#10YearsChallenge: come è cambiata la Serie A in dieci anni

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Il #10YearsChallenge è l’ultima “moda” che sta spopolando sui social: consiste nel pubblicare una foto di se stessi risalente a dieci anni confrontandola con una attuale. Prendendo spunto da questo simpatico revival, abbiamo pensato di fare la stessa cosa scattando una ideale istantanea di come era la Serie A nel 2009, mettendola a paragone con quella di oggi.

Tantissimi cambiamenti, a partire dalle 16 squadre che sono state di fatto rivoluzionate rispetto a un decennio fa. Le uniche superstiti sono Milano, Cantù, Avellino, Pesaro e Virtus Bologna, tenendo presente però che le V Nere sono passate attraverso una retrocessione e una risalita in A1, mentre brianzoli, campani e marchigiani non stanno di certo vivendo il momento migliore della loro storia.

Simone Pianigiani: campione d’Italia nel 2009 e nel 2018.

Nel 2009 ci troviamo nel pieno del dominio della Montepaschi Siena, una squadra che di fatto fece un campionato a parte chiudendo la regular season con 29 vittorie e una sola sconfitta, per poi fare percorso netto nei playoff. Alla guida c’era Simone Pianigiani, campione d’Italia in carica oggi come allora, seppur con squadre diverse. In quella Mens Sana c’erano i vari McIntyre (mvp della regular season e delle finali scudetto), i lituani Lavrinovic e Kaukenas, Domercant e Sato come esterni, il preziosissimo Stonerook a fungere da playmaker occulto. Una vera e propria armata che per anni ha annichilito la competitività di un campionato che oggi, pur avendo in Milano una nettissima favorita, è quanto meno più equilibrato. Siena, dal canto suo, è fallita e oggi la sua erede arranca fra molte difficoltà economiche in A2, dove si trova anche la seconda al termine di quella regular season, la Virtus Roma. Attualmente nel secondo campionato ci sono anche altre società che hanno raccolto eredità pesanti in piazze storiche: la Treviso griffata Benetton è rappresentata in A2 dalla De’ Longhi, così come Udine dall’APU, Rieti dalla NPC e Ferrara dal Kleb. C’era anche Montegranaro in A1, oggi la Sutor milita in Serie C e la prima squadra cittadina è la Poderosa, anch’essa al piano di sotto. Discorso a parte per Biella, che non è fallita ma ha ridimensionato il suo budget ed ora è una veterana della seconda serie. La terza di quella regular season fu Teramo, con un roster che a leggerlo oggi fa venire la pelle d’oca: Poeta e Amoroso gli italiani migliori, poi Hoover, Jacks e Brandon Brown ma soprattutto David Moss e Jaycee Carroll. Oggi nella città abruzzese si gioca in Serie B con una società nata ex novo, stesso discorso a Caserta, che nel frattempo è passata anche attraverso una stagione di inattività prima di ripartire.

David Moss: oggi a Brescia, nel 2009 a Teramo.

Probabilmente il livello tecnico medio era più alto di quello attuale, così come sui campi si vedevano più stranieri che facevano la differenza e meno meteore rispetto ad adesso ma nel 2009 la parabola discendente del nostro basket era già iniziata. Lo conferma la turbolenta estate precedente con la mancata iscrizione di Capo d’Orlando e Napoli, la decisione di non effettuare ripescaggi e di giocare con 16 squadre, secondo una formula che cambierà solamente nella prossima stagione. Nell’estate del 2009, invece, si assisterà alla pantomima del trasferimento di sede di Rieti al capoluogo campano, finita con l’esclusione della squadra a campionato in corso, oltre che al fallimento della Fortitudo, retrocessa sul campo, poi radiata dalla FIP e da allora mai più vista in massima serie. Insomma, per sorridere dovremmo andare ancora più indietro di dieci anni.

Comunque sia nel 2009 c’erano grandi marchi italiani a fungere da title sponsor (e proprietari) delle squadre, come Benetton, Snaidero e Scavolini. Negli egli anni successivi i mecenati o i grandi investitori si sono allontanati (ad eccezione dell’isola felice Armani), a testimonianza di un difficile momento economico e della perdita di appeal del movimento. Ultimamente, però, il trend sembra aver subito una leggera inversione, trainata dagli ingressi nel mondo del basket di aziende come Segafredo e Fiat.

Il campionato, a quel tempo, era sponsorizzato dalla TIM che poi ha dismesso il suo impegno nella pallacanestro mentre i diritti televisivi erano di proprietà di Sky Sport. Una situazione, quella legata alla tv, che di fatto è mutata solo nella scorsa stagione con l’arrivo di Eurosport e la possibile di vedere in streaming tutte le gare del campionato tramite il player.

Uno degli aspetti che deve far maggiormente riflettere, però, è che dal 2009 ad oggi non sia stato costruito alcun nuovo impianto e gli interventi di ammodernamento di quelli esistenti in gran parte dei casi si sono limitati dei casi, di fatto, a una ritinteggiatura, se si escludono le situazioni di Brescia e Torino.. Circoscrivendo il discorso alle cinque “superstiti”: Milano ha dovuto accantonare il progetto del nuovo Pala Lido dopo diverse peripezie, Avellino sta riammodernando parzialmente (e con diversi intoppi) il Del Mauro per le Universiadi, Bologna ha lasciato la Unipol Arena per tornare a Piazza Azzarita, Cantù ha demolito il Pianella ma il progetto del nuovo palasport è volato via con Gerasimenko ed attualmente è il problema minore della società, Pesaro gioca sì in un impianto “moderno” (datato 1996) ma sovradimensionato rispetto alle attuali esigenze.  Questo nonostante vari tentativi, finora rimasti lettera morta, di ampliare la capienza minima dei palasport. Un problema annoso, quello dell’impiantistica, ma quanto mai indicativo del fatto che le cose, da dieci anni a questa parte, non siano poi cambiate così tanto. E questo non può essere un aspetto positivo.

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