Esclusiva BU, intervista a Dan Crawford: “Vi racconto la mia carriera da arbitro NBA”

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Abbiamo incontrato a Cremona, dov’è venuto a trovare suo figlio Drew (autore con la Vanoli di una stagione da MVP nel campionato italiano), l’ex arbitro NBA Dan Crawford, considerato unanimemente uno dei migliori di tutti i tempi in NBA. In una lunga chiacchierata ci ha raccontato della sua carriera, del suo modo di vedere il Gioco, del suo rapporto con colleghi, giocatori e allenatori e di alcune questioni regolamentari. Il tutto con la sua classica tranquillità, serenità e disponibilità, ovvero sia ciò che mostrava anche in campo quando arbitrava una partita.

 

La prima domanda è molto semplice: come sta andando il ritiro dopo una vita con così tanti viaggi, spostamenti e poco tempo libero?
Me la sto godendo, è un periodo bellissimo. Il mio lavoro implicava che fossi sempre in viaggio, un arbitro conosce tutte le città, gli aeroporti e gli hotel d’America mentre ora posso godermi la mia casa e la mia famiglia. In più è veramente rilassante potersi guardare una partita di basket solo per il gusto di divertirsi e non perchè è parte del proprio lavoro.

Quindi non ti manca neanche un po’?
Assolutamente no (ride, ndr).

Sei considerato uno dei migliori arbitri di sempre dell’NBA, non solo per la tua conoscenza del Gioco ma anche per come eri in grado di controllare una partita in modo pacato e per l’eccezionale rapporto con giocatori e allenatori. Pensi che sia il modo corretto per relazionarsi con loro durante una partita?
Avere un rapporto con i giocatori e allenatori è fondamentale per il mio lavoro, e quando dico rapporto non intendo essere “migliori amici”, si parla di rapporto lavorativo. Loro hanno un lavoro da fare, io ho il mio lavoro da fare e come io rispetto il loro lavoro anch’essi devono rispettare il mio. La chiave è il rispetto, non è necessario che entrambe le parti vadano d’accordo sempre ma se c’è rispetto il nostro lavoro diventa molto più semplice. Il mio obiettivo finale è fare in modo che alla fine della partita nessuno si ricordi di me.

Lo sai che in Italia, in qualunque contesto sportivo, le designazioni arbitrali avvengono una settimana prima delle gare e che è impensabile che un arbitro possa dirigere una partita con una squadra della sua città?
Si tratta di differenti percezioni e differente cultura sportiva. Credo sia sbagliato e su questo spero che tutto il mondo, e non solo quello cestistico, segua il nostro modello. Gli arbitri devono prendere una decisione in pochi decimi di secondo, non c’è il tempo materiale per poter pensare se e come favorire una squadra piuttosto che un’altra e in più ogni partita è registrata e diffusa in tutto il mondo, la documentazione del tuo lavoro è alla portata di tutti ed è semplicemente pazzo pensare che tu possa truccare una partita senza essere colto in flagrante.

A tal riguardo, che pensiero hai per ciò che ha fatto Tim Donaghy?
Ha imbarazzato la nostra professione, è stato un pessimo arbitro. Nessun altro nell’ambiente, te lo posso garantire, si è mai comportato come lui e io ero veramente scocciato per ciò che ha fatto. Ha rischiato di far passare il messaggio che tutti gli arbitri possano truccare una partita. Per fortuna ciò non è successo ma è stato una vera disgrazia per il danno che ha provocato alla nostra professione.

In un’intervista hai dichiarato che il giocatore più difficile da arbitrare in passato è stato Shaq, ora sono Westbrook e Harden. Quanto è difficile essere un arbitro in una Lega con giocatori così atletici, veloci e dominanti?
Credo sia un continuo “working progress” perchè sono così veloci, abili e “crafty” (furbi) e l’importante è che, quando si è consci di aver commesso un errore, si sappia tornare indietro e guardare i video per non commetterlo di nuovo. Non bisogna mai fermarsi, c’è sempre qualcosa da imparare e non pensare mai di essere arrivato alla fine del proprio percorso, se così fossi ti puoi anche ritirare. Quindi è molto difficile perché hai a che fare con i migliori atleti del mondo e in più sono astuti. James Harden è l’uomo più furbo che tu possa conoscere e ogni giorno che passa cerca di esserlo sempre di più.

Questa difficoltà può portare, anche inconsciamente, alle cosiddette “superstar call” (fischi che premiano più del dovuto una superstar, ndr)?
Tutti pensano a questa cosa, ma in realtà non esiste. Questi giocatori hanno la palla in mano per gran parte e della partita quindi è più probabile che abbiano fischi a favore rispetto ad altri giocatori in termini di numero, ma in percentuale non c’è questa gran differenza. 

E parlando ancora di Harden e del suo “double step back”, lo sai che tantissime persone in giro per il mondo pensano che in NBA vadano fischiate molte più infrazioni di passi?
Sono d’accordo, penso che l’NBA abbia commesso un errore di fondo, ovvero sia la definizione dell’infrazione di passi. Ciò che James Harden fa, basandosi sulla regola NBA, in realtà molto spesso non è un’infrazione di passi e io penso che non sia giusto, però il passo o addirittura i due passi che fa quando prende in mano il pallone per iniziare il terzo tempo per il regolamento NBA non contano assolutamente niente. Anche in area FIBA ora è stato introdotto il passo zero, ma io penso che ciò abbia creato ancora più confusione e questo porta a volte a commettere macroscopici errori.

Quindi quel “double step back” è passi?
Come Danny Crawford, per me dovrebbe essere sempre passi. Come arbitro ufficiale, il regolamento non mi permette di fischiarlo.

Ci puoi raccontare qualcosa di due tuoi illustri colleghi: Dick Bavetta e il tuo omonimo Joey?
Tutti vogliono sempre sapere di Joey (ride, ndr). Prima di tutto, Joey Crawford aveva un suo modo di arbitrare, diverso da quello di tutti gli altri perché amministrava la partita e impostava il metro arbitrale a suo piacimento. Era autoritario, a mio modo di vedere troppo e a me non piaceva. Parlandone ora che anche lui si è ritirato mi dice che tornando indietro avrebbe voluto esserlo meno.
Dick Bavetta invece è tutto l’opposto, è la persona più divertente con cui abbia avuto il piacere di condividere il parquet. Ha sempre cercato di essere il primo a divertirsi, amava i giocatori tanto da baciarli spesso sulla guancia e aveva sempre il sorriso in faccia.

Com’era arbitrare Rasheed Wallace?
Te lo dico semplicemente con una parola e scrivila in maiuscolo: IMPOSSIBILE. Non accettava che ci fosse un’autorità nella sua vita, anzi la sfidava. Se viaggiando a 200 mph (320 km/h) fosse stato fermato dalla polizia avrebbe detto tranquillamente che stava andando piano.

Com’è cambiato il tuo lavoro con l’introduzione dell’Instant Replay e del Replay Center di Seacaucus, New Jersey? Pensi che sia giusto per certe situazioni usarlo solo gli ultimi due minuti del quarto quarto e overtime?
La tecnologia ha portato le persone a volere la perfezione, a desiderare che ogni qual volta ci sia un’azione gli arbitri vadano a vedere l’Instant Replay, ma non si può fare. Io come i fan e come certi allenatori sono convinto che i primi due minuti di partita siano importanti tanto quanto gli ultimi due, ma sarebbe impossibile in termini di tempo e di flusso della gara. Avere i video a disposizione comunque è un grandissimo aiuto che ci permette di svolgere meglio il nostro lavoro.

Quanto di condiziona psicologicamente vedere all’Instant Replay un errore che non puoi correggere, per esempio se devi guardare a chi assegnare una rimessa e nella stessa occasione vedi un fallo che non hai fischiato?
Forse è la parte più difficile del mio lavoro. Ai vertici NBA si è spesso discusso se fosse opportuno prevedere una casistica in cui si potesse tornare indietro su una decisione errata, non solo in termini oggettivi e fisici come può essere una rimessa o se un tiro fosse da due o tre punti, ma anche relativamente a un fallo fischiato o meno. La difficoltà è stata capire fino a che punto tornare indietro o come gestire determinate decisioni, fermando il flusso della partita, per non falsare una gara annullando tutto ciò che è avvenuto dopo anche non più relazionato all’errore commesso (come il VAR, ndr). Alla fine si è visto che era impossibile e si è deciso di non prendere in considerazione questa opzione. L’errore umano va accettato, fa parte del gioco ed è una cosa da cui non si può prescindere, altrimenti saremmo considerati dei robot. Come un allenatore o un giocatore commettono degli errori, anche gli arbitri lo fanno. 

Cosa ne pensi del “Last two minutes report”?
Non ha senso e non aiuta nessuno. L’NBA l’ha fatto per una questione di trasparenza, voleva che tutti sapessero cosa è successo nella parte cruciale della partita ma non conta niente, non puoi comunque cambiare il risultato di una partita. L’unica cosa che fa è far sembrare gli arbitri peggiori di ciò che in realtà sono e sono i giocatori per primi a trovare inutile quel report.

Ora ti dirò quattro partite da te dirette e mi piacerebbe sapere cos’hai provato per ognuna a sentirti parte della Storia del Gioco nel suo svolgimento:

  • Gara 5 del 1997 (“the Flu Game”): ricordo prima della partita che sono venuti a bussarci alla porta del nostro spogliatoio dicendoci che Michael Jordan era influenzato. Essendo vicino al nostro spogliatoio e avendo necessità di vomitare ci hanno chiesto se fosse un problema farlo venire qualche minuto dentro da solo. Noi eravamo già pronti e gli abbiamo lasciato modo e tempo per vomitare, siamo andati a dirigere la partita e lui è stato semplicemente incredibile, sembrava davvero stesse centellinando ogni singola goccia di sudore per poter vincere quella partita. Ogni qual volta non era al meglio, la sua già altissima concentrazione aumentava ancora.
  • Gara 6 del 1998 (“the Shot”): the Shot o anche “the Push” o “the Steal on Karl Malone” o anche il canestro precedente al tiro vittoria (ride, ndr), pazzesco ciò che ha fatto Michael in quella che forse è la partita con più pressione della sua carriera, in un ambiente totalmente ostile con i fan di Utah mai così calorosi e ancora una volta punto a punto. Io stesso ho avuto bisogno di due giorni di totale relax dopo quella partita.
  • Gara 7 del 2010: ti rispondo con una premessa, ovvero sia che per me ogni gara è e deve essere uguale alle altre. La mia pressione e la mia concentrazione è sempre la stessa, che sia gara 7 delle Finals o una partita di regular season. Ora però posso guardare indietro e pensando a quella partita e quella serie posso dire che è stata fantastica, soprattutto rivedere le due franchigie più titolate della NBA battagliare ancora una volta per l’anello.
  • Gara 7 del 2016: (“the Block”): altra partita incredibile con un’intensità spaventosa. E prima della stoppata di LeBron ci sono stati due minuti abbondanti in cui, sull’89-89, né Cleveland né Golden State riuscivano più a segnare. Per un arbitro è tutto più difficile perché un errore in quel frangente può davvero condizionare una stagione intera, avere tra le due squadre qualche punto di differenza ti consente di avere magari anche solo qualche istante di relax in più. E sulla stoppata, è andata a un millimetro dall’essere illegale, siamo stati fortunati in quell’occasione.

32 stagioni, 23 Finali consecutive in cui hai arbitrato almeno una partita, più di 2000 partite di Regular Season, più di 300 partite di Playoffs e 35 partite delle Finals: qual è il tuo lascito al Gioco e cosa il Gioco ha lasciato a te?
Penso che il mio lascito sia che ho semplicemente fatto il mio lavoro. Il mio lavoro è stato quello di dirigere le partite in modo che i fan possano divertirsi e che i giocatori e gli allenatori possano dare il meglio di sé stessi in modo che alla fine vinca il migliore. Sono loro i protagonisti, non io, e il mio lascito è semplicemente aver fatto le cose nel modo corretto. E sono contento di aver lasciato al momento giusto. 
A me la Pallacanestro ha dato l’opportunità di essere sul campo insieme ai migliori atleti del mondo, di vederli esibirsi al più alto livello possibile e di ottenere il loro rispetto. E la cosa più bella è che per essere “in prima fila” non ho mai dovuto tirar fuori neanche un dollaro (ride, ndr). Penso di essere fortunato e posso dirlo con assoluta certezza: è stato un viaggio indimenticabile.

 

Ringraziamo immensamente Dan Crawford per la gioia con cui ha parlato della sua carriera, per la sua disponibilità e il tempo concessoci.

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