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All Star più unici che rari

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La partita delle stelle. Il nome stesso dell’All Star Game racchiude in sé tutto il significato di questo evento che dal 1951 è ormai un appuntamento fisso per tutti gli amanti della pallacanestro americana.

Nella cultura statunitense lo spettacolo è fondamentale, lo abbiamo visto pochi giorni fa con il Super Bowl della NFL, che sulla carta dovrebbe essere l’apice della stagione sportiva ed invece con più di cento milioni di spettatori è uno degli eventi più seguiti al mondo anche, o forse soprattutto, per il suo Halftime Show. Per l’All Star Weekend della NBA vale lo stesso discorso: per un weekend la regular season va in vacanza e lascia spazio ad una tre giorni di puro intrattenimento. Celebrity Game e Rising Stars al venerdì e Skills Challenge, 3-point Contest e Slam Dunk Contest al sabato completano il calendario della manifestazione fino ad arrivare al main event della domenica con la partita tra i migliori giocatori della Lega.

Ecco, il punto è proprio questo. L’All Star Game dovrebbe racchiudere per una notte i migliori giocatori delle trenta franchigie in un un’unica partita e regalare a tutti gli appassionati il miglior spettacolo che la NBA possa offrire. Nel corso degli anni però, molte critiche sono state mosse nei confronti di questo evento. In particolare, ad essere presi di mira sono stati principalmente il criterio di selezione delle star e l’eccessiva spettacolarizzazione della partita a discapito della competitività, con i giocatori impegnati più in schiacciate a beneficio dei fotografi che non a dimostrare sul parquet tutto il loro talento.

Per cercare di porre rimedio, negli anni la NBA ha introdotto diverse innovazioni alla struttura di un evento in continua evoluzione. Tuttavia, le modifiche apportate dai diversi commissioner non hanno potuto nulla sul tema di questo nostro speciale: coloro che, nel corso degli anni, si sono ritrovati a disputare l’All Star Game senza apparentemente poter incarnare in tutto e per tutto lo spirito di un appuntamento che dovrebbe racchiudere le superstar della Lega.

Nelle dinamiche della NBA, la convocazione ad un All Star Game rappresenta per un giocatore il riconoscimento del suo status di superstar, sia dal punto di vista prettamente sportivo che da quello mediatico. Ancora oggi, quando si elencano tutti i successi di un giocatore, si include nel suo palmarès anche il numero di partecipazioni alla partita delle stelle. Kareem Abdul-Jabbar è il detentore del record con 19 convocazioni, dietro di lui Kobe Bryant e Lebron James a quota 18, Shaquille O’Neal a 15 e così via.

Andando a spulciare la lista di tutti i convocati ad un All Star Game nel corso di questi 75 anni, però, si possono trovare anche nomi improbabili, che nell’immaginario collettivo nulla avrebbero a che vedere con superstar del calibro di James Harden e Magic Johnson che eppure, per i più disparati motivi, vantano almeno una convocazione.

Queste sono le 5 convocazioni più “strane” che abbiamo scovato per voi. Ovviamente, essendo la lista dei giocatori molto lunga, questa selezione è particolarmente soggettiva e non include diverse altre storie che meriterebbero di essere raccontate.

WORLD B. FREE

LA Clippers news: The best to wear No. 24 is World B. Free - Clips Nation

Il primo All Star di cui vogliamo parlarvi è quella del “Prince of Mid-Air”. Lloyd Bernard Free, scelto a secondo giro inoltrato del Draft 1975 dai Philadelphia 76ers, è stato un onesto giocatore NBA per ben tredici stagioni. Nel corso della sua carriera ha vestito le maglie di San Diego Clippers, Golden State Warriors e Houston Rockets, lasciando un segno nella Lega soprattutto per i suoi “rainbow jump shots”, tiri piazzati con una parabola particolarmente alta. È stato lo stesso Free a spiegarne la ragione, dichiarando di aver avuto la necessità di modificare la sua tecnica di tiro da giovane nei playground newyorkesi, quando era stufo di essere stoppato. Nella stagione 1979-80, con addosso la canotta dei Cleveland Cavaliers, Free ha collezionato 30.2 punti a partita, che uniti ai 4.2 assist e ai 3.5 rimbalzi gli sono valsi la convocazione al NBA All Star Game del 1980. Fin qui nulla di strano: un giocatore iconico che, nella sua miglior stagione nella Lega, viene chiamato a disputare la partita delle stelle.

La convocazione di Free rientra però nella nostra selezione perché quel giocatore “non esiste più”! L’anno successivo, infatti, Lloyd B. Free ha ufficialmente cambiato il proprio nome in World B. Free, dando vita ad un simpatico gioco di parole (la pronuncia del nuovo nome, world be free) e aprendo una strada che anni dopo sarebbe stata seguita, tra gli altri, anche da Metta World Peace ed Enes Kanter Freedom, rispettivamente Ron Artest ed Enes Kanter.

 

KYLE KORVER

Kyle Korver will replace an injured Dwyane Wade in 2015 NBA All-Star Game -  SBNation.com

Kyle Korver è stato uno dei migliori specialisti al tiro da tre punti della storia della NBA. La sua striscia di partite consecutive con almeno una tripla realizzata (127) è seconda soltanto a quella di 158 firmata Stephen Curry. Eppure, fosse stato per i normali sistemi di convocazione all’All Star Game, Korver non potrebbe vantare nessuna partecipazione. La guardia tiratrice che in carriera ha vestito le maglie di 76ers, Jazz, Bulls, Hawks, Cavaliers e Bucks, non è mai stata ufficialmente convocata ad un All Star Game, ma è stata selezionata d’ufficio dalla NBA nel 2015, per sostituire l’infortunato Dwayne Wade. La scelta della Lega fu motivata dalla volontà di premiare una delle migliori squadre di quella stagione, gli Hawks, con un quarto partecipante alla gara (oltre a Horford, Teague e Millsap) e di coronare con la partecipazione alla partita delle stelle l’irreale stagione di Korver chiusa con il 54% da dietro l’arco.

Kyle Korver rientra dunque nella nostra selezione non tanto per la sua partecipazione all’All Star Game 2015, quanto per il contrario: senza una sfortunata coincidenza come il forfait di Wade, uno dei migliori tiratori della storia della Lega non vi avrebbe mai partecipato.

 

MO WILLIAMS

Cavs Reunite With Point Guard Mo Williams On 2 Year Deal

Dopo Kyle Korver, è il turno di un altro giocatore non ufficialmente convocato per l’All Star Game, ma selezionato soltanto in un secondo momento per necessità. Mo Williams è stato sicuramente un buon giocatore NBA che nei suoi tredici anni di carriera ha messo a referto 13.2 punti, 2.8 rimbalzi e 4.9 assist a partita girovagando tra Jazz, Bucks, Cavaliers, Clippers, Blazers, T’Wolves e altre franchigie. Più volte Williams si è messo in mostra nella Lega con prestazioni fuori dal comune come i 44 punti segnati a Phoenix nel 2009 e i 52 realizzati nel 2015 con Timberwolves, nuovo record di franchigia per Minnesota.

Questi numeri di tutto rispetto descrivono senza dubbio un buon giocatore, ma non sono sufficienti per giustificare la sua presenza ad un evento esclusivo a cui partecipano unicamente le superstar della Lega. Mo Williams fu selezionato dalla NBA per sostituire l’infortunato Chris Bosh, con l’ottica di “premiare” l’ottima stagione dei Cleveland Cavaliers di Lebron James primi nella East Conference, ma la sua partecipazione ad un All Star Game da cui furono esclusi giocatori del calibro di Vince Carter, Kevin Durant e Carmelo Anthony risulta alquanto discutibile.

 

BILL BRADLEY

Cento di queste stagioni - Bill Bradley - Basketinside.com

“The Secretary of State”, “Mr. President”. Questi nickname non vi fanno venire in mente nessuna superstar della NBA che possa aver preso parte a qualche All Star Game nel corso della storia? Nessun problema, è comprensibile. Molto probabilmente Bill Bradley è più conosciuto per le vicende extra campo che non per la sua decennale esperienza NBA. Selezionato dai New York Knicks nel 1965, Bradley vanta una carriera sportiva di assoluto livello: vincitore dell’Eurolega nel 1966 con la Simmenthal Milano, medaglia d’oro con gli USA alle Olimpiadi di Tokyo 1964 e due volte campione NBA con i Knicks nel 1970 e nel 1973.

Non ci sarebbe da stupirsi dunque per una sua convocazione alla partita delle stelle nel 1973, se non fosse che Bradley è attualmente l’unico All Star nella storia ad aver sfiorato anche l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America. Ebbene sì, l’anno successivo al ritiro da giocatore, nel ’77, Bradley si candidò come senatore del New Jersey e ricoprì la carica fino al 1997. Nel 2000 tentò il grande salto iniziando la sua corsa alla Casa Bianca, senza tuttavia riscuotere grande successo. Alle primarie, Bradley si ritrovò a sfidare Al Gore per la nomination dei democratici e venne sonoramente sconfitto per 56 collegi a 0 (percentuali di voto 21.0% per Bradley e 75.4% per Gore, poi sconfitto alle elezioni generali da Bush Jr).

 

ALEX GROZA

Si può conquistare una convocazione all’All Star Game pur giocando solamente due stagioni nella NBA? Sì, se vi chiamate Alex Groza. Membro dei Kentucky “Fabulous Five” che conquistarono il titolo NCAA nel 1949, nella sua breve carriera Groza riuscì anche a vincere una medaglia d’oro olimpica con il Team USA a Londra nel 1948. Selezionato nel 1949 dagli Indianapolis Olympians, Groza fu inserito per entrambe le sue due stagioni in NBA nell’All-NBA First Team, a dimostrazione del suo indiscutibile valore come giocatore. Nelle 130 partite disputate con Indianapolis collezionò ben 22.5 punti di media, 10.7 rimbalzi e 2.4 assist che gli valsero appunto la convocazione al weekend delle star andato in scena a Boston nel ’51.

Quell’anno, però, rappresentò anche la fine della carriera del promettente Groza: a soli 25 anni fu sospeso a vita dalla NBA per il suo coinvolgimento nel CCNY point-shaving scandal. Lo scandalo, uno dei più grandi di sempre a livello di pallacanestro universitaria, coinvolse i City College of New York Beavers e altre sei scuole, tra cui proprio la University of Kentucky di Alex Groza, in un sistema di partite truccate e corruzione che riguardò almeno 86 match in ben 17 stati diversi.

Alex Groza rimase legato al mondo della pallacanestro e continuò la sua carriera nelle vesti di allenatore nelle ABA ancora per diversi anni, ma la sua esperienza NBA ebbe fine proprio pochi mesi dopo aver raggiunto l’apice con la convocazione tra le superstar della Lega all’All Star Game 1951.

 

Come abbiamo potuto osservare attraverso i cinque esempi che vi abbiamo appena proposto, le convocazioni all’evento di intrattenimento più atteso di tutta la stagione non sempre sono in linea con quello che un appuntamento di questo tipo rappresenta.

Il momento conclusivo dell’All Star Weekend dovrebbe vedere i migliori giocatori della NBA sfidarsi al livello di pallacanestro più alto possibile: nessun giovane da far crescere, nessun gregario, nessun giocatore di rotazione, solo superstar all’apice della propria carriera che si sfidano gli uni contro gli altri per il dominio della Lega. Tra sistemi di selezione controversi, convocazioni discutibili e una gara tendente sempre più allo spettacolo piuttosto che alla competitività, l’All Star Game è spesso bersaglio di critiche ed ha perso interesse nel corso degli anni. I tifosi contestano la mancanza di agonismo e i punteggi stratosferici frutto di difese pressoché nulle, i giocatori spesso “snobbano” la gara preferendo sfruttare le due settimane di pausa per lavorare individualmente e farsi trovare pronti alla seconda parte della stagione, eppure la partita delle stelle rimane un appuntamento fisso nella stagione degli appassionati di pallacanestro americana.

L’impressione però è che il tema delle convocazioni all’All Star Game, giustificate o discutibili, più o meno apprezzate dai fan, continuerà ad essere sulla bocca di tutti ogni gennaio/febbraio delle stagioni future, così come lo è stato in passato. E, nel nostro piccolo, speriamo di potervi raccontare ancora a lungo sì le schiacciate di Antetokounmpo, le triple di Curry e la classe di Durant, ma anche storie meno conosciute come quelle di Alex Groza o Bill Bradley.

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