Esclusiva BU, Claudio Coldebella: “In Italia il basket non è sostenibile. Chi lo manda avanti è un eroe! NextGen la strada giusta”

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BasketUniverso ha avuto il piacere di intervistare in esclusiva Claudio Coldebella, attuale direttore sportivo dell’Unics Kazan ed ex direttore generale della Pallacanestro Varese e della Lega Nazionale Pallacanestro.
Con Coldebella abbiamo parlato della sua esperienza in Russia ma anche di quella a Varese e della situazione del basket italiano.

Partiamo da quest’estate. Tu pensavi di dover continuare il tuo percorso a Varese ma poi è arrivata la chiamata da Kazan. Com’è avvenuto il contatto? Chi c’era dall’altra parte della cornetta?

“Il contatto è stato abbastanza inaspettato. Da parte mia c’è sempre stato il desiderio di allargare i confini di quella che è la mia vita professionale. L’ho fatto da giocare appena ho potuto; ho lasciato la mia comfort zone da capitano di Bologna per andare all’AEK Atene – che era arrivata ottava l’anno precedente – e che siamo riusciti a portare fino alla finale di EuroLega.
Dall’altra parte della cornetta c’era chi gestisce il management del club”.

A Varese però avevi già iniziato a fare mercato e avevi già chiuso molte trattative. Com’è lasciare una campagna acquisti a metà estate ed iniziarne un’altra?

“La verità è che il mercato davvero non dorme mai. Causa infortuni noi direttori sportivi dobbiamo sempre monitorare le varie situazioni.
L’aspetto bello di Varese è che è un club di pallacanestro – e non è così scontato – e chi ci lavora è molto competente. Lavorare con professionisti del calibro di Attilio Caja e Toto Bulgheroni mi ha aiutato tanto nel crescere professionalmente e nel capire durante l’anno quali fossero le mosse giuste da fare e in che momento.
Arrivando alla domanda, quando sono arrivato a Varese, due anni fa, c’erano ancora i playoff in ballo, ma noi avevamo già praticamente firmato Aleksa Avramovic. E abbiamo fatto lo stesso anche sei mesi fa: mentre si stava svolgendo la post season contro Brescia, stavamo già parlando con alcuni agenti e giocatori”.

All’Unics avete confermato buona parte del roster dell’anno scorso, inserendo la ciliegina sulla tornata chiamata Errick McCollum, fratello di CJ. Raccontaci un po’ la vostra squadra.

“Che bello! È bellissimo poter lavorare in una squadra che conferma allenatore e giocatori, i quali, al tempo stesso, scelgono di restare. Poi sono stati aggiunti altri ragazzi che sono andati a completare e a migliore il roster. Però l’aspetto conferme è stato fondamentale perché questi hanno guidato i nuovi nell’adattarsi velocemente ad una realtà sconosciuta e hanno spiegato loro come funzionano le cose qui”.

A livello di risultati finora non vi potete lamentare perché avete perso solamente due partite, una in campionato ed una in EuroCup. Quali obiettivi vi siete dati? Tornare in EuroLeague o tramite la VTB oppure tramite la coppa?

“Gli obiettivi vogliamo darceli noi stessi. Quando lavori e giochi per un club di questo tipo, l’obiettivo è arrivare al top. E oggi il top è l’EuroLega. Per organizzazione, budget, strutture, l’Unics deve provare a fare quella competizione. C’è ancora molto da lavorare ma la direzione è quella giusta.
Il campionato è veramente difficile perché, a differenza di altre leghe nazionali, la VTB ha ulteriormente innalzato la propria competitività”.

Immagino che con i tuoi mille impegni fai fatica a vedere tante partite di Serie A ma qualche volta ti capita di dare un occhio all’Openjobmetis, dato che, come detto prima, tu hai praticamente costruito tutto il roster?

“Io vedo tutte le partite. Serie A, Serie A2 e anche altri campionati europei. Oggi fortunatamente la pallacanestro si può vedere stando seduti sul divano di casa propria. E vedo anche Varese, che sta facendo bene e ciò mi fa estremamente piacere.
Sul discorso roster, la cosa bella è che chi lavora per l’Openjobmetis è un corpo unico composto da tre teste, le quali pensano sempre all’unisono: il dottor Bulgheroni, il coach e il direttore sportivo. Per cui non sono stato io a prendere questo oppure quello, tutti insieme abbiamo deciso, e sono certo che stanno facendo lo stesso anche adesso con Andrea Conti, grandissimo professionista”.

La VTB è tra i primi tre campionati europei per importanza. Che differenze hai trovato rispetto al nostro? Quali sono i gap che dobbiamo colmare e dove invece i russi hanno da imparare da noi?

“C’è sempre da imparare. La differenza più grande è che fare un campionato qui vuol dire praticamente fare un’ulteriore coppa europea perché la Russia è davvero grande. E non capisci quant’è grande finché non ci vivi e giochi. Non c’è nessuna trasferta che puoi fare in pullman o treno, devi sempre prendere un aereo. Per esempio, quando siamo andati a Krasnojarsk, in Siberia, abbiamo attraversato quattro fusi orari, cinque ore di viaggio da Mosca. Poi devi giocare, lo devi fare bene, e magari il martedì o il mercoledì sei stato dall’altra parte d’Europa. È impressionante.
Un altro aspetto che sto conoscendo è che sei obbligato ad avere roster da 14-15 giocatori, non più solo da 12. A me piace anche analizzare altri sport: io sono cresciuto con rose calcistiche da 17-18 giocatori, poi sono salite a 22-23, e ora siamo oltre i 25. Lo stesso sta succedendo anche nella pallacanestro perché gli infortuni sono molto più frequenti, l’atletismo è maggiore, le partite di più, eccetera. Sta diventando fondamentale anche saper amministrare il recupero fisico perché hai poco tempo per allenarti e spesso sei su un aereo. Inoltre non è semplice gestire il rapporto con i giocatori. Ai miei tempi ce n’era 7-8 che stavano sul parquet, gli altri erano giovani e non pretendevano di essere messi in campo. Oggi invece hai 15 professionisti e non è sempre facile far capir loro che per tre settimane di fila devono stare in panchina e alla quarta devono giocare e fare la differenza.

Ci vuole un attimo a staccare la spina, mentre molto di più a riattaccarla”.

Quest’anno si è passati dal 3+4+5 al 6+6, pensando che con un italiano in più ci fosse più spazio per i nostri atleti, ma è successo l’esatto contrario, perché adesso i team fanno giocare oltre 30 minuti gli stranieri e gli italiani servono solo per dar loro fiato. Pensi comunque che sia stata la scelta giusta?

“La risposta giusta credo che non ci sia. Mi fa piacere dire che c’è una volontà di far qualcosa con i giovani e la Next Generation Cup ne è l’esempio. Essa è nata attraverso un tavolo di lavoro formato da tutti i direttori sportivi e general manager di Serie A.
Secondo me è venuta fuori una bella iniziativa perché io, da Kazan, ho visto in streaming dei giovani interessanti e con del futuro dinnanzi a sé. Alla fine comunque io resto dell’idea che i giovani forti giocano, a prescindere dalla nazionalità”.

Visto che hai fatto per molti anni la parte politica dello sport, come vedi la nostra Serie A da un punto di vista del prodotto e della sostenibilità?

“Ad oggi purtroppo la verità è che la pallacanestro in Italia non è sostenibile. E non ho paura di dirlo. Perché tutti quanti lo sappiamo. Dobbiamo ringraziare tutti quegli eroi che investono nel basket: parlo di sponsor, grandi industriali, ma anche i tifosi stessi che la domenica vanno nei palazzetti. In A2 ci sono Treviso e Fortitudo Bologna che fanno 5000 persone ogni weekend. Ripeto, sono degli eroi, ma questo dimostra che il basket piace, e anche tanto. Speriamo che si vadano a sistemare alcuni aspetti nel giro di pochi anni”.

Prima di questa intervista sono andato sul sito della VTB League per dare uno sguardo al vostro percorso nel campionato domestico e ho visto una sezione: Youth League. Di cosa si tratta precisamente?

“C’è una formula in Russia che mi piace molto, ovvero tutte le squadre di VTB hanno la possibilità di avere un team in SuperLeague, che è praticamente la nostra A2. Noi di Kazan non l’abbiamo ma, per esempio, il CSKA ce l’ha, il Lokomotiv Kuban anche. E la cosa positiva è che un tuo giocatore può passare liberamente dalla seconda alla prima squadra e viceversa.
La Youth League è un campionato giovanile dove vi sono tutte le formazioni giovanili delle partecipanti alla VTB”.

In Italia stiamo provando a fare un esperimento simile con la NextGen, come detto sopra, ma forse non sarebbe meglio creare delle seconde squadre e farle giocare in campionati veri come possono essere l’A2 o la Serie B?

“Non è semplicissimo perché in Italia vogliamo vincere. Ci sono realtà che hanno provato a farlo tra Serie B e Serie C, ma sono davvero poche quelle che ci sono riuscite. Io penso che la NextGen sia la strada giusta da percorrere perché si tratta di una specie di finale nazionale che però giochi durante l’anno!”.

Ringraziamo Claudio Coldebella per l’enorme disponibilità dimostrataci e gli facciamo un grosso in bocca al lupo per la sua avventura a Kazan.

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