Dominique Wilkins e l’arte della schiacciata

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Il 12 Gennaio 1960 nasce Jacques Dominique Wilkins: proprio così, Jacques, perché la famiglia Wilkins in quegli anni vive in Francia, a Parigi, dove il papà è di stanza per l’aeronautica militare. Come ben sappiamo quando gli dei del basket ci mettono lo zampino, ci tengono a fare le cose per bene, quindi vi suggerisco di appuntarvi questo piccolo retroscena di cui magari non sapevate niente.

Una volta tornati in America, Nique mostra da subito un fisico prorompente ed una coordinazione magnifica: all’High School guadagna talmente tanta fama che diventa uno dei principali prospetti dello stato e finisce addirittura sulla ricercatissima copertina di Sport Illustrated. Come si guadagnò tante attenzioni da parte dei media? Vi riporto il tabellino di un’anonima partita di regular season: 48 punti, 27 rimbalzi e 8 stoppate, qualcosa di assolutamente incredibile.

WilkinsFrequenta la University of Georgia e in quei tre anni passati a migliorarsi e lavorare sul proprio gioco, senza però rinunciare a togliersi le prime soddisfazioni a livello individuale: partecipa al McDonald’s All-American Game (doppia doppia da 16+12) e vince il SEC Men’s Basketball Player of the Year nel 1981 dopo una stagione a 21.6 di media.

La chiamata in NBA non può non arrivare e con la terza scelta assoluta viene scelto da Utah nel 1982: per un motivo o per un altro non giocherà mai nemmeno una partita con la maglia dei Jazz, perché viene scambiato per John Drew, Freeman Williams e 1 milione cash agli Atlanta Hawks.

Nel suo anno da rookie sorprese tutti da subito, con una stagione impressionata, conclusa viaggiando a 17.5 punti e 5.8 rimbalzi di media: gli Hawks chiudono con un record di 43-39 e vengono eliminati dai Boston Celtics al primo turno. Boston appunto: nascerà una rivalità storica tra Wilkins e Bird, Hawks e Celtics, che si daranno battaglia negli anni ’80 con delle serie playoff spettacolari. Purtroppo sotto la guida di coach Mike Fratello la squadra non riesce ad andare oltre il primo turno, fino alla stagione 1986/1987: il roster presenta tra gli esterni Spud Webb, Doc Rivers e Gus Williams e superati i Pacers al primo turno, sono costretti ad arrendersi di fronte ai Bad Boys di Motorcity, i Pistons di Isiah Thomas. La squadra è solida e in regular season non scende mai sotto il 50% di vittorie (unica eccezione stagione 1991/1992), ma in quegli anni la Eastern Conference ha un livello decisamente alto e le antagoniste non mancano: prima i Celtics, poi i Pistons e infine i Bulls, squadre veramente troppo forti per gli Hawks.

Wilkins - Bird

Nique era prima di tutto un attaccante: ha chiuso per 12 stagioni consecutive con almeno 20 o più punti di media, eccezione fatta per il suo primo anno da rookie e al termine della carriera, guadagnandosi anche il premio di miglior marcatore nel 1985/1986 con 30.3 punti di media. Aveva un approccio molto aggressivo alla partita, molto fisico, e quando batteva il proprio uomo dal palleggio o con un back door, si fiondava a canestro. Prendete con le pinze quello che dico, ma per intensità e dominio fisico Russell Westbrook lo ricorda per alcuni tratti: un treno senza fermate, diretto al ferro. Nel suo arsenale mancava un tiro affidabile dalla media/lunga distanza, ma ad onor del vero per quanto le statistiche dicano che non fosse così costante dall’arco (31,9% in carriera), di sicuro Wilkins non rinunciava a prendersi i suoi tiri e nei momenti decisivi era capace di portarsi a casa la vittoria. Bisogna ammettere però di come in difesa non fosse proprio proprio affidabile.

Dominique WilkinsNon è stato per nulla facile recuperare alcune sue partite, perché in qualsiasi motore di ricerca tu possa provare, non ci sono santi: solo video di schiacciate. Per carità, sono uno più bello dell’altro e poi ne parleremo di quel suo talento per un gesto tecnico più complicato di quello che si pensi, ma Nique non sapeva solo schiacciare.

Prima di tutto, come accennato prima, era un ottimo attaccante lontano dalla palla: grazie ad un’ottima visione di gioco era in grado di trovare sempre il modo per guadagnare 5/10 cm sul difensore e ricevere libero. Senza perdere tempo a raccontare quanto fosse un ottimo rimbalzista, grazie al suo fisico agile ma ben strutturato, vorrei far notare come negli anni abbia saputo sviluppare il proprio IQ cestistico per migliorarsi come passatore: non tantissimi assist (3.8 di media nel 1991/1992, massimo in carriera), ma molto funzionale per la circolazione della palla all’interno della squadra e soprattutto bravissimo a liberarsi della palla non appena raddoppiato, a meno che non potesse schiacciare nel traffico in testa a 2/3 difensori.

Come detto gli Hawks non riescono mai a completare l’ultimo step per il definitivo salto di qualità e nella stagione 1993/1994 sembra sia finalmente arrivato il momento per loro: sotto la guida di Lenny Wilkens, Atlanta pareggia il record di vittorie della storia della franchigia a quota 57 e Wilkins all’età di 33 anni è pronto per raggiungere l’ultimo traguardo. Ironia della sorte dopo 11 stagioni con i suoi Hawks viene scambiato a febbraio con i Los Angeles Clippers. L’unica soddisfazione arriva in estate, quando con la nazionale americana riesce a vincere la medaglia d’oro ai mondiali del 1994 con “l’altro Dream Team”, dando comunque una sua impronta nel corso della competizione insieme allo straripante Shaquille O’Neal.

Le schiacciate dicevamo. Un giocatore mai visto prima. Intanto per l’incredibile sfida nata negli anni con Michael Jordan allo “Slam dunk contest” (vinto sia nel 1985 che nel 1990, secondo nel 1988), per il quale potremmo scrivere un articolo a parte, ma soprattutto per la capacità di riportare quei movimenti anche all’interno di una partita di regular season. Era totalmente inconcepibili per i tempi, ma lo sarebbe tuttora, come riuscisse in mezzo a 2/3 giocatori a saltare, coordinarsi e concludere con energia al ferro.  Non si trattava semplicemente di “cattiveria agonistica” o rabbia. Per Wilkins era normale aggredire forte il canestro, come fosse la degna conclusione di tutti i movimenti che costruiva per crearsi questo gesto. Poi riusciva sempre ad inventarsi qualcosa di diverso, in campo aperto e non: un totale controllo del corpo, quasi come se una volta in aria il tempo rallentasse e lui potesse decidere con un semplicità inverosimile di cambiare direzione. Ma in fondo se il tuo soprannome è “the Human Highlight” un motivo ci sarà giusto?

Wilkins arriva all’età di 33 anni con un grosso punto interrogativo: come rilanciare la propria carriera?

Parliamoci chiaro: a livello individuale si era affermato tra i migliori della Lega, 9 volte All Star, 7 volte nei primi tre quintetti NBA e miglior marcatore, ma se non si considera il Mondiale del 1994 non ha mai vinto niente. Un perdente in sostanza. Ma il fato ci mise lo zampino e dopo aver firmato da free agent per un anno proprio con quei Boston Celtics, al termine della stagione 1994/95 Wilkins si trasferisce in Grecia con il Panathinaikos: non chiedetemi il perché, non lo so. Non immagino cosa possa spingere un giocatore che ha appena terminato la sua tredicesima stagione nba a 17.8 punti e 5.2 rimbalzi di media a trasferirsi in Europa, ma tanto è che fu un’annata travolgente, culminata con la vittoria della Coppa dei Campioni. Trascina i greci in finale dopo essersi sbarazzato del CSKA Mosca con 35 punti e 8 rimbalzi: contro il Barcelona in finale è una lotta all’ultimo sangue, ma trionfa il Pana per 67-66 con 16 punti e 10 rimbalzi di Nique. Primo titolo europeo per il Pana e finalmente primo trofeo a livello di club per il nostro, che ovviamente si aggiudica anche il titolo di MVP delle Final Four. Ho tralasciato un particolare: dove vennero disputate le finali di Coppa dei Campioni? Dove tutto era cominciato: a Paris, Mesdames et Messieurs. 

Ci sarebbe anche una piccola parentesi italiana, con la maglia della Fortitudo Bologna: una stagione incredibile, che regalerà il primo trofeo della storia delle Effe, ma purtroppo la sua avventura italiana fu completamente macchiata da un fallo su “quel figlio di buona donna” (cestisticamente parlando sia chiaro) di Sasa Danilovic, a pochi secondi dal termine di gara 5 delle finali di campionato. Riproverà a tornare in NBA a 39 anni, ma dopo un anno con gli Orlando Magic si ritirerà nel 1999.

Termina la carriera al dodicesimo posto per punti segnati nella NBA (26668) e sarà introdotto nella Hall of Fame nel 2006: secondo molti è incredibile come sia rimasto escluso dalla cerimonia per i 50 migliori giocatori NBA di tutti i tempi, ma non ci sono dubbi sul fatto che sia stato uno dei giocatori più esplosivi della storia.

 

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