La Guerra Fredda tra una torre e un centro

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Son passati solo tre giorni. Solo tre. Ma la vita sembra essere andata avanti, a braccetto con lo spirito olimpico. Come ce l’abbiano fatta, sinceramente, non ne ho idea. Come abbiano fatto a non sospendere tutto, come abbiano fatto a far quasi finta che non sia successo niente, io proprio non lo so.
Poi realizzo: è il 9 Settembre 1972, è tempo di finale olimpica di pallacanestro. E a scontrarsi sono Stati Uniti (ovvio) e.. Unione Sovietica. Nel 1972.
Allora forse comincio a capire.

 

Reykjavik, 1 Settembre 1972.
Il mondo sembra impazzito. Una nuova mania circola tra la gente: ci si ritrova per giocarci (o almeno, ci si prova), tutti li comprano e se li portano sotto gli ombrelloni nell’afosa estate europea, tutti provano ad improvvisarsi esperti. Quasi la stessa mania che circola durante il periodo delle olimpiadi invernali per il curling. Ma l’oggetto della mania è particolare: la gente sta impazzendo per gli scacchi. Sì, gli scacchi. Non è una moda che arriva dal nulla. Il 1972 è l’anno del mondiale e un americano strafottente, arrogante, irrispettoso, stereotipo ante-tempo di un certo tipo di atleta, sta letteralmente distruggendo i suoi avversari con scarti che nelle altre sfide nemmeno si vedono. Si sta dunque prospettando qualcosa di clamoroso: un occidentale potrebbe far venir meno l’egemonia sovietica, dopo 7 anni di dominio rosso assoluto e incontrastato. E’ il 1972 e siamo ancora in piena Guerra Fredda, in una fase in cui sembra che l’Unione Sovietica abbia una marcia in più. E ora Bobby Fischer si trova davanti al Campione del Mondo Boris Spassky nel loro gioco, nel loro terreno di battaglia; come sfidare un cecchino al tiro al bersaglio. Non si può dire che il mondo si sia fermato, che la Guerra Fredda fosse sospesa tra un movimento di una pedina e un altro, ma certamente sulle spalle di quello yankee (odioso quanto efficace nei comportamenti) e di quel russo vi è buona parte del peso dei due blocchi. Peso che si distribuisce, ovviamente, in tanti altri settori, non solo bellici e non solo sportivi, diluendo una tensione che sembrava qualche anno prima potesse portare il mondo alla catastrofe. La Guerra Fredda non si decide quella sera di inizio Settembre ma quella sera è uno dei campi di battaglia.
E a uscire vincitore dal campo è Bobby Fischer, che sconfigge il “grande male”, a casa sua. Portando notti di insonnia da San Pietroburgo a Vladivostok.

 

Monaco di Baviera, 9 Settembre 1972.
Il clima non è certo dei più festosi, dei più felici, dei più adatti per un evento del genere. Ma bisogna dimostrare che la vita va avanti. Tre giorni prima, Settembre Nero aveva mostrato al mondo i suoi muscoli e la sua rabbia, rapendo e poi uccidendo in seguito ad una fallita operazione di polizia 11 atleti israeliani. Non ci son più scacchi, non c’è più Bobby Fischer (anche se l’eco dell’impresa continua a farsi sentire). C’è solo sconcerto, e domande, sul come si possa essere arrivati a concepire qualcosa del genere. Ma la vita va avanti, le Olimpiadi devono continuare. Soprattutto perché c’è la finale cestistica e ad affrontarsi sono Stati Uniti e Unione Sovietica.
Di nuovo.
La storia a volte è clamorosamente folle nelle sue scelte: prima sceglie gli scacchi, egemonia sovietica dal 1948, e poco più di una settimana dopo la pallacanestro, dove alle Olimpiadi gli Stati Uniti non hanno mai perso la medaglia d’oro. Gli americani arrivano in finale sgretolando l’Italia (che terminerà quarta), l’URSS ci arriva superando non senza difficoltà Cuba (e anche un’ipotetica finale Cuba-USA, 10 anni dopo la Crisi Missilistica, sarebbe stata degna di una storia a parte). Gli Stati Uniti, bisogna dirlo, non si presentano con grandi nomi: lo zio di Doc Rivers (Jim Brewer), un ex rappresentate del Maryland alla Camera dei Rappresentati (Tom McMillen), uno che giocherà a Siena, Torino e Roma (Mike Bantom), e altri che non lasceranno le loro gesta impresse nella memoria degli appassionati. Ma hanno contro l’URSS, che ancora non è quella del terribile blocco lituano, ma è formata da atleti di discreto livello locale la cui stragrande maggioranza non vestirà mai una canotta al di fuori dei confini sovietici.
Gli Stati Uniti partono comunque favoriti, come sempre, anche solo per il nome. Partono favoriti anche se tra gli arbitri della gara spunta il nome di Artenik Arabadžijan, bulgaro, quindi proveniente da un paese facente parte del Patto di Varsavia, satellite dell’URSS: cosa girasse tra gli organizzatori al momento della scelta non ci è dato saperlo. La gara, in ogni caso, mostra comunque un risvolto particolare, se non sorprendente: i sovietici partono alla grande, controllano la gara, chiudono il primo tempo avanti di 5, e il distacco aumenterà fino anche a 10 lunghezze (senza tiro da tre punti e con un livello tecnico assolutamente non equiparabile a quello odierno). Ma gli States sono gli States, ed ecco che parte la rimonta: a 38 secondi dalla fine gli USA sono a contatto, 49-48. Palla in mano ai sovietici, che possono ipotecare la gara senza comunque poter andare fino alla fine. La logica dovrebbe essere quella di tenere la palla in mano, giocando con il cronometro loro alleato, ma uno scellerato passaggio lungo di Belov viene intercettato da Doug Collins (ex-coach dei 76ers), fermato poi con un fallo che a 3 secondi dalla fine lo manda in lunetta.
A 3 secondi dalla fine.
In lunetta.
Tra le mani il peso di un pallone che può valere un oro olimpico e può evitare un’umiliazione storica contro il nemico, sulle spalle parte del peso di tutto il Blocco Occidentale (come fu su quelle di Fischer qualche giorno prima). Ma Collins è freddo: 2/2. Stati Uniti avanti 49-50, a 3 secondi dalla fine, con l’URSS costretta a rimettere dal proprio canestro. La rimessa viene intercettata dai giocatori americani, ma nel mentre il coach si lamenta per un time-out chiesto quando Collins era ancora in lunetta e non concesso: la decisione dell’arbitro brasiliano è di far rifare tutto, lasciando però un secondo solo sul cronometro. Seconda rimessa, secondo passaggio a vuoto: la gara termina. Gli Stati Uniti vincono e i giocatori si riversano sul campo a festeggiare: hanno vinto quella battaglia, quella minuscola parte di Guerra Fredda, hanno fatto il dovere per sconfiggere il “grande male”, hanno evitato l’umiliazione.
E invece…
Il britannico Renato William Jones, segretario generale della FIBA, interviene e senza averne il diritto chiede che la rimessa venga effettuata una terza volta perché al secondo tentativo son stati tolti due secondi a disposizione dei sovietici. Il tutto in mezzo al caos dei festeggiamenti americani che continuano. Fatto sta che i giornalisti vengono fatti uscire dal campo, così come i giocatori in panca costretti a tornare nelle loro posizioni, e la rimessa viene fatta ripetere una terza volta. Edesko lancia lungo, un americano manca l’intercetto, e la palla finisce ad Aleksandr Belov.
Sotto canestro.
Col tempo sufficiente soltanto ad un appoggio, e niente più.
Il peso sulle spalle del russo è lo stesso di Collins qualche secondo prima, ma il peso tra le mani è terribilmente più grande, non solo perché rientrare a casa da perdenti in URSS non è come rientrare a casa da perdenti negli USA, non solo perché quella palla vale l’oro olimpico, non solo perché vuol dire vincere quella battaglia di tutta la Guerra Fredda contribuendo in qualche modo (idealmente) al conseguimento della vittoria finale, ma anche perché Belov può battere gli Stati Uniti al loro gioco come gli Stati Uniti han battuto Spassky al gioco sovietico, perché vorrebbe dire vendicarsi dell’onta subita in Islanda. Perché l’ambito bellico rimane l’ambito bellico e non può essere influenzato dalle gesta sportive, ma l’ambito sportivo vede ora gli Stati Uniti vincenti e i sovietici umiliati e sconfitti. Finché Belov non salta, appoggia col destro (dal lato sinistro) al tabellone, con la palla che entra accarezzando la retina.
La gara è finita.
Ha vinto l’Unione Sovietica, 51-50.
Da San Pietroburgo a Vladivostok si torna a dormire tranquilli. Dal Maine alla California arrivano le notti insonni.

E chi l’avrebbe mai detto, sinceramente, che una torre e un centro potessero prendere parte (quasi contemporaneamente) al gioco dei potenti.

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