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5 giocatori NBA coi quali non condividere il taglio di capelli

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Da un po’ di tempo ho trovato una delle mie pagine preferite su Instagram. Particolare, a metà tra moda e sport, tra trash e arte, la pagina in questione è NBA Fades (@leaguefades) e non fa altro che raccogliere, quasi giornalmente, tutti gli update stilistici degli attuali cestisti NBA. La cosa interessante è che, non solo viene riportato il barbiere (o artista, in certi casi), ma addirittura vengono sciolinate le procedure e la nomenclatura ufficiale del taglio.

La pagina, che conta quasi 72.000 followers, mi ha fatto capire quanto la crescita e l’evoluzione culturale della NBA abbia portato pochi nuovi stili e tante ripetizioni, copie o semplicemente poca volontà di osare: escluso Kelly Oubre Jr (che meriterebbe un articolo a parte), troviamo tanti buzz cut, treccine di ogni forma e colore, afro hairstyles e così via; in poche parole, niente di eccezionale o di estremamente riconoscibile.

Ed è proprio qui che casca l’asino, perché la fama e gloria arriva solo tramite due modi: il talento e la riconoscibilità stilistica. Oggi proveremo a proporvi cinque nomi che, al di là del talento, si sono resi protagonisti a loro modo, con acconciature improponibili portate con fierezza assoluta. Campioni che oggi sarebbero delle vere e proprie icone, ma che il fato ha voluto far vivere in anni ed epoche completamente differenti, “limitate” e ancora lontane dalla presenza social e trash del secondo decennio dei 2000.

 

ANDREJ KIRILENKO

Se il tuo soprannome è AK47 e arrivi dalla Russia è estremamente vietato presentarsi con una capigliatura del genere. Kirilenko, dopo anni con un taglio standard e quasi militaresco, sfoggiò un capello che sembra essere uscito direttamente dalla fabbrica della Mattel, pronto per andare a ornare la testa di Ken, compagno di vita di Barbie.

Il cestista russo cambierà in seguito con la cresta, come si usava nel tremendo (si fa per dire) primo decennio del 2000, ma ormai, nell’immaginario comune, quel viso scavato e quelle movenze letali non potevano essere associate a quella chioma bionda. La dannata chioma bionda del kalashnikov di Iževsk. Sicché ci fu il gran ritorno, negli ultimi anni, del taglio di capelli a caschetto. Nostalgico.

 

ANDREW BYNUM

Tanti cestisti avrebbero il potenziale di far parte di questa surreale classifica. E tanti meriterebbero la quarta posizione più del due volte campione NBA con i Los Angeles Lakers, che per buona parte della sua carriera ha avuto un classico buzz cut alternato a una rasatura uniforme e per niente particolare. Quel che colpisce di Bynum non sono tanto gli anni ruggenti, quanto la seconda parte di carriera. Man mano che gli infortuni hanno iniziato a susseguirsi, anche la sperimentazione stilistica ha preso piede e forma, trasformando l’All Star in una sorta di meme ante litteram per via di alcuni tagli di capelli.

The Many Hairdos Of Andrew Bynum - Sports Illustrated

Sicuramente meno in luce di altri, il 2012 fu anche l’anno dell’esplosione di Justin Bieber e di quello stile che, forse, anche Bynum provò a replicare. Più o meno.

In aggiunta, non può non presenziare in una classifica del genere colui che, durante l’intervallo di una gara ufficiale, si fece dare una sistematina ai capelli. Era il 22 Marzo 2014 e si giocava Indiana Pacers – Chicago Bulls. Tutto estremamente bello.

Never forget Andrew Bynum getting a haircut during halftime of an NBA game - SBNation.com

 

DWAYNE SCHINTZIUS

Se dalle parti di San Antonio viene pronunciato questo nome è possibile che, piuttosto che dolci ricordi, la memoria evochi un taglio di capelli epocale, simbolo assoluto degli anni ’80 e estremo segno di riconoscibilità tra tutti coloro che, almeno una volta nella vita, lo hanno esibito: il mullet. Il mullet si caratterizza per essere corto davanti, sopra e sui lati e lungo dietro e, citando Wikipedia, ha origini antichissime [«…nel V secolo d.C. lo portavano i giovani alunni di Procopio di Cesarea».].

The Spurs 1990 draft saw three rookies who left San Antonio shortly after their first season - Pounding The Rock

Personalità quali David Bowie, Bono Vox e Tina Turner lo hanno sfoggiato con orgoglio. E non per ultimo anche Schintzius, che nei suoi 8 anni di NBA si è reso riconoscibile in ogni città e in ogni palazzetto, al di là del lato giocato della pallacanestro. Il 15 di Aprile saranno dieci anni dalla sua prematura scomparsa a 43 anni, dopo aver lottato anni contro il cancro. Sembrava giusto ricordarlo così.

 

goodenDREW GOODEN

Premessa importante: non è stato facile trovare subito dei risultati decenti riguardanti Drew Gooden. In primis, perché esiste un omonimo vlogger e viner che gli ha rubato la scena da tempo. E secondo, per via della carriera non proprio brillantissima, che però lo ha portato a girare per tante città e franchigie nei 14 anni di NBA.

La medaglia d’argento la guadagna non tanto per il taglio denominato duck tail, l’orrenda patch collocata poco sopra la nuca (presente addirittura nella sua pagina di Wikipedia, alla sezione “Personal Life“), ma per la stregua e la forza che lo hanno portato a lottare e a difendersi dalle prime malelingue che infestavano il web a cavallo tra il 2006 e il 2007. E come non dare torto ai blogger pionieri? Qual è il senso di quella capigliatura a metà tra la rasatura a pelle e un proto-codino alla Roberto Baggio?

Gooden non lo ha mai spiegato, né ai suoi compagni di squadra, né ai media, ma così si espresse a riguardo, in quegli anni di cyberbullismo ed hating continuo: «Ho capito che anche la cattiva pubblicità alla fine è redditizia. Almeno ho avuto il coraggio di farlo […]e le donne lo hanno notato, sono passato dal ricevere complimenti ad essere reputato sexy». Forse non sarà passato agli annali come cestista, ma sicuramente è entrato nel cuore di molti. E a quanto sembra, la sua legacy non è finita lì.

 

SCOT POLLARD

La medaglia d’oro va assolutamente a un uomo dai mille e più volti. Giocatore mediocre ma assoluto protagonista dentro i saloni e fuori dal pitturato, dove ai più è noto per la partecipazione a Survivor, popolare reality show statunitense. Per dimostrarne la grandezza non serve altro che un post dei Sacramento Kings, dove i followers potevano decidere quale dei tanti Scot Pollard li rappresentasse di più in base al mese di nascita.

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Un post condiviso da Sacramento Kings (@sacramentokings)

A conferma di ciò, anche la sua pagina di Wikipedia parla chiaro alla voce “Hairstyles”: negli anni ha sfoggiato, in ordine sparso, la cresta (o mohawk ndr), la coda di cavallo, una cipolla (o man bun ndr), la rasatura a zero e, dulcis in fundo, una doppia coda con annesse basette e pizzetto, che gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “Samurai Scot”. Il taglio di capelli scelto per rappresentarlo al meglio è però quello esibito nella stagione 2007-2008 in maglia Cleveland Cavaliers, ossia una cresta bionda con annesso pizzetto contenuto in due elastici posti con orgoglio alle estremità dello stesso.

Catching up with Scot Pollard - Sactown Royalty

Unico nel suo genere e stravagante al punto giusto, di lui non si ricorda assolutamente l’anello vinto nel 2008 con i Boston Celtics. Anno in cui non solo il centro si è ritirato, ma in cui ha esibito un’acconciatura totalmente anonima: una semplice frangetta consumata dagli anni che avanzano unita a una barba incolta. E a questo punto non ci si può non domandare se ci sia una qualche correlazione scientifica o mistica tra il volersi conciare come un quadro impressionista e la possibilità vera ed effettiva di portare a casa un titolo NBA. Dennis Rodman sarebbe contrario a tutto ciò, ma il caso di Pollard dice ben altro.

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