È arrivato il momento di dimostrare la canturinità

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Canturinità non è un termine che troverete su nessun tipo di dizionario ma che qualsiasi amante del basket conosce e di cui sa il significato. Beh, è il momento che i canturini la dimostrino. Per davvero.

Ricostruiamo la situazione. Ad inizio novembre del 2015, praticamente due anni fa, Dmitry Gerasimenko, magnete russo dell’acciaio, è diventato presidente e proprietario della Pallacanestro Cantù, dichiarando di voler riportare la società brianzola ai fasti di un tempo e costruire il nuovo palazzetto, atteso dai tifosi biancoblu dalla fine degli anni Ottanta. Le premesse e promesse – nonostante oggi siano scesi tutti dal carro – erano più che buone (o forse le uniche): Gerasimenko ha subito speso parecchi capitali (più di dieci milioni in questo biennio), portando in Lombardia gente del calibro di Kyrylo Fesenko, Roko Leni Ukic, JaJuan Johnson, Gani Lawal, coach Rimas Kurtinaitis e altri ancora.

Poi però sono successe cose più grandi di Cantù, e probabilmente di Gerasimenko stesso, che hanno portato alla situazione attuale: l’ammutinamento dei giocatori per mancato pagamento degli stipendi. I veri motivi di questo netto ridimensionamento del budget e della “fuga” di Dmitry a Cipro non si conoscono con dovizia di particolari perché, come ben sappiamo, gli affari russi sono tra i più nebulosi e complicati, ancora maggiormente se vissute da lontano. Sta di fatto che, da metà della passata stagione a questa parte, i capitali non sono arrivati con grande regolarità, anzi, ed è nato molto malcontento tra i giocatori: il primo è stato Vaidas Kariniauskas (che è andato a giocare in Romania) e gli ultimi, in ordine cronologico, sono stati tutti gli italiani del roster attuale, che non hanno visto finora nessun compenso economico, passando per Culpepper e Thomas, i quali avevano iniziato a lamentarsi già durante il ritiro estivo di Bormio.

Sorge ora una domanda spontanea: si può andare avanti a vivere alla giornata? Chiaramente no. Il problema vero è l’assenza, allo stato attuale delle cose, di un’alternativa concreta al patron russo. E non è una novità di oggi, è qualcosa che Cantù si porta avanti da anni. Perché a Gerasimenko si è arrivati quando Anna Cremascoli, ex presidentessa, ha lanciato un grido d’aiuto e nessuno (o quasi) ha risposto presente all’appello, obbligando TIC, Tutti Insieme Cantù, (che ha fatto un grandissimo lavoro e lo sta facendo tuttora) a consegnare le chiavi della proprietà in mano al russo, il quale sicuramente non le ha gestite in maniera ortodossa, ma ha permesso alla società di sopravvivere per altre due stagioni. A questo punto è evidente che non si possa più andare avanti con lui, ma siamo sempre fermi al palo: senza (come pare) nessuna cordata pronta a rilevare l’84% delle quote detenute dall’ucraino.

È proprio ora che deve venire fuori la canturinità di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo, altrimenti da qui a fare la fine della JuveCaserta, altra piazza storica del nostro basket che ci ha abbandonati per mancanza soldi, il passo è molto breve. Con la storia non si pagano gli stipendi, ed è inutile continuare ad evocare i tempi gloriosissimi della famiglia Allievi e di quelli dei presidenti vincenti che hanno succeduto lo Sciur Aldo. Adesso è arrivato il tempo dei fatti, altrimenti il fallimento è una soluzione più che possibile perché, come ha ricordato giustamente anche Gerasimenko (che non è per nulla uno sprovveduto, come molti credono): “Cantù è dei canturini”. È arrivato veramente il momento di dimostrarlo, altrimenti di Cantù rimarranno solamente i ricordi, raccontati da una generazione, che sta piano piano scomparendo, ai propri nipoti e il bellissimo album delle figurine, lì a testimoniare cos’è Cantù e cosa deve tornare ad essere grazie ai canturini.

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