Earl Monroe e lo showtime prima di Magic

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La rubrica “Memories of Champions” ha lo scopo di raccontare vita, morte e miracoli dei giocatori che più hanno influenzato il mondo della pallacanestro nba, ma non è sempre facile trovare storie che non risultino banali o scontate. Cercando negli “archivi” della Lega, mi sono imbattuto in un giocatore che è stato il simbolo della comunità afroamericana, leggenda dei playground capace di ispirare addirittura un regista come Spike Lee.

Earl Monroe

Nato a Philadelphia il 21 Novembre 1944, Earl Monroe deve fare subito i conti con un’infanzia difficile a causa dei quartieri poco raccomandabili di South Philly e prova con lo sport a tenersi lontano dai guai: in giovane età soprattutto il football e il baseball catturano l’attenzione del piccolo Monroe. Piccolo per modo di dire, perché all’età di 14 anni cresce fino ad arrivare a 1 metro e 90 e si appassiona presto al basket.

Finisce per giocare a Winston-Salem, nello stato del North Carolina in Division II: università frequentata principalmente da afroamericani. Sotto la guida di Clarence Gaines, allenatore della squadra, ma soprattutto figura paterna, Earl inizia a esprimere un tipo di pallacanestro meno didattica e più istintiva: in questi anni comincia a mettersi in mostra sui più importanti playground della città e quello stesso stile di gioco, il “gioco da campetto”, lo porta anche in palestra.

Dopo un primo anno sottotono, esplode nelle due stagioni successive chiudendo il campionato con 23.2 e 29.8 punti di media, fino a trascinare i suoi alla vittoria del campionato nel suo anno da senior con 41.5 punti a partita e il titolo di miglior giocatore dell’anno.

MonroeNon può non finire sui radar dei gm un giocatore così: non il solito playmaker bianco a cui erano abituati, ma un giocatore atletico capace di segnare in svariati modi, con l’innata dote di concludere con estrema facilità al ferro. Al Draft del 1967 viene scelto con la seconda scelta assoluta dai Baltimore Bullets: inutile dire di come il suo impatto sul gioco sia dei migliori, vincendo il titolo di matricola dell’anno davanti a gente del calibro di Jimmy Walker e Walt Frazier.

I Bullets negli anni successivi diventano una delle migliori squadre della Lega, ma ai playoffs vengono eliminati per due anni consecutivi dai New York Knicks al primo turno. Nel 1971 arriva la vendetta: la squadra costruita intorno a Monroe e Wes Unseld (spero di non dovervi spiegare chi sia), riesce finalmente ad eliminare i Knicks e aggiudicarsi il titolo della Eastern Conference. In finale però devono fare i conti con i Milwaukee Bucks: a roster figurano due giocatori che rispondono al nome di Lew Alcindor e Oscar Robertson. Impresa troppo ardua per i Bullets, che nonostante gli sforzi di Monroe (che chiude con 21.4 a sera), vengono eliminati per 4-0.

Una stagione incredibile che fa ben sperare ai tifosi di Washington se non fosse che, quella stessa estate del 1971, Monroe viene incredibilmente ceduto ai tanto odiati New York Knicks. I dubbi che circolano intorno all’ambiente sono innumerevoli e soprattutto giustificati: Monroe è all’apice della carriera, un giocatore affermato che però ha sempre dimostrato di voler essere al centro dei riflettori. A New York raggiunge il suo arcirivale Walt Frazier, in una squadra che a roster figura anche Willis Reed e alcune personalità ingombranti. Come farà il nostro ad integrarsi in un sistema già collaudato senza sconvolgere il gioco della squadra?

Monroe e Frazier

Monroe era un accentratore del gioco, immarcabile negli uno contro uno, con un primo passo difficile da contenere e bravissimo a concludere al ferro. Era solito partire dal post, proprio grazie ai tanti anni passati a giocare da centro, e non era per niente facile intuire cosa avrebbe inventato ogni singola azione, anche perché non dimentichiamoci che era in grado di confezionare assist precisi per i suoi compagni complice un’ottima visione del campo.

Prima di Magic Johnson c’era un altro Magic. Black Magic per la precisione

Era così che tutti chiamavano Earl Monroe: Black Magic, per il suo stile di gioco, perché portava sul parquet spettacolo. Era sempre alla ricerca di una giocata che facesse alzare il pubblico dal seggiolino, che costringesse gli avversari a scuotere la testa, qualcosa che lasciasse un segno. Una delle migliori qualità di cui però non ho ancora parlato era la sua abilità nel ball-handling.

Noi oggi restiamo ammaliati da Steph Curry o Chris Paul: ecco una volta Monroe era in assoluto il migliore. Non era possibile rubargli la palla, non aveva alcun senso forzare un raddoppio o una zona press perché non c’erano santi. Non potevi rubare la palla a Black Magic.

Ai Knicks si trasforma completamente e si mette al servizio della squadra: sembra irriconoscibile perché non pretende più di avere sempre la palla in mano, non pretende che la squadra giochi per lui, ma è lui che gioca per la sua squadra, e nonostante le sue cifre calino vistosamente, forma insieme a Frazier una delle coppie più dominanti della Lega e dopo un anno travagliato dagli infortuni, nel 1973 arriva il secondo titolo nba per New York che batte i Los Angeles Lakers in cinque partite.

Negli anni successivi, con i ritiri di Willis Reed e Jerry Lucas, la squadra non riuscirà più a confermarsi a questi livelli: Monroe torna ad essere protagonista, aumentando le cifre personali (20.9 punti nel 1973/74) e regalandosi ancora due convocazioni all’All Star Game (1975 e 1977) prima del suo ritiro nel 1980.

EarlQuando però parliamo della carriera di Monroe, non dovremmo fermarci solamente al titolo del 1973 o all’introduzione nella Hall of Fame (1990), ma si dovrebbe considerare quanto il suo gioco abbia influenzato l’ambiente della pallacanestro: è stato senza ombra di dubbio uno dei primi giocatore a prendere parte alla trasformazione del ruolo di guardia. Il suo stile di gioco, contraddistinto da movimenti incredibili, ricco di finte, doppi passi e tiri in sospensione, gli ha permesso di diventare una vera e proprio leggenda tra i giocatori afroamericani. In “He Got Game” il personaggio interpretato da Ray Allen (Jesus Shuttlesworth) prende il nome proprio da Earl Monroe, the Black Jesus.

E se state pensando a quello che penso io la risposta è si: Federico Buffa per il suo libro (uscito nel 1999) si è ispirato proprio a lui.

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