Esclusiva BU, Gianmarco Pozzecco: “Esperienza stupenda al Cedevita. Tornare in Italia? Preferirei di no”

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Gianmarco Pozzecco, un’icona del basket italiano, si è raccontato in esclusiva a BasketUniverso. Il Poz ha trascorso gli ultimi due anni da vice allenatore al Cedevita Zagabria, insieme al suo compagno di squadra a Varese, nel 1998-1999, Veljko Mrsic. I due si sono tolti più di una soddisfazione perché hanno alzato entrambi gli anni lo scudetto croato, ma ora voleranno verso altri lidi, avendo dato l’addio alla squadra di Zagabria. Abbiamo parlato naturalmente di questa esperienza, ma anche della sua Varese, di Capo d’Orlando e infine di Nazionale.

Partiamo dagli ultimi due anni in Croazia. Avete vinto due volte il campionato: che esperienza è stata e che emozioni hai vissuto?

Sono contento per vari motivi. Il primo, il più importante, è che sono stato arruolato da Veljko Mrsic e questo mi ha fatto clamorosamente piacere, perché essere scelto da un tuo ex compagno di squadra significa che ti ha apprezzato, non solo a livello tecnico, ma anche umano. E’ stato un attestato di fiducia importante e, per me, nella vita, questo conta più di moltissime altre cose. Il secondo motivo è che ho conosciuto una società e delle persone davvero fantastiche. Dal proprietario, Emil Tedeschi dell’Atlantic Grupe, persona umilissima, come tutti i croati del resto, all’amministratore delegato del gruppo, nonché presidente del Cedevita, Mladen Veber, altra persona spettacolare. Vi racconto una perla, giusto per farvi capire che aria si respirava. Dopo la vittoria dell’ultimo scudetto siamo andati a festeggiare nel bar del centro sportivo dove ci alleniamo; ad un certo punto scatta una gara di tiro da tre punti – eravamo belli alticci – tra me e il nostro miglior tiratore. Lui fa 2/5, io parto, metto il primo e mi tolgo la camicia, metto il secondo e mi tolgo i pantaloni. Ero solo in mutande. A quel punto lui non se la prende con me per come ero (poco) vestito, perché c’erano altre persone che ci stavano guardando, ma si avvicina alla centralina per spegnere la corrente dell’impianto; sbaglio il terzo ma metto il quarto. Buio totale e io ero totalmente nudo, come mamma mi ha fatto. Questo per farvi capire che tipo di persona fantastica è Veber. In più Zagabria è una città bellissima, dove tutti parlano inglese, quindi davvero mi è impossibile trovare lati negativi di quest’esperienza.

 

Questa era la tua prima esperienza da vice allenatore: che differenze hai trovato?

E’ sicuramente un ruolo diverso perché l’allenatore non deve essere troppo amico dei giocatori. Deve farsi volere bene, ma comunque mantenere una certa distanza. Forse nella mia carriera ho commesso quest’errore, soprattutto a diventare loro amico troppo presto, ma le esperienze insegnano. Da assistant coach invece hai proprio questo ruolo bellissimo di mediatore tra giocatori ed head coach, però alla fine sono riuscito a convincere entrambi, facendo andare la macchina in una certa direzione. Inoltre fare il vice per un paio di stagioni mi è stato molto utile a livello di crescita personale, perché per un ex giocatore è più facile allenare che fare l’assistente, ti mancano delle competenze tecniche che quando sei in campo non ti servono; esempio banale: prima di arrivare in Croazia sapevo a malapena montare un video, oggi so usare benissimo Synergy, e questo si è rivelato fondamentale in alcuni momenti della stagione, anche durante la finale contro Cibona. Oggi fare un video ben dettagliato ti può svoltare la stagione. Questo naturalmente non vuol dire che un ex giocatore non possa allenare subito, però spesso si deve affidare ad un vice che abbia delle competenze davvero importanti. Forse la cosa che più mi ha formato è stato vedere la pallacanestro per due anni da un punto di vista diverso: sei un allenatore, ma non lo sei, perché non hai addosso tutte le pressioni del caso, e spesso la pressione non ti permette di vedere tutto con lucidità.

 

Quanto ha influito il rapporto pregresso che avevi con Mrsic da giocatore?

Ecco, questo è un altro aspetto fondamentale. Io non so come un allenatore tratta un vice, ma so come Veljko Mrsic ha trattato me: non ho mai vissuto negativamente il fatto di ricoprire un ruolo operativo e un po’ meno di campo. C’è sempre stato un rapporto paritario tra me e lui, non mi sono mai sentito inferiore a Veljko. Lo dico senza poca ipocrisia: non so quanto durerei a fare il vice con uno che mi tratta con disprezzo e superiorità, come spesso fanno gli head coach con gli assistenti. E proprio ora che me ne sono reso conto, devo chiedere scusa a tutti i miei vice allenatori perché forse ogni tanto non mi sono comportato come Mrsic ha sempre fatto con me, quindi, se dovessi allenare, anche da questo punto di vista sarei molto più preparato.

 

Avete deciso entrambi di lasciare il Cedevita: come mai questa scelta?

Ad essere sincero io avevo scelto precedentemente di lasciare Zagabria, soprattutto perché in un mio progetto di crescita è giusto che io faccia qualcosa di diverso. Invece Veljko ha fatto benissimo in questa due stagioni, perciò è lecito che esca dalla Croazia e provi l’avventura in qualche località un po’ più grande e che gli dia una vetrina internazionale ancor più importante rispetto a quella del Cedevita.

 

Non c’è mai stata la possibilità che tu diventassi il suo sostituto, una volta che Mrsic ha deciso di lasciare?

Non me l’hanno mai detto di persona, ma se ne parlava. Sinceramente non so come mi sarei comportato in quel caso perché prendere il posto di Veljko non è bellissimo, da una parte, ma, dall’altra, sarebbe stata comunque una grandissima opportunità per la mia carriera. Certamente ne avrei prima parlato con lui, che mi avrebbe dato senza dubbio il suo benestare, e poi avrei deciso. Però forse è meglio così, magari in futuro si vedrà. Sicuramente non avrei preso il suo posto a stagione in corso: fosse stato cacciato, sarei venuto via con lui!

 

E ora quale sarà il tuo futuro? Si dice che vorresti tornare in Italia…

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Guarda, ho letto anch’io che a me piacerebbe tornare in Italia, ma la verità è che preferirei di no. Se potessi scegliere tra allenare in Europa e in Italia, sceglierei sicuramente la prima. Questo non significa che io non voglia fare il coach nel nostro Paese, perché non è così, ma, ripeto, se potessi scegliere, preferirei avere una panchina all’estero. Per prima cosa sarebbe più formativo per me a livello professionale e, secondo, perché in Italia c’è troppo poco divario tra le squadre: vinci due partite, sei ai Playoff, ne perdi due, lotti per non retrocedere. Ecco, questo è importante perché certe volte è meglio rifiutare “il contrattone” e andare a prendere un po’ di meno ma con un progetto a lungo raggio. La carriera di un allenatore è condizionata dalle scelte che fa: se un giocatore è bravo, lo è anche l’anno dopo, nonostante non abbia fatto bene come in quello precedente, mentre un allenatore può rischiare di stare fermo tantissimo se fa la scelta sbagliata.

 

Sei stato protagonista di un timeout molto bello durante la partita contro il Partizan Belgrado, dove hai detto ai tuoi ragazzi “possiamo vincere questa partita senza nessun problema”. In quelle circostanze quanto influisce essere stato un giocatore di altissimi livelli e che quindi ha vissuto certi momenti sul parquet?

Tantissimo. In quel momento lì si vede la considerazione che i giocatori hanno nei tuoi confronti. E quindi, se hanno stima verso di te, vanno i campo e ti danno tutto, se invece ti considerano come solo uno che è lì a scrivere sulla lavagnetta, giocano contro di te. Io ero certo che ce l’avremmo fatta perché fin da subito me l’avevano fatto capire. Poi il finale è stato meraviglioso e gli abbracci sul parquet sono lì a dimostrarlo.

 

Facciamo un passo indietro e torniamo alla tua esperienza varesina. Sei arrivato con tantissime aspettative, perché tu sei per Varese l’eroe dello Scudetto: questo può avere influito sul fatto che le cose non siano andate come speravi?

Sì. Non erano tanto aspettative legate ai risultati, ma più che altro al passato. La più grande paura era rovinare il meraviglioso rapporto che si era andato a creare con la piazza, la mia seconda casa, da giocatore. Il passato era davvero l’unica cosa che non volevo cambiare e spero di non aver cambiato. Lo chiedevo ogni giorno alla mia fidanzata: è andata a tanto così dal lasciarmi perché non mi sopportava più! (ride, ndr).

 

Ma se potessi tornare indietro, firmeresti di nuovo a Varese?

Sì. E’ come se vai in contropiede, hai Michael Jordan da una parte e Sandro De Pol dall’altra: la passi a Jordan, lui sbaglia. E allora ti chiedono: “Tornando indietro la passeresti a Sandro?”. Ma mai nella vita, la dò sempre a Jordan!

 

Cosa ne pensi dell’attuale situazione di Varese? I soldi non sono molti, ma hanno deciso di ripartire da un vecchio lupo di mare come Attilio Caja.

A parte che subito dopo di me è arrivato lui e io stesso avevo consigliato Caja alla società come mio sostituto; mi prendo questo piccolo merito. Pensavo lo confermassero anche per la stagione successiva, ma sono voluti andare su un allenatore in fase di crescita come Paolo Moretti. Ottimo coach, che non ha fatto male a Varese, anche se poi è arrivato il suo esonero. Quest’anno era quantomeno dovuto che confermassero Caja, visto quello che ha fatto nel finale di stagione. I soldi son pochi ma la passione è sempre tantissima. Questo conta più dei soldi. Mi auguro che prima o poi trovino la forza economica per tornare ad essere la capitale del basket italiano, com’è stata per molti anni, ma per il momento godiamoci la pallacanestro di alto livello a Varese e l’amore che la città ha nei confronti di questa squadr

 

Sei stato anche a Capo d’Orlando, prima da giocatore e poi da allenatore. Quest’anno hanno fatto un vero e proprio miracolo sportivo: ti potevi immaginare che in così poco tempo riuscissero ad arrivare alle Final Eight di Coppa Italia, ai Playoff e infine ai preliminari di Champions League?

Chi è stato a Capo d’Orlando, sa che è un miracolo sportivo da sempre, perché non è possibile che una città di 13000 anime abbia una squadra in Serie A e giochi una competizione europea. Il vantaggio enorme che hanno loro è avere due geni della pallacanestro: Enzo e Peppe Sindoni. Io sono di parte perché ci ho lavorato insieme, ma Peppe è davvero il numero uno della Serie A. Ma due spanne sopra agli altri. Quest’anno ha perso Bruno Fitipaldo, è andato a prendere Ivanovic, che male non ha fatto per niente. In teoria, se perdi un giocatore del calibro dell’uruguaiano, dovresti retrocedere, invece sono comunque riusciti ad arrivare ai Playoff. Peppe Sindoni ha costruito una squadra europea con un budget limitato, quindi non è vero che i soldi fanno tutto, anche se, ripeto, di Peppe ce n’è solo uno in tutta la Serie A.

 

Chiudiamo con una domanda sulla Nazionale. Questi ragazzi finora hanno sempre fatto trenta e non sono mai riusciti a fare trentuno, cosa manca loro per fare quell’ultimo salto di qualità?

Il problema è che oggi ci sono moltissime Nazionali forti che prima non c’erano. Una volta giocavi contro la Jugoslavia e la Russia, oggi ci sono Ucraina, Georgia, Serbia, Croazia, Lituania, Bosnia, eccetera. Al tempo arrivavi terzo, oggi arrivi sesto. Senza dimenticare Spagna e Francia. E’ più facile fare bene che benissimo perché, se arrivi in finale contro la Serbia, puoi batterla, se ci arrivavi contro la Jugoslavia di Petrovic, non avevi speranze. Il problema è che ci devi arrivare, magari ti elimina prima la Lituania, piuttosto che la Croazia. Ma in generale tutte le Nazionali sono più forti: una volta, quando andavi a fare l’amichevole con la Svezia, era quasi una perdita di tempo, oggi devi fare video, scouting, perché se no rischi di fare magre figure anche contro di loro. Poi noi diciamo “abbiamo quattro giocatori NBA”, ma spesso dimentichiamo che tutti ne hanno almeno un paio che sono di là.

 

Ringraziamo Gianmarco Pozzecco per la solita, estrema, disponibilità dimostrataci.

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