Accadde oggi: l’Olimpia Milano vince la Coppa dei Campioni del Grande Slam

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Il 2 Aprile 1987 l’Olimpia battendo 71-69 il Maccabi Tel Aviv diventò Campione d’Europa per la seconda volta. Ecco la storia di quell’impresa.

La strada verso il Grande Slam del 1987 cominciò con una salita ripidissima, attraverso un’impresa che sarebbe entrata nella storia. Per vincere la Coppa dei Campioni, la Tracer doveva accedere al durissimo gironcino finale a sei squadre dopo un turno preliminare che a quei tempi era considerato quasi una formalità. Ma quell’anno non lo fu. L’Olimpia venne abbinata all’Aris Salonicco. “A quei tempi non c’era lo scouting di adesso, le informazioni erano frammentarie”, ha ammesso nel suo libro Franco Casalini, assistente di Dan Peterson ai tempi. In altre parole, l’Aris venne in parte sottovalutato. Poi era fine ottobre e Milano non era in forma.

Fatto sta che nella bolgia di Salonicco, l’Olimpia venne spazzata via, perse con uno scarto di 31 punti che suonava come una condanna: 98-67. Nick Galis, il primo grande giocatore greco, di scuola americana, nativo del New Jersey, laureato a Seton Hall, fece 44 punti. Per lui fu una sorta di introduzione nell’olimpo del basket europeo: nel corso della sua carriera Galis, con il compagno di avventure Panagiotis Giannakis, avrebbe portato la Grecia al titolo europeo e un anno dopo quella gara allucinante di Salonicco, l’Aris avrebbe giocato la semifinale ancora contro l’Olimpia. Quindi la squadra greca era a pieno titolo in grado di competere ai massimi livelli. Nessuno però avrebbe potuto immaginare una disfatta simile per una formazione come la Tracer che puntava dichiaratamente al titolo.

Sette giorni dopo il Pala Trussardi fu testimone di una delle più grandi imprese/sorprese della storia. L’Olimpia non giocò affatto con lo spirito di chi è rassegnato ad una clamorosa uscita di scena. Giorno dopo giorno, la sensazione che si potesse fare, senza alcuna spiegazione razionale, cominciò a serpeggiare. Dan Peterson indicò la strada: un punto al minuto e ce la faremo, non serve rimontare tutto in una volta. L’Olimpia giocò una buona partita offensiva ma soprattutto una grande partita difensiva, tenne l’Aris a 49 punti, vinse di 34, segnandone 83 e festeggiò in mezzo al campo come se la Coppa dei Campioni fosse stata vinta quel giorno. E forse fu davvero così.

Mike D’Antoni come aveva fatto in passato con Kicanovic o Petrovic, decise di sperimentare fino in fondo quanto forte fosse Galis. La sua difesa cancellò dal campo il Dio greco, come era soprannominato. L’Olimpia andò subito avanti di nove, poi l’Aris rientrò a meno quattro, all’intervallo era a più 14, abbastanza da poter sperare, non abbastanza da sentirsi vicini all’impresa. Ma gradualmente arrivò l’allungo, l’Aris si bloccò, la difesa sporcava ogni possesso greco e dove non arrivava la lucidità arrivava il cuore. Sul meno 34, palla Aris, Mike D’Antoni forzò la palla persa di Galis. Peterson chiamò time-out ma con 23 secondi da giocare e D’Antoni in campo non c’era più modo di “perdere”. La gente a bordo campo, sugli spalti, esultava in una di quelle scene di giubilo che di tanto in tanto hanno costellato la grande storia dell’Olimpia. Scrisse Repubblica: “Ha vinto la Tracer con una grinta eccezionale, nonostante la cattiva serata al tiro di Bob McAdoo (4 su 14, il 29 per cento). Ma l’eroe della serata è stato Mike D’Antoni, splendido gladiatore, implacabile “cacciatore” di Nick Galis che è uscito un po’ ridimensionato, anche se il suo talento resta grandissimo. Ma D’ Antoni, autore anche di una accorta partita in regia e di tre bombe che sono andate a segno in momenti determinanti, ha dato una mano a tutta la squadra…”

Nell’immediato dopo gara, Peterson afferrò McAdoo e disse “Hai visto che miracolo abbiamo fatto?”. “Coach, quale miracolo? Eravamo tutti sicuri di farcela”. “Sicuri?”. “Certo, abbiamo visto il nostro allenatore così calmo che non avevamo dubbi”, fu la risposta. In realtà, Peterson era stato zitto una settimana perché la depressione per l’imminente eliminazione l’aveva imprigionato. Dentro, era tutto ma non era sereno. “Quella sera forse salvammo anche la carriera italiana di Bob perché se fossimo andati fuori non so cosa sarebbe successo”, scherza ma non troppo Mike D’Antoni. “Bob dice che quella è stata la partita più fisica della sua vita e anche l’unica volta in cui ha pensato a stoppare ogni tiro, prendere ogni rimbalzo ma non a quanti punti avrebbe segnato e dice anche di non aver mai visto Meneghin così teso prima di una partita”, dice Peterson. “Il Grande Slam del 1987 è stata la più grande impresa della mia carriera”, ammette McAdoo.

Il 2 aprile 1987 a Losanna, l’Olimpia doveva completare l’opera. Aveva i tifosi alle spalle, il popolo biancorosso contro la valanga gialla del Maccabi capitanata da Kevin Magee, il maciste dell’area, giocatore fisico, passato da Varese che poi avrebbe trovato la morte in Louisiana, ancora giovane, costretto a fare la guardia giurata di un magazzino, perché evidentemente i guadagni di una vita spesa sul parquet non erano stati abbastanza. Ma nel 1987, Magee era nel fiore della carriera, era al top. Era due metri di altezza ma era anche largo, forte, fortissimo e giocava dentro l’area. Il giocatore perfetto per Dino Meneghin. Nei primi minuti – ai tempi si giocavano due tempi di 20 minuti – un corpo a corpo con Dino venne sanzionato con un doppio fallo. I due si agganciarono, nessuno voleva mollare l’altro e Meneghin ribaltò l’avversario con una specie di mossa da arti marziali. Lo schiantò a terra. L’altro americano era Lee Johnson: da rookie aveva vinto la Coppa Korac con Rieti. Era alto, leggero, elegante, buon tiratore. Un fenicottero con il jump shot. Ma Bob McAdoo era un’altra cosa. Esperto, alto 2.08, con un tiro rapido, bruciante, non bellissimo ma efficace. Ad aprile, McAdoo era ormai entrato in sintonia con la squadra, la competizione, l’ambiente. McAdoo contro Lee Johnson era l’altro duello tra lunghi.

Quando Kenny Barlow segnò due volte, pescato su due tagli puntuali, portò la Tracer avanti 17-13, Zvi Sherf, il coach del Maccabi, chiese time-out. Il Maccabi aveva già perso le prime sicurezze.  E Premier aveva già fatto saltare i nervi a Miky Berkovitz: una palla rubata, un fallo subìto, un intenzionale non ottenuto ma che innervosisce Berkovitz. L’israeliano non è contento, gli dice qualcosa, Premier risponde. Il gioco riprende, i due si agganciano, Premier va giù. Sherf chiede il fallo in attacco. Gli arbitri mandano in lunetta Premier che lascia Berkovitz a terra. Più leggero, dolorante di Pupi.

Premier giocò un primo tempo devastante. Dan Peterson non aveva né giacca né cravatta. Erano altri tempi: ben vestito ma con un maglione girocollo attorno alla camicia bianca. Altra grande differenza: le modeste rotazioni. I cambi dell’Olimpia vennero usati davvero solo per far riposare i titolari. Fausto Bargna (ex canturino: “Ci aspettavamo fosse uno tutto casa e chiesa secondi le tradizione del posto a quei tempi e invece dopo il primo allenamento lo trovammo in ritiro con un bicchiere di whisky in mano che voleva giocare a poker. Era uno di noi”, racconta Meneghin) al posto dei lunghi, Vittorio Gallinari anche, Franco Boselli come cambio dei piccoli, playmaker per Mike D’Antoni, guardia per Premier, più Riccardo Pittis, giovanissimo. E i cambi non erano automatici nemmeno per problemi di falli.

Motti Aroesti, playmaker ordinato ma spuntato del Maccabi, fece quattro falli già nel primo tempo. Premier il quarto fallo lo commise ad inizio ripresa. In quel momento l’Olimpia aveva tentato di riprendersi l’inerzia della partita con due contropiedi chiusi da Kenny Barlow, il più atletico tra i giocatori in campo, giovane, 23 anni, veloce, bellissimo, elegante.

Barlow veniva dall’università di Notre Dame. Era stato scelto dai Lakers alla fine del primo giro ma solo perché un catastrofico incidente stradale aveva agitato dubbi sulla sua integrità fisica. Era un rookie, che sognava di andare nella NBA e invece avrebbe speso tutta la sua carriera praticamente in Europa. Quella notte svizzera, con 18 punti, Barlow diventò l’X Factor della finale. Curiosamente a fine stagione lasciò Milano per inseguire il sogno NBA. Non riuscì a coronarlo e riapparve nel Maccabi con il quale un anno dopo avrebbe giocato la sua seconda finale di Coppa dei Campioni consecutiva. “L’anno di Milano – racconta Barlow – è quello che mi ha segnato per tutta la carriera. Ero giovane e mi trovai in una squadra di veterani. Dino Meneghin è il giocatore più duro che abbia mai visto. Mike D’Antoni era il leader della squadra e Bob McAdoo è uno dei miei migliori amici. Mi ha insegnato tanto, a fare il professionista in campo e fuori”.

Un giorno, McAdoo lo vide sul pullman della squadra leggere avidamente le pagine NBA di USA Today. Gli strappò di mano il giornale e lo volò via. “Non giocherai mai nella NBA perché giochi da schifo”, gli urlò. Poi aggiunse: “Gli italiani vogliono i tuoi minuti”. Era un messaggio per Coach Peterson: “McAdoo mi stava dicendo che se avessi dato lo spazio di Barlow a un italiano lui non avrebbe avuto nulla da dire”. Era a bordo. “Conosco la storia – dice Kenny – e onestamente non ricordo se sia vera o sia stata romanzata ma so che McAdoo mi ha aiutato tantissimo e le sue lezioni mi hanno permesso di giocare tanti anni in Europa”.

Con cinque punti consecutivi e quattro falli a carico, una brevissima sosta in panchina (il grande rischio corso da Peterson), Premier valicò quota 20 e riportò l’Olimpia in vantaggio dopo che Magee aveva provato a sua volta a lanciare in fuga i gialli d’Israele. Dopo i due liberi di Premier, su fallo di Berkovitz, un duello lungo una partita intera, la torcida biancorossa esplose di gioia. Una tripla valse il 66-61 che sembrava qualcosa di irrimediabile se dieci secondi dopo Lee Johnson con un jump dalla lunetta di rara bellezza non avesse risposto. Gli ultimi due minuti furono una corrida, tra proteste eccessive da ambo le parti, una tripla di D’Antoni, due liberi di McAdoo, le risposte terrificanti di un grande Lee Johnson, poi l’uscita per falli di D’Antoni dopo una palla rubata, la sua esplosione di ira, l’uscita per falli di Aroesti, Boselli da playmaker per 95, lunghissimi, secondi. E soprattutto l’indomito Dino Meneghin massacrato dai crampi, due volte in terra, addirittura commovente. Fu proprio lui a rubare il rimbalzo d’attacco sul 71-69. Nell’esecuzione successiva, l’Olimpia è perfetta: Meneghin arriva al tiro per una conclusione elementare che vorrebbe dire titolo europeo. Ma i crampi hanno spento le gambe del campione, Meneghin stremato e dolorante arriva corto, sbaglia il lay-up e sul capovolgimento di fronte rientra tenendo le gambe rigide, a cercare di scacciare i problemi.

“Avevo una lesione, in pratica ho giocato con uno stiramento stringendo i denti – racconta Meneghin – e quando sono salito per segnare il muscolo ha ceduto quindi ho perso l’equilibrio per il dolore e non ho finito. Mi è dispiaciuto tantissimo perché era il tiro della vittoria. McAdoo mi ha rinfacciato quell’errore per anni”.

Ma intanto il Maccabi ha la palla del pareggio o della vittoria. Dovrebbe cercare Lee Johnson o Magee, autore dell’ultimo canestro, ma Jamchy con almeno due secondi di anticipo si prende un tiro da tre, frontale, quasi rivolgendo le spalle al canestro. Un tiro assurdo, improbabile che infatti si perde nel nulla. McAdoo raccoglie il pallone, lo alza al cielo. Milano è Campione d’Europa.

 

Ufficio Stampa Olimpia Milano

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