“Una volta ha rubato una palla ed è partito a tutta velocità. Cavolo, mi sono detto, quello è come Flash! … Ding! Ecco come lo chiameremo: Flash!”
-Shaquille O’Neal
Dwyane Wade nasce a South Side, Chicago, Illinois. Quartiere noto per la vicinanza allo United Center, le gang, la maratona, le gang, e per aver ospitato un giovane Barak Obama.
Ah, e anche per le gang.

La separazione dal marito, come racconterà successivamente proprio Jolinda, spinge la madre a cercare sollievo in sostanze stupefacenti e bevande dalla forte gradazione alcolica, che le impediscono a larghi tratti di badare ai suoi due figli.
E’ il 1991. Wade ha appena compiuto 9 anni, e la situazione in casa non sembra migliorare: mamma JoLinda passa più tempo a cercare la prossima dose che a prendersi cura dei figli, e Tragil, già migliore amica e punto di riferimento per il piccolo Wade, deve improvvisarsi anche mamma. Dwyane è l’ombra della sorella più grande, la segue di giorno e gioca con le sue amiche, le confida i suoi pensieri. Quando non riesce a pedinarla o non ha voglia di giocare al salto alla corda, il figlio di JoLinda passa le giornate sotto un portico, seduto su dei gradini diroccati. Lì, in religioso silenzio e con un’aria innocentemente curiosa, il piccolo Dwyane assite ad ogni genere di attività illecita delle gang, dalle quali la madre fa sempre più fatica a tenerlo a distanza. La sorella maggiore di Wade ha solamente pochi anni in più del fratello, ma il discreto numero di amicizie con i coetanei di sesso opposto le ha dato uno scorcio di quello che molto probabilmente sarà il futuro di Dwyane: droga, disoccupazione, o un posto sotto una croce.
E’ un freddo pomeriggio del 1991, e Tragil chiede a Dwyane di accompagnarla al cinema. Il vaggio in autobus è lungo, molto lungo. Troppo lungo. La fermata del cinema è passata da un pezzo quando Tragil scende con il fratellino dall’autobus: sulla 79esima, dove abita il padre di Wade.
“Torno a prenderti domani, le tue cose sono al piano di sopra”.
Con la stessa aria innocente dei pomeriggi passati sotto il portico, il piccolo Dwyane accetta di passare la notte dal padre, e si piazza davanti alla finestra sbriciando gli autobus che passano proprio sotto la sua camera.
Ci metterà un po’, ma capirà che la sorella non tornerà a prenderlo tanto presto. Tragil ha fatto una scelta, si è separata dal fratello per allontanarlo da una realtà difficile e far sì che l’infuenza del padre possa tirar fuori qualcosa di buono da Dwyane, in un ambiente più consono alle esigenze di un bambino di quell’età.
Il piccolo Dwyane è deluso, terribilmente arrabbiato con la sorella, si sente abbandonato. Nel giro di un paio di giorni i salti con la corda e i pedinamenti alla sorella vengono sostituiti dal gioco duro dei tre fratellastri e del padre, uomo di grande disciplina che non ha nessuna intenzione di far cadere i propri figli nelle cattive abitudini del posto. La sveglia suona presto, molto presto, Dwyane Sr. vuole che i suoi ragazzi si allenino per tutto il giorno, e il piccolo Wade cerca di abituarsi e compensare la differenza di stazza fisica con suoi fratellastri, in particolare con Demetris che come il padre non risparmia spintoni e stoppate ad ogni suo tentativo. I pianti e canestri fortunosi di Dwyane gli fanno guadagnare il soprannome “lucky”, in virtù della grande fortuna che serviva al piccolo Wade per realizzare anche un solo punto.

Ma l’infuenza del fratello Demetris, diventato qualche anno prima la star della squadra, è una presenza troppo ingombrante per Wade, e lo spinge a tralasciare gli allenamenti per dedicarsi al football, dove l’ombra del fratellone non lo impensierisce.
Dopo essersi diviso per tutto il secondo anno tra la spalla a spicchi e quella ovale, Dwyane decide di tornare a dedicarsi a tempo pieno al basket, e dopo aver guadagnato centimentri in estate esplode definitivamente nell’anno da Junior collezionando 20 punti e 7 rimbalzi a partita. Nel suo ultimo anno alla Richards, Wade infrange il record per punti segnati in una stagione: i suoi 27 di meda conducono la squadra ad un record di 24-5.

L’anno da Sophomore vede sbocciare Wade, che diventa subito leader della squadra a 18 di media e guida Marquette ad un record di 26-7. E’ il preludio a quella che l’anno successivo sarà la definita consacrazione del giovane Dwyane, capace di riportare Marquette alle Final Four per la prima volta dal 1977.
5 Marzo 2002. JoLinda Wade è appena uscita dal carcere. La mamma di Dwyane 2 anni prima ha deciso di ripagare il suo debito con la giustizia, e si è costituita alle autorità. Ha passato quasi due anni in carcere, durante i quali si è scritta lunghe lettere con il figlio, ma non ha idea di cosa sia diventato per Marquette. Sa’ solamente che la sua squadra è tornata alle Final Four, e vorrebbe assistere a quella che sarà l’ultima partita in casa per il figlio.
Le preghiere di Dwyane vengono accolte: le autorità concedono a JoLinda possibiltà di recarsi al palazzetto.
Marquette perderà le finali, ma Dwyane ritroverà sua madre. Correrà ad abbracciarla al termine della partita, in mezzo allo stesso bagno di folla che lo aveva acclamato per i tre anni precedenti.
Nessuna storia particolarmente toccante, nessun dettaglio che non sia già stato visto in altri racconti, nessun particolare inedito o anche solo vagamente originale. Solamente il glorioso epilogo, diametralmente opposto alle premesse, che caratterizza i protagonisti della nostra rubrica.
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