Caro LeBron, lo vuoi veramente il quarto anello?

Focus Rubriche

 

13 anni dopo la chiamata con la prima scelta assoluta al Draft del 2003, “The King” è finalmente riuscito a portare la sua Cleveland al successo. Nel mezzo un cammino tortuoso, con tante sconfitte e promesse esuberanti, un addio molto discusso ed un ritorno altrettanto chiaccherato; ma ora che la missione è compiuta, siamo sicuri che James non sia sazio?

20160619__SJM-WARRIORS-0620-03-1

19 giugno 2016.

LeBron è a terra, in lacrime. Sul parquet della Oracle Arena il nativo di Akron si sfoga in un pianto lunghissimo, intenso, viscerale, vagamente commovente. Mentre le telecamere indugiano a tratti sulla triste uscita di scena dei decaduti Warriors, fornendo uno sfondo dal sapore ancor più trionfale, James fa di quelle lacrime la fine neanche troppo simbolica di anni di tormenti, di pressioni enormi, di aspettative logoranti, di promesse a volte sopra le righe e spesso non mantenute. Lebron James è campione NBA, ma non è questo il motivo del pianto; lo avevamo già visto salire sul tetto più alto della lega in un altro paio di occasioni in quel di South Beach, ma adesso è tutta un’altra storia. Stavolta i compagni sono diversi, è diverso il coach, lo sono i suoi tifosi così come la maglia che porta indosso con il ritrovato 23: stavolta, per la prima volta, è casa.

Gli occhi lucidi di ‘Bron sono il sigillo su una stagione che vede Cleveland mettere in bacheca il primo trofeo della propria storia al termine di una serie di finale al calor bianco nella quale i ragazzi di coach Lue si affermano come la prima squadra nella storia della lega capace di rimontare da uno svantaggio di 1-3 nelle Finals.

Sì, il successo dei Cavs arriva agli onori della cronaca un po’ in ritardo: è lecito pensare che intorno alla metà degli anni 2000 la tabella di marcia della franchigia dell’Ohio non prevedesse esattamente un percorso del genere, ma questo è un altro discorso. Le magliette bruciate nell’estate di 6 anni fa sono un ricordo giurassico, la lettera infamante di Dan Gilbert un simpatico aneddoto da raccontare tra un festeggiamento e l’altro, e le pile di articoli sui fallimenti di LBJ un mucchio infinito di carta straccia.

Cleveland ha il suo trofeo.

La domanda è: a quando il prossimo?

downloadFacciamo un piccolo salto in avanti, giusto qualche giorno. In California la dirigenza della franchigia di Golden State non sembra intenzionata a passare un’anonima estate di lavoro in palestra. La battaglia contro i Cavs ricomincia subito, stavolta sul parquet mediatico: a meno di 20 giorni da gara-7 la squadra della Bahia accoglie tra le sue fila Kevin Durant, ex MVP della lega e ironicamente vicinissimo al colpaccio contro gli stessi Warriors proprio nella finale di conference del 2016, dove agli allora campioni in carica era servita, guarda un po’, proprio una rimonta da 1-3 per staccare il pass per le Finals. Scaricati Bogut e Barnes, Golden State va a puntellare il roster di una squadra già capace di battere il record di vittorie in regular season dei Bulls di Michael Jordan con un giocatore di caratura assoluta ed alcuni validi rimpiazzi, scomodando immediatamente non pochi paragoni con i migliori quintetti della storia del gioco, già accesissimi durante tutto l’arco della stagione regolare.

Reduce da un’esperienza di quasi 10 anni in maglia Thunder, lo scontento Kevin Durant trova casa in una San Francisco forse non altrettanto delusa dal punto di vista cestistico, ma sicuramente amareggiata dopo una stagione che era sembrata fino all’ultimo una lentissima ma inarrestabile incoronazione. Cosa resta al termine di un 2016 da 73 vittorie ed una lista infinita di record archiviati? Probabilmente un elenco altrettanto ampio di rimpianti, che spaziano dall’infortunio di Steph Curry contro Houston, che vizia di fatto le performance del 2 volte MVP per tutto il prosieguo dei Playoffs, alla squalifica inflitta a Draymond Green in gara 6, forse non così dubbia ma sicuramente importante ai fini del risultato.

In poco più di due settimane gli ex-campioni in carica hanno cambiato buona parte dei connotati del roster, che vede un quintetto con i vincitori degli ultimi 2 (3, in realtà) MVP, uno dei migliori all around nella storia del gioco e un quarto all star dal tiro mortifero come Klay Thompson, senza contare un centro interessante come Zaza Pachulia ed il sesto uomo Andre Iguodala.

Ma in Ohio la situazione è leggermente diversa.

Tra un paio di sigari ed una passeggiata a petto nudo per le strade di Cleveland Jr Smith non sembra prestare troppa attenzione alla rifirma del proprio contratto, LeBron James è di fatto irreperibile persino nei rumors di quarta categoria e se non fosse per qualche sporadica apparizione sui social network ci si domanderebbe se Big Three e co. non siano annegati nello champagne. La off-season dei Cavs procede in sordina per quasi due mesi, quando l’11 agosto le testate sportive di mezzo mondo riportano la notizia della ri-firma di LBJ all’astronomica cifra di 100 milioni di dollari in appena 3 anni, che fanno di “The Chosen One” il giocatore più pagato della lega.

La notizia coglie molti addetti ai lavori alla sprovvista. In un momento in cui gli unici rivali realmente credibili dei Cavs si preparano alla stagione successiva con il dente avvelenato ed un nuovo storico innesto, i campioni in carica saturano completamente il monte stipendi ripiegando per eventuali ed apparentemente necessarie migliorie solamente su scambi e free agent al minimo salariale.

Delavedova_Matthew-1040x572Sistemata in questo inaspettato modo la posizione di LeBron, le settimane continuano a scorrere senza che dall’Ohio giungano notizie di rilievo. JR Smith raggiunge un accordo con la società, Matthew Dellavedova si accasa ai Bucks, Mozgov ai Lakers e…basta. Alla viglia della stagione 2016-2017, tra i 15 nomi a roster per i Cavs ben 11 sono giocatori confermati dalla scorsa stagione, con le uniche aggiunte di Mike Dunleavy, Chris Andersen, DeAndre Liggins e Kay Felder, che appaiono poca cosa rispetto alle migliorie in casa Warriors.

Sorge quindi un interrogativo: i Cavaliers hanno quello che serve per bissare l’impresa della scorsa stagione in un eventuale (e per il momento probabile) re-match contro Golden State?

La risposta, apparentemente, non sembra positiva. I playoffs del 2016 hanno raccontato di una  Cleveland capace di aggiudicarsi la serie di finale solamente alla settima partita, in un contesto in cui i Warriors hanno dovuto metabolizzare gli infortuni di Curry, Bogut e Varejao, nonché la pesante squalifica di Draymond Green. Gap colmato in termini di sfortuna dopo le premature uscite di scena di Love ed Irving nel 2015? Forse, ma non è questo il punto focale del discorso.

Con Golden State a rafforzare la propria egemonia in termini di “strenght in numbers“, ci si sarebbe aspettati una reazione diversa da parte di LBJ, solitamente tutt’altro che acqua cheta nel fornire il suo punto di vista sulle mosse di mercato relative alla propria squadra (giocatori indispensabili, allenatori scomodi, taglio di capelli per gli scout e colore della biancheria del portiere del palazzo) , ma la realtà è andata a posizionarsi in maniera diametralmente opposta alle aspettative dei più.

Che LBJ sia convinto della solidità della squadra reputando superflui ulteriori innesti? O possiamo azzardare altre  ipotesi?

La ri-firma di LBJ arriva in un momento molto particolare nella carriera del giocatore stesso, che fuori dai campi di gioco aveva già messo a segno con l’aiuto del suo agente uno storico colpo di “mercato”, firmando un contratto a vita con la Nike per un valore totale stimato superiore al miliardo di dollari. Evitando di inciampare in spinose questioni morali, viene naturale chiedersi se dietro il rinnovo del 23 non vi sia qualcosa di più che la “semplice” voglia di essere il giocatore più pagato della lega o la ferma e relativamente poco probabile convinzione di avere una marcia in più rispetto a Curry e co.

Arrivato oramai alla soglia dei 32 anni, con già 13 stagioni alle spalle e 3 titoli in bacheca, accompagnati da 4 MVP ed il momentaneo 11esimo posto nella classifica all time dei marcatori NBA (la top 10 dista solamente 113 punti), possiamo pensare che per LBJ sia giunto il momento di considerarsi appagato?

Jordan_BronEra il 1993 quando Michael Jordan annunciava il suo primo ritiro dopo appena 9 stagioni nella lega. All’età di 29 anni His Airness appendeva le scarpe al chiodo dopo aver finalmente capitalizzato il suo mostruoso dominio portando a casa 3 titoli consecutivi, ritrovandosi nell’impossibilità di percepire nuove stimolanti sfide dopo aver già dimostrato ancora prima di vincere il suo straripante talento.

Epoche diverse, giocatori diversi, ma il parallelismo ingolosisce. Che LBJ sia sempre stato un predestinato non è mai stato argomento di discussione, e adesso che i suoi leggendari numeri sono accompagnati da 3 titoli NBA (con 7 finali raggiunte in carriera di cui 6 consecutive), alla luce di questo suo spettacoloso rinnovo contrattuale la sensazione che una parte della carriera, almeno a livello mentale, sia chiusa, rimane forte. La pressione sulle spalle diminuisce anno dopo anno, la promessa fatta alla sua Cleveland molto tempo fa ha finalmente trovato il suo coronamento e  ‘Bron, almeno cestisticamente, da l’impressione di aver portato a termine la sua missione.

Cleveland può tornare a vincere l’anello il prossimo anno? Ma soprattutto, per LeBron il bisogno di farlo è veramente così pressante? Abbiamo di fronte un giocatore realmente convinto della forza della sua squadra, senza la minima intenzione di cedere il trono oppure siamo davanti ad un nuovo LeBron, scevro dai vecchi logoramenti ed immune alle pressioni mediatiche, non più ossessionato (e quindi meno motivato) dalla conquista del titolo?

Anelli, MVP, un posto assicurato nella Hall Of Fame, una città ai suoi piedi e diverse firme su contratti faraonici. Cosa manca?

Forse solo il ritiro.

Per quello, speriamo, c’è ancora tempo.

 

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.