Cuore e talento cristallino: Kevin Johnson, una carriera con i Suns

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Grande ritorno per il nostro appuntamento mensile con “Memories of Champions”: le storie, gli aneddoti e i racconti dei giocatori che hanno lasciato il segno nella NBA. Oggi andremo a parlare di uno dei giocatori più rappresentativi degli anni ’90, che ha legato la sua intera carriera ai Phoenix Suns, squadra che ha ritirato la sua maglia numero 7 al termine di 13 entusiasmanti stagioni.

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Kevin Maurice Johnson nasce il 4 Marzo 1966 a Sacramento, California, e purtroppo anche questa volta dobbiamo riciclare una storia “all’americana”, perché papà Lawrence muore improvvisamente in un incidente in barca: Kevin aveva appena compiuto 3 anni e da quel momento in poi sarà cresciuto dalla mamma Georgia e dai nonni materni.

Nel corso della sua adolescenza sono principalmente due gli sport con cui si diletta: pallacanestro, naturalmente, e baseball. All’High School, al termine del suo anno da Senior, viene premiato come “Player of the Year” e nonostante siano numerose le richieste per avere il talento californiano, Johnson a sorpresa decide di giocare per la University of California a Berkeley. I traguardi raggiunti nei quattro anni al college parlano di un predestinato: nel 1987 è il leader per punti, assist e rubate del suo ateneo, a cui aggiunge due presenze nel miglior quintetto della Pac 10. Quello che forse non tutti sapranno è che nel mentre ha giocato anche per la squadra di baseball dei Golden Bear, venendo addirittura scelto al draft del 1986 nella MLB: per sua fortuna dopo alcune partite disputate nella Minor League decise di abbandonare il sogno di diventare un giocatore professionista per concentrarsi sulla pallacanestro.

Kevin JohnsonAl termine della stagione 1986-1987 si dichiara eleggibile al Draft NBA e viene scelto con la chiamata numero 7 dai Cleveland Cavaliers: dopo una stagione a 17.2 punti, 5 assist e le chiavi della squadra in mano, nel suo primo anno da professionista gli viene chiesto di fare il backup di Mark Price. Il talento è insindacabile e in 52 partite in maglia Cavs dimostra di essere un discreto attaccante, oltre alle solide doti di leadership: durante la pausa per l’All Star Game viene ceduto ai Phoenix Suns, dove in appena 28 partite dimostra già netti miglioramenti (15.1 punti, 10.6 assist e 5.6 rimbalzi a partita nel mese di Aprile ad esempio).

La stagione successiva, solamente la sua seconda, è l’anno della consacrazione: con la squadra al suo servizio e 39 minuti sul parquet di media fa registrare 20.4 punti, 12.2 assist e 4.2 rimbalzi, tirando con il 50,5% dal campo in 81 partite.

Un playmaker rivoluzionario, con una visione di gioco e delle letture sul campo di primissimo livello, a cui combinava accelerazioni e doti offensive sopra la media. Diventa l’unico giocatore insieme a Magic  nella STORIA a combinare in una singola stagione 20 punti e 12 assist di media, il tutto tirando con almeno il 50% dal campo: di fronte a questi numeri la Lega non può che togliersi il cappello e assegnare a Johnson il premio di Most Improved Player. Si ripete nelle due stagioni successive, dove chiude la regular season con almeno 20 punti e 10 assist, aggiungendo un nuovo record e diventando di fatto l’unico giocatore nella STORIA insieme a Oscar Robertson e Isiah Thomas a compiere tale impresa per almeno tre stagioni consecutive.

Nei playoff del 1990 arriva forse uno dei momenti più importanti per la sua carriera: terminata la stagione al quinto posto battono a sorpresa i Jazz e nel secondo turno affrontano i Los Angeles Lakers (che in regular ne avevano vinte “solo” 63): è una serie su cui tutti hanno puntato gli occhi, perché è “la sfida nella sfida”, Magic contro Kevin, ieri contro il domani. Il nostro ne mette 22 in gara 3 e 30+16 assist in gara 4, eliminando LA in 5 partite e rubando ufficialmente il testimone a Magic.

 

Tante belle parole, diversi riconoscimenti individuali (apparizioni all’All Star Game nel 1990 e nel 1991, e tre inclusioni nel secondo miglior quintetto NBA), ma ai playoffs i Suns non riescono mai a qualificarsi per le Finals. La prima vera (e unica) occasione arriva nel 1993, quando in coppia con il nuovo arrivato Charles Barkley trascina Phoenix nella Western Conference con un record di 62-20.

Sotto la guida di Paul Westphal, al suo primo anno come head coach, i Suns eliminano Lakers, Spurs e i Sonics alla settima partita di una serie combattutissima: finalmente arrivano in finale, ma questa volta ci sono da battere i Chicago Bulls, la squadra vincitrice degli ultimi due campionati. Le due squadre si sono date battaglia per 6 partite, tutte decise nei minuti finali (10 punti lo scarto massimo): i Suns dopo aver perso le prime due vincono in gara 3 dopo tre tempi supplementari, con Johnson assoluto protagonista autore di 25 punti, 9 rimbalzi e 7 rimbalzi in 62 minuti di gioco (record per una finale). Phoenix vince gara 5 e nella decisiva gara 6 i Bulls vincono per 99-98 in Arizona così:

 

La delusione è tanta, ma Johnson si rende conto di esserci andato veramente vicino: è nel pieno della sua maturità cestistica, ha una squadra che ha dimostrato di poter essere competitiva e ha ancora qualche stagione davanti (27 anni) per poterci riprovare. In questi anni nella Lega Johnson diventa uno dei migliori palleggiatori, con un controllo della palla in mezzo al traffico tra i top della nba, senza dimenticare che in campo aperto era infermabile. Notevoli anche i miglioramenti per quanto riguarda il controllo del corpo: abbiamo già detto di quanto fosse a livello atletico un giocatore eccezionale, ma ha saputo lavorare sul suo baricentro, sfruttando al meglio questa dote che gli permetteva anche in traffico di cambiare direzione nella frazione di pochi secondi.

Kevin JohnsonNella stagione 1993-1994 il numero 7 in maglia Suns sembra più determinato che mai a trascinare la sua squadra al titolo (terza convocazione all’All Star Game), soprattutto nella postseason: chiude dopo 10 partite a 26.6 punti e 9.6 assist, realizzando per tre volte 38 punti in una partita. Purtroppo la loro corsa si ferma già al secondo turno contro gli Houston Rockets, in gara 7, dopo che i Suns si erano portati in vantaggio sul 2-0.

L’anno successivo Johnson comincia ad accusare il colpo e qualche infortunio lo costringe a stare lontano dal parquet: solo 47 partite per lui complici due ernie. Nella stagione 1996/1997 abbiamo l’ultima grande stagione del giocatore californiano, che guida i Suns in coppia con Jason Kidd ai playoff (42-40) facendo registrare 20.1 punti e 9.3 assist in 38 minuti di media, ma al primo turno vengono presto eliminati dai Sonics. I ricorrenti problemi alla schiena lo portano a ritirarsi nel 1998.

Farà una breve comparsata nel 2000: Kidd si è infortunato e per aiutare nei playoff i suoi ex compagni Johnson fa il suo ritorno sul parquet, aiutando Phoenix a vincere il primo turno, cosa che non accadeva più da 4 anni ormai.

Non abbiamo parlato molto dell’energia che metteva in campo: oggi siamo abituati a vedere giocatori che controllano una partita sul piano fisico e trasudano energia da tutti i pori (penso ad esempio a Westbrook). Questo era Kevin Johnson. La sua vita, una volta appese le scarpe al chiodo definitivamente, ha preso una piega inaspettata: come saprete qualche anno fa decise di entrare in politica, con ottimi risultati a leggere il suo curriculum, ma sicuramente noi tutti ce lo ricorderemo come uno dei giocatori più elettrizzanti e talentuosi degli anni ’90.

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