Rimane solo una stagione al Real, ad uno così non serve troppo tempo per fare la storia di un club. Nonostante la sconfitta in cinque gare contro gli odiati, e sono tenero, rivali del Barça nella finale playoff del campionato spagnolo(Dražen mantiene ancora oggi i record per maggior numero di punti, 42, e assist,8, nelle finali del campionato spagnolo), i madrileni in quella stessa stagione vincono la Coppa del Re e la Saporta Cup. A proposito quest’ultima provate a chiedere a qualche appassionato più “stagionato”, vedrete una strana luce accendersi nei suoi occhi, magari velata da un po’ di tristezza. Soprattutto nel caso di un tifoso campano. Ed è giusto così, in fin dei conti. La finale della Saporta di quell’anno fu Real Madrid-Snaidero Caserta. Probabilmente fu uno di quei regali che un divino decide di regalare agli uomini per ricordare loro di credere ancora un po’ alla presenza della magia in questa terra: quello che doveva essere un successo annunciato per i Madrileni si rivelò un confronto durissimo e ad armi pari tra i Blancos e il “Piccolo miracolo del Sud” di Coach Franco Marcelletti che provò in ogni modo a fermare Petrović. Non ci furono mosse tattiche adeguate quel giorno, “Il Mozart dei canestri” decise che quella doveva essere una delle sue serate speciali e nonostante la grinta Caserta si trovò sotto fin da subito. Petrovic in campo ricordò a tutti perché gli sportivi sembrano così vicini alle divinità greche, lo spettacolo dello sport sta anche nel vedere capacità umane portate al loro apice. E fu appunto un scontro fra titani, fra dei: Caserta si fece prepotentemente sotto grazie alle magie di Oscar Schmidt e Nando Gentile, recuperando palloni su palloni con la sapiente zona 1-3-1 orchestrata da da coach Marcelletti. Si andò al supplementare grazie al pareggio, 102-102, operato da bolide di Oscar scagliato da più di sette metri di distanza. Anche per dei ragazzi con un cuore così grande deve scoccare la mezzanotte: finì 119-113 per il Madrid, con Petrović miglior marcatore a quota 62 (12/14 da 2pt, 8/16 da 3pt e 14/15 tl) al termine di un duello indimenticabile contro Oscar, fermo a “soli” 44 punti (6/11 da 3pt, 16/17 tl), e Gentile (34 punti). Forse la partita più bella vista in Europa. Chi non ha visto le immagini, corra su Youtube (tranquilli, ve lo posto qui sotto, il video) a redimersi oppure consegni pallone e canotta all’uscita. E così si conclude la carriera europea di quelle che probabilmente è stato il più forte giocatore del vecchio continente. Con la stagione 1989/90 alle porte decide di fare il grande salto e dichiara a Sport Illustrated: “In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba”. Anche nelle parole del fratello Aza, la motivazione principale che spinse Petrović a lasciare l’Europa per l’America era la ricerca di nuove sfide non certo il miraggio di un guadagno maggiore come qualche maligno ipotizzò. Era già abbastanza ricco, come dimostra il contrattone siglato con il Real di cui abbiamo parlato nella prima parte.

Una franchigia dell’Est, una sfortunata franchigia dell’Est, decide di investire sul croato: “Ragazzi, ‘sto tizio non dev’essere poi tanto male” , avrà detto qualcuno. La franchigia oggi ha recentemente ha cambiato nome e luogo, ma ancora per un po’ i più continueranno a chiamarli Nets, New Jersey Nets. La truppa comandata da Coach Bill Fitch è considerata talentuosa ma anche una delle più problematiche della lega. Petro può subito godere di un minutaggio più elevato e andrà a chiudere la stagione 12.6 punti di media in 43 gare con la canotta dei Nets. E’ la catarsi cestistica del croato.
Nella stagione successiva la sua media punti tocca i venti per sera proiettandolo tra i primi quindici giocatori della lega. Finalmente anche oltreoceano possono ammirare tutto il suo repertorio: un tiro chirurgico e stilisticamente perfetto; visione di gioco assolutamente straordinaria; una sensibilità di palleggio e controllo palla che quasi fa pensare ad un qualche legame genetico tra i due. Ma non solo, l’uso magnifico che fa del piede perno gli permette di essere pericolo anche vicino a canestro, la pazzesca velocità di esecuzione e il suo gioco ricco di uno-contro-uno mandano in visibilio il pubblico a stelle e strisce. Inoltre una buona dose di faccia tosta e grinta gli permettono di giocare senza paura contro tipetti molto competitivi come Michael Jordan. Trascinati da Petro, che segna anche numerosi trentelli come quello ai Rockets e i 39 inflitti a Boston al Garden, trascina i Nets ai playoff. Dove mancavano dal 1986. La squadra esce per 3-1 al primo turno contro Cleveland. In gara uno Dražen ne infila ben 40. E state ben attenti, perché la storia non è ancora finita.

Alla vigilia della stagione NBA 1992/93 ci sono buone aspettative per Dražen e i Nets, Chuck Daly è il nuovo allenatore e un talento come Derrick Coleman, un 4 straordinario, sembra più motivato che mai. La squadra però non parte benissimo e sulle prime il record è negativo, ma tra la fine del grigio mese di Novembre e i primi giorni di Dicembre arrivano sei vittorie consecutive che permettono a New Jersey di ingranare. Finalmente Petrović è considerato degno di calcare i parquet della NBA. Durante la stagione lo si vede a proprio agio con tutti gli avversari, che lo rispettano e ammirano; sfidarsi ad una gara di tiri dentro la partita con Reggie Miller facendo volare anche qualche bell’insulto, come piaceva a quello che era uno dei King del Trash Talking. Anche Petro era un carattere dei più focosi e se c’era bisogno di rispondere a tono sembrava quasi divertirsi, anche se il meglio lo diede nella finale di qualche anno prima con Caserta. L’apogeo del trash su un campo europeo, davvero. Anche con divinità come “His Airness” Jordan si concede qualche lusso. A volte uscendo fin troppo dagli schemi. Dovete sapere, miei cari 24 lettori, che quando il nostro uomo si trovava ancora al Cibona insieme al fratello Aza aveva ideato una divertente coreografia: l’aeroplano. Sì, altro che Montella o Zola, due grandissimi indubbiamente anche se Magic Box è il mio preferito, il primo aeroplanino sportivo è dei fratelli Petrović. Un gesto in cui amava esibirsi dopo ognuno dei tanti mirabolanti canestri che metteva a segno, la massima espressione degli atteggiamenti da prima donna cui spesso si lasciava andare. Una sera ci troviamo al Madison Squadre Garden, Petro la butta dentro. Decide di tornare in difesa facendo l’aeroplano ma ha la brutta idea di fare quello sberleffo a Patrick Ewing. Dražen ha davvero l’impressione di volare e , no, non è madre natura che gli vuole concedere un altro regalo: è un infuriato Pat che acchiappatolo per la collottola (il colletto della canotta, in verità) lo solleva per aria e a muso duro gli dice “What fuckin’ thing are you doing?”. Mantenendo un certo tono, l’espressione è traducibile con “Cosa diavolo credi di fare?”. Petro fa spallucce e gli chiede per favore di tornare a camminare tra i terrestri. Impagabile.

Tra tantissimi alti e pochi bassi (appena due volte sotto la doppia cifra in stagione) Petro trascinò la propria franchigia ai Playoffs per il secondo anno consecutivo. Di nuovo contro i Cavaliers. I Nets lottano ma non riescono a vincere. Sono fuori 3-2. Petro gioca bene, ma stecca inspiegabilmente Gara-5. Giura che il prossimo anno ce la farà. Sarebbe stato bello che gli fosse stata data la possibilità di riuscirci. Comunque, quella appena conclusa è una stagione ricca di soddisfazioni: 22,6 punti per gara con oltre il 50% dal campo, quasi il 45% da tre, 87% dalla lunetta, 3,4 assist e 1,3 rubate. E’ tra i primi 11 marcatori della lega, sarà l’unico a non ricevere la chiamata per l’All-Star Game. La delusione verrà compensata in parte dall’inserimento nel terzo quintetto NBA. Primo europeo a ricevere l’onore.
La stagione successiva si preannuncia interessante per Dražen. Il suo contratto con i Nets è in scadenza e lui non è convinto di accettare il rinnovo. Non contentissimo delle continue e interminabili trasferte americane riflette su un biennale che gli arriva dalla Grecia, mittente Panathinaikos. Dubito fortemente su un suo ritorno in Europa, alla fine avrebbe seguito le sirene dei Knicks. Lì, insieme a quel Patrick Ewing che per poco non gli torse il collo l’anno prima, avrebbe potuto ascendere alla candida rosa, per dirla come Dante, vincendo il titolo NBA.
Prima di tutto questo però bisogna tornare a vestire la maglia della Croazia: c’è un girone di qualificazione all’Europeo da vincere.
Link del duello tra Petrovic e Oscar, nella Finale di Saporta Cup.
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