Esclusiva BU, intervista a Marco Ramondino: “Ad agosto sarò ancora in vacanza”

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È sicuramente uno degli allenatori che più ha fatto parlare di sé questa stagione, grazie alla favolosa annata che la sua Junior Casale ha disputato, fermandosi ad un solo passo dal sogno promozione in serie A,perdendo in finale contro Trieste. BasketUniverso ha intervistato in esclusiva Marco Ramondino, tra il passato a Casale e un futuro ancora tutto da scrivere.

Coach, pensando alla stagione appena trascorsa, qual è il primo pensiero che le viene in mente?

“Sicuramente ‘indimenticabile’! Questa è la prima parola che mi viene in mente, al di là del risultato, perché quello che abbiamo mostrato in questi mesi è il frutto di un lavoro che viene da lontano, da un percorso lungo tutte e 4 le stagioni a Casale. In più questo gruppo ha dimostrato una coesione e una capacità di integrare tutti gli elementi, difficilmente ripetibili. Per questo è stata un’annata indimenticabile”.

Ramondino durante un time out

 

 

 

 

 

 

E il primo pensiero che le viene in mente ripercorrendo il film di questi 4 anni trascorsi alla Junior?

“Il primo pensiero è che la scelta di venire qui sia stata sicuramente azzeccata, nonostante 4 anni fa non avessi molti elementi per decidere. Fin dal primo incontro con Marco Martelli (DG di Casale, ndr) c’è stata subito sintonia e la convinzione di concretizzare il rapporto. In questi anni trascorsi in rossoblu ho sempre trovato le condizioni migliori per lavorare”.

A bocce ferme, cosa vi è mancato per battere Trieste in finale? Oppure l’Alma in una serie al meglio delle 5 partite era imbattibile?

“Innanzitutto voglio dire che Trieste ha vinto con merito, ha giocato meglio di noi in tutte e tre le sfide, e il risultato finale di 3-0 lascia poco spazio alle contestazioni. L’infortunio a Tomassini in gara-1 sicuramente non ci voleva, anche perché col nostro roster non avevamo la struttura per sopperire a questa mancanza, nonostante durante l’anno abbiamo avuto diversi infortuni e siamo sempre stati bravi a metterci quel qualcosa in più per superare gli ostacoli. Di solito dopo poco tempo ci si dimentica degli sconfitti e ci si ricorda solo di chi ha vinto, però spero che per una volta la nostra prestazione non verrà dimenticata, anche se siamo usciti sconfitti. Ognuno dei miei giocatori ha rinunciato alle proprie statistiche personali e ai premi individuali per il bene del team, questo è tutt’altro che scontato e pertanto gliene va dato atto”.

Siete arrivati fino alla finale, giocando una stagione lunghissima da settembre a giugno: come giudica la formula del campionato? Va bene così oppure è da cambiare?

“Ritengo che la formula sia sbagliatissima. Abbiamo giocato 45 partite (di cui 1 di Coppa Italia), disputando 30 match in 8 mesi di stagione regolare (da settembre ad aprile, ndr), mentre 20 partite di playoff, nel caso si giochino tutte le serie fino a 5 episodi, devono essere condensate in un mese e mezzo. Sarebbero sicuramente necessari alcuni turni infrasettimanali per abituare tutti, giocatori, staff e società, agli spostamenti e ai ritmi che poi si ritrovano nei playoff; inoltre in tutta la stagione si ha solo una settimana di riposo, e per le squadre che disputano la Coppa Italia neanche quella. Occorrerebbe una formula che diluisse meglio gli impegni. Se poi penso alla struttura dei playout, anche questa la ritengo sbagliata, perché in serie al meglio delle 3 partite basta una partita sbagliata per compromettere le possibilità di giocarsi al meglio la salvezza”. 

Casale negli ultimi anni ha portato avanti un “progetto giovani”, affidando a ragazzi meno esperti responsabilità e minuti di qualità: quanto è difficile allenare i ragazzi? Perché in Italia fanno così tanta fatica a emergere?

“La maggiore difficoltà che si deve affrontare quando si allenano dei giovani sta nel fatto che ritengo questa generazione meno matura rispetto alla precedente: i giovani di oggi sono meno “uomini” rispetto ai pari età di 10/15 anni fa. Una volta lasciato il settore giovanile, i giocatori sono decisamente meno pronti rispetto ad una volta, soprattutto quando si trovano ad affrontare il mondo del professionismo, in cui la posta in palio inizia a diventare elevata, dove atleti e allenatori si giocano, non solo un posto in squadra, ma anche il posto di lavoro. Per quanto le società credano nei giovani, in Italia siamo ancora troppo legati a una logica che vede esclusivamente nel risultato finale il modo di valutare la bontà del lavoro fatto e la crescita di un giocatore. La Casale di quest’anno, da questo punto di vista, rappresenta un po’ un’eccezione, visto che siamo riusciti a coniugare la crescita di giocatori giovani con un risultato fantastico”.

Cosa si  prova ad essere un pezzo pregiato del mercato allenatori?

“Ma sinceramente non è una percezione che ho avuto (ride, ndr). Penso di essere una persona con i piedi ben piantati per terra, conosco i miei limiti e i miei pregi, ma in verità non mi sono mai sentito proiettato verso scenari troppo importanti”.

Dove troveremo Marco Ramondino a metà agosto, quando inizieranno i raduni delle squadre per il prossimo anno?

“Penso proprio che sarò ancora in vacanza, in attesa di conoscere il mio futuro. Sono convinto che per lavorare al meglio occorra sempre trovare un progetto in cui si crede, quindi attenderò la giusta opportunità”.

Si ringrazia Marco Ramondino per la gentilezza e la disponibilità.

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