Perché lo hai fatto, Ricky?

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Qualsiasi suicidio dovrebbe scuotere il mondo, ma non tutti sono abbastanza grandi da farlo. Ci son quelli che avvengono nel tenebroso e indifferente anonimato, senza lacrime versate. Ci son quelli che invece creano ferite inguaribili, dolori che nemmeno quel gentiluomo del tempo che scorre riesce a curare. Questi ultimi, la maggior parte delle volte, non riescono a scuotere il mondo intero, ma scuotono i mondi legati attorno a quello del suicida. Il suicidio di Ricky Alan Berry colpisce il mondo della pallacanestro, ma forse è una storia meno conosciuta di quanto dovrebbe essere.
E ancora oggi non trova spiegazioni.

Un singolo sparo si sente a chilometri di distanza, in qualsiasi situazione, a qualsiasi ora del giorno. Un singolo sparo, in una zona abitata, viene sentito da centinaia (se non migliaia) di persone. Questione di centesimi di secondo, nei quali si crea un legame tra tutti quelli che ascoltano. Boom. E di colpo tutte quelle persone diventano testimoni, centinaia di testimoni, della probabile morte di un essere umano. Sono tutte lì, intorno a quel boato. Sono tutte lì; ma attorno a Ricky Alan Berry, la sera del 14 Agosto 1989, non c’è nessuno. Ricky è solo, Ricky muore solo. Ricky muore, ucciso per mano sua da un dolore forse troppo grande da poter essere spiegato. Muore da solo nel fiore dei suoi 24 anni, tra le strade di Fair Oaks, tra la gente presa dal suo fare quotidiano serale. Un colpo di pistola, sparato da un demone interiore che nessuno ha mai visto, che nessuno ha mai nemmeno immaginato: ed è per questo che Ricky è solo.

Le strade di Fair Oaks, California“Inspiegabile”: è questa l’unica parola che riesce ad esprimere il subconscio collettivo legato al mondo di Ricky, stessa parola che riecheggia terribilmente nei sempre troppi casi analoghi. Giovane, sposato, ottima prospettiva di carriera, pieno di soldi, casa appena comprata, nessun passato burrascoso alle spalle. Semplicemente, il tipo di ragazzo che “non parla molto” ma che non lascia immaginare nulla di quanto andrà poi a fare. Semplicemente un ragazzo consumato da un dramma interiore, silenzioso, invisibile, forse troppo terribile da poter essere raccontato, che forse avrebbe richiesto a Ricky di esporsi troppo in là per poter essere compreso fino in fondo. Un demone, che ha accompagnato la sua vita da chissà quanto tempo, venuto a rapire quel ragazzo dall’oscurità in cui viveva portandolo lontano, troppo lontano da poter essere raggiunto. Un demone, che priva il mondo di un giovane ragazzo, che priva la madre di un figlio, che priva i suoi compagni di un amico.

Ricky Alan Berry nasce a Lansing, Michigan, il 6 Ottobre del 1964, e muore all’alba della sua seconda stagione da professionista. Nasce là, nel mezzo della prateria, nel cuore dell’entroterra americano, ma la famiglia si sposta subito sulla costa. Il piccolo non ha nemmeno 2 anni quando tocca per la prima volta la California, arrivando a Sacramento nel 1966: terribile pensare che lì, in qualche modo, ci rimarrà per sempre. La pallacanestro è subito parte integrante del suo mondo: il padre, Bill, si è trasferito apposta per allenare il Cosumnes River Junion College. Successivamente, mentre il padre si muove verso San Jose State, Ricky frequenta il Live Oak High School di Morgan Hill, non lontano da dove era cresciuto. Al momento della scelta del college, Ricky e il padre inizialmente decidono di non incrociare le strade, poiché non sarebbe stato facile allenare un figlio così come essere allenato da un padre. Tuttavia, dopo un anno a Oregon State il ragazzo torna a casa, torna dal padre, e per i successivi quattro anni (di cui uno fermo per questioni burocratiche) gioca sotto la sua guida ai San Jose Spartans. Carriera al college non indifferente, che vale a Ricky l’ultimo grande passo: Draft 1988, 18th pick, Sacramento Kings. Già, il destino proprio non vuole che Ricky si sposti dalla California..

E’ dunque NBA, sogno di una vita, non solo sua ma di milioni di ragazzi sparsi per l’universo. L’apice, o forse l’inizio di una scalata, non importa: ce l’ha fatta. Alla sua vita si aggiunge un’altra meravigliosa conquista, l’unica parte del suo mondo che forse potrebbe competere con la pallacanestro: Valerie. Valerie e Ricky si sposano alla fine della primavera del 1988, al termine della prima stagione NBA del ragazzo. Berry riesce a concludere una buona stagione nonostante gli infortuni, grazie anche a quell’incredibile competitività che mostra in campo. E’ un tiratore micidiale, sopratutto dalla lunga distanza, e chiude la stagione col 45% al tiro e 11 punti di media (18.5 con 5.8 rimbalzi in 35 minuti di utilizzo nelle ultime sei settimane, season-high 34 punti). Nemmeno il tempo di finire la prima stagione  e godersi i primi milioni che il ragazzo già pensa a come sistemarsi per il futuro, quando non potrà più dare la sua anima e la sua voglia a quella palla arancione. “Ragazzo veramente sveglio”, secondo l’assistant-coach Jim Hadnot. E’ sistemato bene, benissimo, per tutta la vita. Non ha niente di cui preoccuparsi, se non mantenere il già constante impegno per la sua carriera, per diventare quel grande giocatore di basket che ha sempre voluto essere.
La sua vita, agli occhi del mondo comune, sembra meravigliosa. Ma nel corso di tutti questi anni, dentro Ricky qualcosa deve essersi mosso, deve essere arrivato negli abissi della sua anima da qualche posto lontano e inaccessibile, rendendola a sua immagine e somiglianza. Qualcosa di cupo, incomprensibile. Un demone, che solo gli dei sanno quando possa essere nato, che morirà soltanto quando sarà riuscito a portare via dal mondo quel ragazzo.

Una parte fondamentale della vita di Ricky è lei, Valerie, la meravigliosa moglie conquistata ed amata. Forse è una parte fin troppo fondamentale, una corda che tiene sospeso il mondo di Ricky, tanto fragile quanto importante: cosa sarebbe successo se si fosse spezzata? Il demone potrebbe aver reso Ricky fragile, troppo fragile, in una maniera che richiederebbe troppe inutili (magari a parer suo) e umilianti spiegazioni ad amici e familiari, che richiederebbe di esporsi troppo in là, persino all’altra metà della sua anima. Un buio interiore dal quale forse vuole preservare il suo mondo esterno.
Sono tutte supposizioni, nessuno potrà fare un viaggio nell’anima di Ricky. Rimangono solo supposizioni e pochi dati di fatto. Non si sa quanto quella corda sia fragile, o quanto sia fondamentale per tenere integro il suo mondo: si sa soltanto quella corda si spezza.
Quella notte di metà agosto è una notte di quiete a Fair Oaks, ma non nella casa di Ricky e Valerie. Litigio di coppia, forse più normale di quanto si possa immaginare, poi lei decide di uscire per passare la notte a casa di un amico. Ed è in quel momento che la corda si spezza, disintegrando il mondo di Ricky e liberando quel demone là dentro imprigionato.

Ricky Alan Berry, meno di un’ora dopo aver litigato con Valerie, con una pistola puntata alla tempia nella sua auto, si toglie la vita. Muore lui, muore il suo demone. Ma il demone non ha nessuno a piangerlo, mentre il ragazzo ha tutto un mondo che crolla insieme a lui dentro a un dolore enorme, tanto che nessun amico o parente vorrà mai essere intervistato sull’accaduto.

Perché lo hai fatto Ricky?

A trovare il corpo, la mattina dopo, sarà la stessa Valerie, che semplicemente sta tornando a casa dopo che la rabbia è svanita nella notte. Semplicemente..

Nessuno può immaginare quanto Ricky possa aver lottato. E’ una battaglia di cui non sappiamo niente, se non l’esito, un altro dei pochi dati certi di questa storia: il demone vince, e per la prima e ultima volta esce dall’animo di Ricky mostrandosi al mondo, al suo e a quello di chi gli è vicino, sotto forma di freddo boato nella notte californiana.
Ricky muore solo perché non ha permesso, forse non ha mai potuto, spiegare al mondo il buio in cui viveva. Questo suo mondo se ne accorge troppo tardi, e avrà sicuramente pensato a come avrebbe potuto aiutare quel ragazzo nel fiore dell’età, come avrebbe potuto salvarlo, come avrebbe potuto uccidere quel demone prima che il demone uccidesse lui. Ma sono ancora supposizioni, che si infrangono contro la tragica realtà della storia: Ricky Alan Berry è sparito col demone, non torna più.

A chi giudica dalla comoda spensieratezza della sua vita, Ricky potrà essere sembrato un egoista, uno stupido incosciente che non ha nemmeno cercato di chiedere aiuto. E’ inutile dire che forse una parte di verità c’è. Ma chi giudica in questo modo Ricky, e tutte le altre anime vittime di quel demone atroce e apparentemente invincibile, è palese che non abbia idea di cosa voglia dire.
Saranno le pressioni, un cuore fin troppo fragile, o qualche altra causa sconosciuta. Ma per quanto si cerchi, ancora non si trova risposta, ne mai si troverà.
Forse è meglio lasciare Ricky al ricordo, al suo e quello di tutti gli altri ragazzi, portati via demoni interiori che il mondo esterno arriva a conoscere troppo tardi.

“Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
Ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte:
Venite in Paradiso, là dove vado anch’io
Perché non c’è l’Inferno nel mondo del buon Dio”

Ciao Ricky.

 

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2 Commenti su "Perché lo hai fatto, Ricky?"

Mourne <span class="wpdiscuz-comment-count" title="commenti utente"><i class="fa fa-post-count"></i>8</span>

Bellissimo articolo, molto sentito.

Davide <span class="wpdiscuz-comment-count" title="commenti utente"><i class="fa fa-post-count"></i>203</span>

Innanzitutto complimenti per l’articolo: molto bello. Sai… quando osserviamo qualcuno in campo e lo tifiamo tendiamo a vederlo come un amico, qualcuno che conosciamo da tempo, ma come giustamente sostieni ognuno ha i suoi demoni interiori e segreti inconfessabili. Ad esempio da tifoso della Scaligera Basket Verona mi ricordo il talentuoso (ma obiettivamente con poca mira) Victor Page che in campo sembrava un po’ esuberante, fuori dal parquet prima ha perso un occhio in una sparatoria avvenuta in USA e poi, nel 2013, è stato condannato a 10 anni di carcere. Purtroppo non possiamo conoscere perfettamente il passato delle persone in ogni sua sfumatura e soprattutto cos’hanno in testa: ai giocatori vogliamo bene e non vorremmo mai vederli in difficoltà, ma in caso di suicidio oltre ad agire subito e con un buon psichiatra o psicologo possiamo fare poco. Il suicidio è un fenomeno multifattoriale e addirittura proveniente da cause genetiche e le tendenze a questi gesti insani non sono facilmente preventivabili. Dal 2009 curo un forum incentrato sul mondo universitario e la criminologia (lunga storia), ti stupiresti di sapere quanti ragazzi in Italia si ammazzano per bugie sulla laurea.

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