Esclusiva BU – Alessandro Acquaviva, alla scoperta del college basket e di… Smush Parker

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Alessandro Acquaviva, nato a Napoli nel 1982, è stato uno dei primi italiani ad andare a giocare al college negli USA, laureandosi nel 2004 in Business Administration. Ha scelto di iscriversi alla Fordham University, situata a New York, giocando nella stessa squadra di Smush Parker, ex giocatore NBA, e Adrian Walton, famoso nei playground della Grande Mela. Ha affrontato anche stelle della NBA come Dwyane Wade e David West ed è attualmente reduce da una promozione in serie B, raggiunta con il Basket Iseo.

Perché hai deciso di intraprendere la strada del college?

Volevo inseguire un sogno, quello di diventare un giocatore di basket, e allo stesso tempo poter studiare; andare al college è l’unico modo per farlo.

Come si è svolto il reclutamento?

Non sono stati loro a reclutarmi, sono stato io che ho deciso di andare. L’estate prima di partire per gli USA sono andato ad un camp estivo e un allenatore di college mi ha detto che secondo lui avevo le carte in regola per giocare nella sua squadra. Poi, avendo ricevuto un’offerta da un’altra università, ho scelto di andare a giocare a Fordham University perché mi piaceva maggiormente.

Come era il tuo rapporto con coach Bob Hill, allenatore visto in Italia con la Virtus Bologna e in molte squadre della NBA?

Avevo un ottimo rapporto con lui. È una persona fantastica. Ha una conoscenza della pallacanestro che non si pensa sia possibile avere. È stato emozionante fare parte della sua squadra, nonostante i risultati siano stati pessimi.

Hai qualche aneddoto da raccontare su Smush Parker, tuo compagno di squadra al college, controverso ex giocatore NBA?

Sì, c’è stato un periodo in cui vivevo insieme a Smush, poiché non aveva i voti sufficientemente alti per entrare al college, quindi all’inizio alloggiava fuori dal campus e io avevo un appartamento. Bob Hill mi chiese di ospitarlo a casa mia fino a quando non avesse ottenuto i voti necessari per entrare al college e di conseguenza essere ammesso nel dormitorio interno all’università. Solo che Bob Hill mi aveva detto che l’università mi avrebbe pagato una parte dell’affitto, dato che i primi due anni non avevo ancora una borsa di studio. In realtà né Smush né l’università mi pagarono mai l’affitto; il college dava a Parker i soldi con i quali avrebbe dovuto pagare l’affitto dell’appartamento, e lui se li teneva. A Natale vennero i miei genitori a trovarmi, erano al corrente di tutto, anche perché era mio padre a sborsare i soldi per l’affitto. Un giorno Smush era fuori casa per l’allenamento e fece rientro prima di me. Mia mamma, che non parla inglese, aprì la porta di casa e con una scopa in mano gli disse: “Tu ora non entri più in casa fino a quando non avrai pagato l’affitto!”. Lui non capì niente, comprese solamente che doveva tornare indietro per chiedermi cosa stesse accadendo. Mia mamma potrà raccontare di aver cacciato Smush Parker con la scopa!

Come si svolgeva la tua tipica giornata nell’università?

Vi erano due tipologie di giornate: quella della pre-season e quella che coincideva con la stagione regolare del campionato di basket. Durante la pre-season ci svegliavamo alle 5,30 di mattina, dalle 6,30 alle 7,30 svolgevamo la preparazione atletica e in seguito andavamo a lezione. L’università americana è bella perché hai la possibilità di scegliere le lezioni che vuoi frequentare ed il tuo orario accademico, ma normalmente si seguono i corsi dalla mattina sino all’ora di pranzo e dalle 18 in poi. Di conseguenza si dispone di un intervallo pomeridiano, infatti terminate le lezioni mattutine andavamo in palestra e passavamo molto tempo ad allenarci, soprattutto prima dell’inizio della stagione, in quanto in America c’è un’etica del lavoro diversa rispetto a quella italiana. Successivamente tornavamo a lezione e, quando terminava, avevamo la serata libera. Durante la stagione ci si svegliava ad un orario ordinario, si seguivano le lezioni del mattino e si andava nel refettorio per pranzare, facevamo allenamento ed infine andavamo alle lezioni serali, quando avevamo finito eravamo liberi di fare ciò che volevamo.

Ormai diversi giocatori italiani hanno intrapreso la carriera universitaria negli Stati Uniti, pensi che sia una esperienza utile per migliorare come giocatori o aiuti più per crescere come persone?

Sicuramente è un’esperienza non utile, ma utilissima. Probabilmente mi ha fatto crescere maggiormente come persona, è soggettivo. Credo che sia un’esperienza da fare se si ha la possibilità di viverla.

 

Tutta la redazione di BasketUniverso ringrazia Alessandro Acquaviva per la disponibilità dimostrata e gli augura il meglio per il prosieguo della carriera cestistica.

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