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“Defiantly Different”: il rapporto della NBA con il movimento LGBTQ+

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Sorride timidamente Reggie Bullock quando, nella stanza delle riunioni dei Dallas Mavericks dopo gara-1 di finale di Conference persa contro i Golden State Warriors, una videochiamata speciale lo incorona “Social Justice Champion” della stagione 2021-2022.

Ad annunciarlo Kareem Abdul Jabbar, l’uomo a cui è intitolato il premio, che, di fronte a compagni e staff, ne elogia il lavoro, la forza di volontà e l’impegno per aver dato una voce ai membri della comunità LGBTQ+ nel suo primo anno nella città texana. Un anno a Dallas che, socialmente parlando, è valso molto di più: facendo squadra con gruppi come Dallas Southern Pride, House of Rebirth, la Muhlaysia Booker Foundation e tante altre; espandendo in Texas la sua associazione RemarkaBULL, che aiuta i membri a trovare casa e ad avere sempre un supporto e un aiuto; essendo il simbolo di NBA Voices per giovani membri della comunità.

Una sodalizio, quella tra Bullock e il movimento LGBTQ+, partito nel 2016 e che pian piano ha toccato molti punti, nonché tante personalità e momenti negli ultimi 10 anni.

Quasi una decade prima Jason Collins, veterano, centro dei Brooklyn Nets ai tempi, faceva il suo coming out davanti ai microfoni di Sports Illustrated nel maggio del 2013. Un momento centrale, giacché si parla  del primo storico coming out tra gli sportivi professionisti. «Sono un centro trentaquattrenne. Sono nero. E sono gay […] continuavo a dire a me stesso che il cielo era rosso, pur sapendo tutta la vita quanto azzurro in realtà fosse». Un vero e proprio taboo quello dell’omosessualità e dell’identità di genere nello sport, che da anni tiene soggiogati tanti atleti e atlete. I quali, per paura di ripercussioni interne e non, decidono di “rimanere nell’armadio“, come si usa dire in questi casi. Nascondendo la propria natura e vivendo con il groppone della conformità e dell’insicurezza sociale.

Uno studio del 2019 portato avanti da Out Of Field sul rapporto sport e omofobia ha rivelato come, statisticamente parlando, l’81% degli uomini gay e il 74% delle donne lesbiche sotto i 22 anni non riescano ad “uscire allo scoperto”  per paure di discriminazioni nello spogliatoio e sul campo. Allo stesso tempo il 73% degli atleti/e omosessuali crede non sia sicuro per loro fare sport in età adolescenziale. E, ancora, che l’80% dei partecipanti allo studio (circa 9500 sportivi/e) ha subito, durante la carriera agonistica, comportamenti omofobi, insulti o atteggiamenti discriminanti.

Una cultura machista insomma. Che Collins prima, e le colleghe Elena Delle Donne, Diana Taurasi e Brittney Griner (prima atleta dichiaratamente non binaria) poi ha contribuito a scalfire.

Ma non si può distruggere un muro in un giorno. E non lo si può fare da soli. Specialmente quando i mezzi sono limitati. Ecco dunque entrare nella narrazione quella che è una vera e propria tragedia. Ma che, in una nuvola di puntini, delinea un disegno.

Il 16 Luglio 2014 Reggie Bullock perdeva la sorella Mia Henderson, pugnalata alla schiena e al petto nella notte. Omicidio transfobico, a cui seguono altri due nella stessa contea in North Carolina. Il cestista è devastato e vola a casa per stare vicino ai familiari. Elaborare quanto è accaduto però è troppo difficile. A morire è stata quella che, con il tempo, era diventata un’eroina per lui. Un’assoluta fonte di ispirazione…era talmente a suo agio con sé stessa, che la sua sicurezza mi ha in un certo senso motivato a sentirmi più me stesso» – dalla lettera scritta da Bullock su The Players’ Tribune ndr.].

Sente di non averla protetta. Sente di non esserle stato vicino quando magari aveva bisogno di qualcuno che le guardasse le spalle. Da quel momento in poi non può più fare niente per Mia, ma il “cosa avrei potuto fare per lei?” muta presto in “che cosa posso fare per tutti gli altri?“; per tutte le altre persone fuori senza una voce o qualcuno che guardi loro le spalle.

Da questa tragedia, da Detroit due anni dopo, inizia una nuova vita per Reggie. La sua storia viaggia senza freni città per città, stato per stato, con l’intento di promuovere l’eguaglianza di genere e il movimento LGBTQ+. Dalla Pride Night sino alla donazione da 25.000 dollari a G.L.A.A.D, gruppo di avvocati di difesa del movimento. Passando per il sostegno della NBA durante la marcia del Pride newyorkese del 2018.

Il commissioner Adam Silver è il primo infatti a rispondere presente. Una lega che, negli anni, aveva messo la testa dentro la sabbia più volte di fronte alle iniziative della comunità, diventa promotrice del movimento. Anche a costo di venir meno a promesse lobbystiche. Come accaduto nel 2017, quando, chiamata a decidere sull’All Star Game a Charlotte, l’association decise di spostare l’evento a New Orleans in sostegno della comunità LGBTQ+ e contro la “North Carolina’s House Bill 2”, un disegno di legge che limita la protezione contro la discriminazione di genere all’interno dello stato.
E se da un lato la promozione a livello mondiale della città era fondamentale e i suoi promotori (tra cui Michael Jordan e Stephen Curry) lo erano ancora di più, dall’altro la decisione di anteporre il lato economico per continuare a perseguire gli obiettivi di eguaglianza e libertà individuale non fu da meno. Con non poche frizioni da una parte ed elogi dall’altra.

Un anno e qualche mese dopo la NBA tornava a ribadire quella linea di pensiero anche dai carri nella Fifth Avenue. Con lo stesso Silver, Jason Collins, Reggie e il piccolo Treyson Bullock e tantə altrə ragazzə di NBA Voice. E con una scritta, affiancata da Mr Logo, che recitava “Defiantly Different“.
Diversi, ma in maniera provocatoria. Perché in una società ancora spesso in bianco e nero come quella sportiva, essere colorati è, tutt’ora, qualcosa di incredibilmente insolente. Con buona pace di chi ancora non lo accetta e supporto per chi vive la propria “insolenza” liberamente, lottando spesso contro discriminazione e violenze. Nonché estremo rispetto per chi, come Mia Henderson, ha pagato con la vita.

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