D’Antoni Day: ecco perché è diventato una leggenda di Milano e non solo

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Stasera, in occasione della sfida di Eurolega fra Milano e Malaga, partita in cui i meneghini tenteranno di conquistare la prima vittoria casalinga di queste top 16, verrà ritirata la mitica canotta numero 8 di Mike D’Antoni, sublime playmaker dell’Olimpia Milano dal 1977 al 1990, anno del ritiro. Durante queste stagioni è entrato nella storia del basket milanese e italiano, firmando record su record e meritando ampiamente la cerimonia che avrà luogo stasera. Per tutti coloro che conoscono solo il suo recente passato di allenatore Nba e non ne hanno dunque una buona considerazione per i fallimenti a New York e Los Angeles o per l’incompiuto giocattolino perfetto dei Phoenix Suns, ecco una serie di numeri, cifre, statistiche e aneddoti che spiegano la grandezza di questo personaggio nella storia della pallacanestro tricolore. Da ricordare, inoltre, che sempre qui in Italia D’Antoni ha mosso i suoi primi passi da allenatore, contribuendo ad aggiornare le bacheca di Treviso, oltre a quella della stessa Milano.

17= le stagioni vissute consecutivamente, da protagonista, a Milano, 13 da giocatore e 4 da allenatore. In questo lasso di tempo conquistò 5 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Korac, 1 Coppa Intercontinentale e 2 Coppe Italia sul parquet, 1 Coppa Korac seduto in panchina.

1978= Dan Peterson siede sulla panchina dell’Olimpia per la prima volta. Sarà l’inizio di una storia lunga e costernata di successi, del trio D’Antoni-McAdoo-Meneghin, ma anche di Schoene, Carroll, Premier e delle epiche lotte, in patria e in Europa, contro le varie Cantù, Roma, Bologna, Pesaro, Caserta e Livorno. Un’epoca non troppo lontana in cui il basket italiano era secondo solo a quello di oltreoceano.

24= a proposito della grandezza di Milano e del basket italiano in quegli anni, la compagine meneghina fu a lungo soprannominata come “la ventiquattresima squadra Nba” dal momento che le franchigie della lega americana erano 23 e non 30 come allora. D’Antoni ne era il faro e la guida.

5573= il record di punti nella storia di Milano, ancora imbattuto, di D’Antoni. Testimonianza di un grande giocatore.

455= Assieme al record dei punti non può mancare quello delle presenze, una vera e propria bandiera.

1138= altro giro, altra ruota, altro record. Stavolta si tratta di assist, non a caso era un play.

1146= Proprio perché era un play non poteva non detenere anche il record delle palle rubate.

520= record di triple realizzate. Curioso pensare come il tiro non fosse una delle sue armi preferite all’arrivo in Italia. Evidentemente, col tempo, ha migliorato questo fondamentale.

5= i minuti che impiegò a convincere il presidente Bogoncelli ad ingaggiarlo come oriundo. Per testarlo fu infatti organizzata un’amichevole contro la Federale di Lugano.

34= i punti di scarto inflitti nel 1986, nel turno preliminare di Coppa dei Campioni, all’Aris Salonicco, formidabile squadra greca dell’epoca trascinata dal talento di Galis, autore di 44 punti nel match di andata, vinto con 31 punti di scarto. La rimonta sembrava impossibile, ma un monumentale D’Antoni fu il maggior protagonista dell’83 a 49 del ritorno, preludio alla conquista del trofeo più agognato.

1982= Milano trionfa contro Pesaro nella finale scudetto. La decisiva gara 2, in casa, vedeva Meneghin e compagni perdere di 5 punti ad un minuto e mezzo dalla fine. Timeout di Peterson e parziale di 6 a 0 con canestro decisivo di D’Antoni. L’esempio più lampante del suo killer instinct.

Arsenio Lupin= il soprannome che gli fu affibbiato per la sua capacità di rubare palloni ai malcapitati avversari. Si narra però che la sua rubata migliore fu fatta fuori dal campo. Si tratta di sua moglie Laurel, modella invitata dal compagno di squadra Schoene, ma rapita da Mike in un galeotto passaggio in macchina. Considerando il felice matrimonio che ne è nato, ne valse veramente la pena. Campioni nel campo, ma anche nella vita.

Ecco perché stasera, al Forum, non ci sarà una semplice passerella con tanto di applausi meccanici e doverosi, ma una significativa e dovuta celebrazione di un pezzo di storia enorme del basket nostrano. 

 

 

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