giocavano dei soldi che andavano posti sulla parte superiore del tabellone, avete dubbi sul vincitore?

A proposito di scommesse, una volta un tipo scommesse con Earl ben 60 dollari. Earl li vinse (vi ho detto, non abbiate dubbi sul vincitore) effettuando 36 schiacciate consecutive, nel senso che la palla non cadde mai a terra. Facile, per uno abituato alle “Double Dunk” durante una semplice partita, decisamente facile. Per chi non lo sapesse la “Double Dunk” è una specialità della casa, il marchio di fabbrica di Earl, consisteva nell’ affondare la palla una prima volta, riprenderla da sotto la retina con l’altra mano e in un unico movimento ri-schiacciarla. Credo che ora iniziate a capire il motivo delle parole di Lew Alcindor (o Kareem Abdul- Jabbar):  non passa inosservato un tredicenne in grado di compiere questo tipo di prodezze, ma il meglio deve ancora venire. Earl infatti stupì fino all’ultimo secondo della sua vita. F. Buffa in “Black Jesus” ci racconta un altro episodio:  siamo circa nel 1965, Earl arriva in ritardo ad una partita e per farsi perdonare su una delle prime azioni scappa in contropiede, riceve la palla ma non contento aspetta che il difensore avversario si piazzi davanti (povero ragazzino, voleva subire sfondamento). Earl era a ridosso del gomito dell’area, per evitare lo sfondamento ebbe un’ idea molto carina, volò  sopra il corpo del povero malcapitato facendo perno sulla nuca e schiacciò la sfera dopo alcune acrobazie aeree.

Allontanandosi da Harlem la vita di Earl cambia, l’ atmosfera magnifica di Harlem spariva insieme a tutte le chiacchiere sul suo conto e insieme alle sue prodezze da playground. In Carolina era tutto diverso, la NBA era sempre più vicina. Nonostante ciò il basket razionale e tattico del college non piaceva a Earl che fu protagonista di numerosi battibecchi con il suo coach. Inizialmente Manigault passava poco tempo in campo, proprio perché è inadatto al gioco praticato. La squadra continuava a perdere e a causa di alcuni infortuni e un giorno Earl si trovò titolare. Giocò un buon numero di minuti e segnando 27 punti (non poco in un sistema ragionato e lento che dava poco spazio all’ uno contro uno) aiutò  la squadra a raggiungere la prima vittoria stagionale. Quando poi nella partita successiva il coach si dimenticò il tutto lasciandolo in panchina Earl capì definitivamente che quello non era il suo posto. A Natale di quell’anno tornò  a casa e ci rimase. Nei mesi successivi ci fu un altro incontro epico. Questa volta siamo a Riis Beach, Queens. Durante uno dei suoi “show” Earl decide di volare sopra a due ragazzi che erano conosciuti quasi quanto lui. I loro nomi: Lew Alcindor e Conie Hawkins. Il volo che si concluse con la classica affondata dopo il colpo di reni rimase nella mente di Lew, che divenuto campione NBA ricorderà per sempre Earl come “The Greatest Of All Time”.

Siamo arrivati alla fine della vita di Earl. Ormai non è più considerato un giocatore, ma volle partecipare al Legends’ Game, un torneo importantissimo per la gente di Harlem. In tribuna gente del calibro di Wilt Chamberlain e Peter Vecsey, giornalista NBA. Earl si regge a malapena in piedi, ma ad un tratto, ricevuta la palla, si beve il difensore e come era abituato a fare da giovane stupì tutti con un gesto atletico incredibile, dopodiché abbandono il campo esausto. Quel volo sarebbe stato l’ultimo della sua vita se non fosse che prima di lasciarci incontrò dei ragazzi in un bar che ebbero da ridire su di lui, sul suo gioco e sulle sue scelte. Senza rispondere Earl li invitò sul playground, senza aprire bocca inflisse a loro una lezione epocale. Purtroppo questa è l’ultima storia di Earl prima che morisse. Il resto è stato già detto in precedenza.

P.S. A quanti di voi non sarebbe dispiaciuto assistere a qualcuna di queste prodezze?

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