Bastone o carota: l’esonero di Tom Thibodeau segna la fine degli allenatori “old-school”?

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Tom Thibodeau è stato esonerato dai Minnesota Timberwolves dopo due stagioni e mezza poco entusiasmanti. In 204 partite, il record dell’allenatore ex-Chicago sulla panchina dei lupi è di 97 vittorie e 107 sconfitte. Thibodeau, l’uomo forte scelto per rilanciare la franchigia dopo il tragico decesso di Flip Saunders, ha sì riportato Minnesota ai Playoffs dopo un digiuno lungo 13 stagioni, ma l’eliminazione al primo turno con un sonoro 4-1 da parte degli Houston Rockets è un risultato abbastanza deludente se si considerano le aspettative che c’erano sul promettente roster.

L’esperienza di Thibs sulla panchina dei Wolves è stata caratterizzata da un malcontento di fondo nello spogliatoio. In estate Jimmy Butler ha forzato una trade a suon di alterchi con allenatore e compagni di squadra, ma Thibodeau si è scontrato anche con l’altra stella della squadra, Karl-Anthony Towns. Secondo gli insider di Oltreoceano, proprio i cattivi rapporti tra Towns e il coach ex-Chicago hanno spinto la dirigenza a separarsi dall’allenatore.

L’esonero di Thibodeau, da sempre conosciuto per i suoi metodi bruschi e decisamente “old-school”, segna forse la fine di un certo modo di allenare i giocatori di pallacanestro, per lo meno in NBA. In diversi ambiti umani in cui c’è un processo di formazione, tra i quali figura sicuramente l’attività sportiva, si distinguono due principali strategie di insegnamento, riassunti nel gergo popolare dal rinomato dualismo tra bastone e carota. Per quanto riguarda la NBA, negli ultimi anni le vicissitudini sulle panchine delle varie franchigie sembrano illustrare una chiara tendenza: il bastone tende a scomparire per far posto alla carota. Thibodeau è solo l’ultimo, in ordine cronologico, a scontrarsi con questa realtà.

Jim Boylen non è proprio benvoluto nello spogliatoio dei Bulls.

Jim Boylen, anche lui sostenitore della vecchia scuola, ci aveva dovuto fare i conti qualche mese prima, a Chicago. Dopo aver preso in mano le redini dei Bulls in seguito all’esonero di Fred Hoiberg, Boylen, alla sua prima esperienza da head coach dopo anni di gavetta, ha tentato di usare il pugno duro con i suoi giocatori, sottoponendoli a faticosi allenamenti anche dopo le partite back-to-back. Il risultato non è stato dei migliori, con i giocatori che prima si sono lamentati con la stampa e poi addirittura rivolti alla Players Association, una sorta di sindacato dei giocatori NBA. Inutile sottolineare che l’aria pesante all’interno dello spogliatoio, insieme ad un roster concepito male in estate, non stia producendo risultati positivi per la franchigia dell’Illinois.

Sta affrontando problemi simili anche Scott Brooks, che in estate ha trovato una sistemazione a Washington dopo l’esperienza a Oklahoma City, interrotta nel 2015. L’ennesima stagione deludente degli Wizards è dovuta in parte anche al rapporto difficile tra il coach e lo spogliatoio. Alcuni componenti della rosa che hanno preferito rimanere anonimi si sono lamentati dello stile di allenamento del coach, definito “militaristico”. La possibilità di un suo esonero prematuro, palesata a inizio stagione, è stata messa in stand-by dalla dirigenza a causa dei numerosi infortuni e dei dubbi sulla direzione da prendere nelle stagioni a seguire.

Le difficoltà ad allenare con un metodo poco ortodosso, “alla Obradovic” per intenderci, non sono però una novità del 2018, bensì un processo cominciato qualche anno fa. Kevin McHale non ha più trovato una squadra da allenare dopo l’esperienza a Houston (2015), in cui si scontrò con il suo intero backcourt (la coppia Lowry-Harden) perché non si allenavano abbastanza duramente per i suoi standard. Simile è il discorso per George Karl, convinto estimatore della run&gun a Seattle negli anni ’90 e a Denver nel primo decennio del 2000. Karl non ha lasciato buoni ricordi nelle memorie dei numerosi giocatori da lui allenati, da Carmelo Anthony a DeMarcus Cousins, passando da Kenyon Martin, il quale lo definì “un uomo egoista, infelice e codardo”. La maggior parte dei giocatori si è rivoltata contro Karl e ne ha criticato i metodi dopo la pubblicazione del suo libro “Furious George” nel 2017. Infine, Lionel Hollins, statistiche alla mano il miglior allenatore della storia dei Memphis Grizzlies, pare aver avuto un rapporto difficile con i suoi giocatori sia a Memphis che a Brooklyn, l’ultima squadra da lui allenata. A Memphis, Hollins litigò con O.J. Mayo e Allen Iverson, rei di non prendere abbastanza sul serio gli allenamenti. Dopo l’esonero ai Nets, invece, fu il lungo Thaddeus Young a comunicare alla stampa il suo sollievo per non avere più un allenatore che “urlava addosso ai giocatori e non li elogiava mai”. Hollins e George sono senza squadra dal 2016.


Kenyon Martin twittò la sua opinione su George Karl nel 2016.

Parallelamente agli insuccessi degli allenatori che prediligono il bastone alla carota, cresce il numero di coach che ottengono il meglio dai propri giocatori grazie a un atteggiamento più rilassato e amichevole. Spesso si tratta di ex-giocatori ancora abbastanza giovani, che sanno come parlare ai propri atleti.

È il caso di Steve Kerr, capace di vincere il titolo NBA cinque volte da gregario di Michael Jordan e altre tre da allenatore degli Warrios, ma anche di Tyronn Lue. Quest’ultimo è stato spesso bistrattato dalla stampa, che tende a riconoscere i meriti del primo ed unico titolo della storia dei Cleveland Cavaliers al solo LeBron James. Tuttavia Lue è molto rispettato dai suoi colleghi, che ne ammirano proprio le capacità di comunicare con lo spogliatoio, forte della sua lunga esperienza da giocatore in squadre vincenti come i Lakers dei primi anni 2000. Un discorso simile va fatto per Luke Walton, attuale coach dei Lakers, che nel 2016 sostituì egregiamente Steve Kerr sulla panchina degli Warriors durante il suo periodo di convalescenza. Brad Stevens non ha mai giocato in NBA, ma il suo successo sulla panchina dei Celtics è dovuto sicuramente anche al suo modo elegante ed educato di comunicare con i giocatori, che lo rispettano e ammirano.


In questo video si nota tutta la calma di Steve Kerr nel parlare ai propri giocatori.

Ci sono altri allenatori, più esperti di quelli sopra citati, che devono la loro longeva carriera anche agli ottimi rapporti che sono riusciti a formare con lo spogliatoio. Rick Carlisle dei Dallas Mavericks, con il suo fare da gentleman, ha sempre ottenuto la stima dei propri giocatori, tanto è vero che anche Rajon Rondo, uno che di solito non ne manda a dire, ha dichiarato di apprezzare tuttora il suo ex-coach nonostante le incomprensioni avute durante la sua breve permanenza in Texas. In una lunga intervista con Marc J. Spears, Doc Rivers ha dichiarato che nei suoi 20 anni di carriera da allenatore ha capito che usare le maniere forti con i giocatori non paga. Secondo l’ex-coach dei Celtics, i giocatori, specialmente quelli afroamericani, hanno bisogno di vedere nell’allenatore una figura paterna, dato che una gran parte di loro è stata abbandonata dal padre in tenera età. Lo stesso Gregg Popovich, infine, è solito rivolgersi ai propri giocatori con termini tipo “fratello” o “figliolo”, a seconda dell’età del diretto interessato. Le sue iconiche strigliate nei time-out non sono altro che dei rimproveri paterni, severi, ma sempre rispettosi.

Il trend degli ultimi anni sembra dunque indicare che l’era del bastone sia finita. Oggi un allenatore, per avere successo in NBA, deve avere un approccio più amichevole e familiare con il proprio team. Questo cambiamento non fa che confermare come la NBA inizi ad appartenere sempre di più ai giocatori, piuttosto che ad allenatori o GM. Oggi più che mai sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, firmando contratti annuali, spingendo per essere scambiati o causando l’esonero dell’allenatore.

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