Esclusiva BU – Nicola Brienza: “Gerasimenko è un vulcano. Corbani? Non meritava assolutamente l’esonero!”

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BasketUniverso ha avuto il piacere di intervistare in esclusiva Nicola Brienza, viceallenatore della Pallacanestro Cantù per moltissimi anni e da questa stagione head coach dei Lugano Tigers. Brienza è forse colui che meglio ha conosciuto l’istrionico presidente Dmitry Gerasimenko perché ci ha lavorato a stretto contatto sin dal suo arrivo, ed ecco che quindi ha provato a tracciare un suo profilo in esclusiva per noi.
Ringraziamo ancora una volta “Nik” per la disponibilità e gli auguriamo un grosso in bocca al lupo per la sua avventura in Svizzera.

bazarevich brienza cantù

Partiamo dalla sua esperienza a Cantù. Ha fatto parecchi anni da vice allenatore e anche due partite da head coach: provi a tracciare un suo giudizio su questi anni e ci spieghi cos’ha rappresentato per lei essere l’assistant coach della sua squadra del cuore.

“Diciamo che è stato un susseguirsi di emozioni e di sensazioni. Io ho iniziato quasi per gioco a fare l’allenatore vent’anni fa con Pino (Sacripanti n.d.r.) e poi mi è stata data questa possibilità, del tutto inaspettata per i tempi, di entrare nel giro della Serie A; per cui trovarsi a fare l’assistant coach dopo 5-6 anni che sei lì, non è un sogno che si realizza, è molto di più. Una cosa a cui in quegli anni si dava molta importanza, riferendomi ai primi anni Corrado, era la “canturinità”: infatti in quegli anni di crisi economica si è cercato di costruire una squadra che rispecchiasse la città e cercasse di portare avanti i valori che sono insiti all’interno del tifoso di Cantù”.

Collegandoci al termine “canturinità” da lei usato, crede che questo sentimento stia andando perdendosi con l’avvento di Dmitry Gerasimenko all’interno della società?

Sinceramente non lo so. Ad occhio sembrerebbe un po’ di sì, anche se Tutti Insieme Cantù è formata da canturini e da persone che amano Cantù; diciamo che probabilmente c’è stato il passaggio della “canturinità” dal campo, io, Pino, Daniele (Della Fiori n.d.r.), alle alte sfere dirigenziali, perché oggi Andrea Mauri è vicepresidente, però magari nel corso del tempo si tornerà ad avere un coaching staff tutto formato da canturini; naturalmente non posso prevedere il futuro e non posso sapere quali saranno le scelte di Dmitry (Gerasimenko n.d.r.) in futuro, anche perché non le sa nemmeno lui”.

Quest’estate è stato vicino alla panchina di Cantù, è stato Gerasimenko stesso a dirlo in un’intervista. Cos’è mancato per vederla come nuovo allenatore di Cantù?

“So di questa cosa e posso dire che è vera perché anche con lui ne avevamo parlato, ma un conto sono le parole e un altro sono i fatti. Anche se devo dissentire sulle tempistiche, non solo per i tifosi di Cantù, ma anche per me stesso, perché non avrei potuto aspettare fino a fine luglio senza una panchina dato che probabilmente a quel punto mi sarei trovato senza lavoro. Insomma, le tempistiche non hanno combaciato, pazienza: ma solo il fatto che abbia potuto pensare di promuovermi come capo allenatore da inizio anno non può che inorgoglirmi e gli sono grato per la stima che, nel caso, mi avrebbe potuto dare. Sarò comunque il primo tifoso il 4 di ottobre al PalaDesio contro Venezia”.

Parlando di Gerasimenko, noi abbiamo imparato un po’ a conoscerlo e possiamo certamente dire che è un personaggio esuberante, molto particolare: se dovesse fare un ritratto del personaggio Gerasimenko e del presidente Gerasimenko, come lo traccerebbe?

“Lui sicuramente è una persona passionale, per cui i gesti ‘folkloristici’ che ha fatto sono figli dell’irruenza che ha all’interno di sé; poi anche nella quotidianità devo ammettere che è un vulcano e non riesci a non essere travolto dalle sue idee, opzioni, azioni che, da un lato, sono estremamente buone e positive, mentre dall’altro devi saperlo instradare verso la retta via, soprattutto per il contesto italiano, per la nostra cultura, ma sicuramente ci sono persone che lo sapranno fare bene, per esempio la TIC e Andrea Mauri in primis. I primi risultati si stanno anche già vedendo, anche se non sul campo, perché delle iniziative che aveva preso, instradate nella maniera corretta, stanno dando i loro frutti: giocare a Desio una stagione, costruire un palazzetto…”.

Qual è il suo parere sulla “cacciata” di Daniele Della Fiori e sull’idea di Gerasimenko di voler fare in prima persona il mercato e non solo quello?

“Di primo impatto mi viene da dire che questo potrebbe essere un problema in certe situazioni perché, secondo me, un problema grosso degli ultimi vent’anni della pallacanestro italiana è stato la mancanza di dirigenti competenti e che brienza cantùsapessero organizzare le cose in maniera consapevole. Sicuramente la scelta di togliere questa figura non è stata perché Daniele non fosse all’altezza, ma è stata una decisione societaria. Ripeto, di primo impatto non è il massimo perché, come diceva il saggio Bruno Arrigoni, se parli solo con il tuo padrone e lui ti dice di no, è no. Mentre se c’è un intermediario, in questo caso il general manager, forse ti dirà di no lo stesso, ma sicuramente hai molte chance in più che ti dica di sì, dato che certamente ci sarà più trattativa. Dopodiché, come ha detto sin da subito, lui è il padrone e mette i soldi, perciò vuole anche sentirsi responsabile di eventuali errori: se i giocatori fanno bene, è merito suo, se fanno male è colpa sua. Ma questo sapevo che sarebbe successo anche con me e io ero pronto ad una situazione del genere: devi prepararti mentalmente ad una cosa di questo tipo, nonostante sia un po’ anomala, ma, se accetti l’incarico, significa che sei consapevole di tutto ciò”.

Lei ha vissuto in prima persona la transizione da Corbani a Bazarevich, visto che è stato primo assistant coach di entrambi. Pensa che sia stata la scelta giusta cambiare allenatore in quel momento e pensa che forse con Corbani si sarebbe potuto fare di più, visto che avevate iniziato un percorso con delle determinate caratteristiche ed idee già ben chiare dal giorno della presentazione?

“Secondo me Fabio (Corbani n.d.r.) non meritava minimamente l’esonero perché stava facendo il massimo o quasi: se non avessimo perso partite come a Capo d’Orlando, Reggio Emilia, dove eravamo sopra di 21, e altre, tipo Brindisi, dove ce la siamo giocata fino all’ultimo. Ma alla fine abbiamo perso, altrimenti sicuramente anche Dmitry l’avrebbe valutato con un occhio diverso. A Fabio non si può contestare nulla, a parte di aver avuto la “sfortuna” di non aver trovato il feeling giusto con Gerasimenko e questo ha inciso moltissimo sulla scelta di esonerarlo. Contrariamente rispetto a quello che tanti dicono, io ho sempre creduto che ci saremmo salvati con la vecchia squadra, magari con qualche innesto a stagione in corso, come la Cremascoli o Gerasimenko ci avrebbero dato, ma resto sempre dell’idea che ce l’avremmo fatta perché in quel gruppo c’era un’idea tecnica in cui tutti quanti credevano fortissimamente e, soprattutto, tutti vedevano in Corbani il leader da seguire; ecco perché credo che ci saremmo salvati, magari soffrendo fino all’ultima giornata, non che con i giocatori più forti le cose siano andate molto meglio…
Con Bazarevich il rapporto è stato personalmente ottimo, mi sento tutt’ora con lui telefonicamente, ho grande stima nei suoi confronti. Se Fabio non è giudicabile per il suo esonero, nemmeno Sergey è giudicabile per i mesi trascorsi a Cantù, perché si era formata una cupola nera intorno alla squadra e, quando entri in questi tunnel, poi è davvero tosta uscirne. Faccio l’esempio di un giocatore: sono andato a vedere Roko Ukic nella finale del Preolimpico contro l’Italia: è incredibile pensare che fino ad un mese prima faceva fatica a fare un passaggio, mentre contro di noi è stata la variabile impazzita, e sono certo che Messina avrebbe preferito avere contro l’Ukic di Cantù, piuttosto che quello che ha giocato con la Croazia”.

Voglio farle una domanda su Wojciechowski: che tipo di problemi ci sono stati tra Bazarevich e il polacco, visto che a domanda specifica lui ha risposto “a me non interessa di Wojciechowski”?

“Non c’è stato nessun problema. E’ come il discorso di Dmitry con Corbani: ci sono alcuni giocatori che hanno un certo feeling con gli allenatori, mentre ce ne sono altri che non sono considerati perché non si viene a creare quest’intesa mentale, più che tecnica. Per esempio, Sergey aveva un grandissimo feeling con Ignerski, per citarne uno che giocava nello stesso ruolo di ‘Jack’, perché quando gioca con Bazarevich fa sempre stagioni ottime, mentre, quando si trova un altro allenatore, stenta; per fare un altro esempio in orbita canturina, basta pensare ad Eric Williams: quando ha Sacripanti come coach fa stagioni ottime, mentre quando si trova a confrontarsi con un altro, finisce che lo tagliano dopo pochi mesi o, se arriva a fine stagione, fa sempre male.
A volte può succedere che questo legame tecnico non si instauri e il giocatore non gioca, ma Sergey non ha mai avuto nulla a livello personale contro Wojciechowski, non ci sono stati screzi o problemi durante gli allenamenti. Ovviamente mi dispiace per Jack perché, poverino, non ha mai fatto niente di male, però sono cose che accadono in alcune stagioni, soprattutto se c’è un cambio di allenatore in corsa.
Sulla frase da lui detta, rispose in quel modo perché credeva che ci fossero altri problemi più gravi, piuttosto che pensare a Wojciechowski: non vincevamo una partita da molte settimana e i giornalisti e i tifosi si interessavano solo a Jack, senza pensare ai veri problemi della squadra. Ecco che quindi Wojciechowski è diventato il ‘martire’ della situazione ma, sinceramente, non credo che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe potuto risollevare le sorti della nostra stagioni, soprattutto perché proprio non c’era quel feeling tecnico di cui ho parlato prima.
Corbani lo adorava come giocatore ed infatti è stato uno dei primi nomi che ha fatto per la campagna acquisti; anche a me piaceva molto, probabilmente, se fossi stato io l’allenatore, l’avrei fatto giocare qualche minuto in più, ma stiamo parlando di 8-10 massimo, contro i 4 che giocava di media, non di 35 a gara”.

Adesso lei ha firmato per i Lugano Tigers: quali sono i suoi obiettivi personali e quali sono gli obiettivi che la società le ha imposto?

“L’obiettivo della società è cercare di essere competitivi, sempre. Abbiamo tre competizioni: il campionato e due coppe brienza cantùsvizzere, una uguale alla coppa Italia del basket, mentre un’altra simile a quella del calcio, dove si inizia in estate con le squadre delle leghe più basse e, via via, si arriva a quelle di Serie A. Il mio obiettivo personale è cercare di essere bravo a mettere in pratica il bagaglio che mi sono creato in questi dodici anni di assistente a Cantù; cercherò di migliorarmi sempre di più e proverò a mettere sul campo le idee che ho ‘rubato’ ai grandi maestri che ho avuto la fortuna di assistere”.

Ha fatto la scelta di non fare la scalata dall’A2, diversamente da molti altri. So che ha scelto il campionato svizzero perché è molto più simile alla Serie A italiana, visto che ci sono passaportati e americani, così come succede da noi. Sono comunque arrivate offerte concrete dalla Serie A2?

“Dall’A2 ci sono stati dei sondaggi, come si suol dire in questi casi, ma niente di concreto, anche perché io ero convinto nella scelta di andare ad allenare i Tigers; magari quei sondaggi sarebbero diventati qualcosa di più concreto, però si trattava di sole ipotesi. Comunque nella valutazione della scelta ho fatto due ragionamenti: il primo è quello che hai citato poc’anzi, cioè il percorso tecnico che ho fatto nei miei anni in Brianza, e il secondo è che, per com’è strutturato oggi il campionato di A2, è davvero difficile emergere. Ci sono ottimi allenatori in A2 ma, se alleni in piccole piazze e il materiale umano è quello che è, non riesci a dimostrare veramente il tuo valore di allenatore. Poi c’è anche da tenere conto che all’estero nessuno mi conosce e io voglio farmi conoscere per i risultati che spero di ottenere, mentre in Italia tutti, o quasi, sanno i miei pregi e i miei difetti, quindi è un mettersi nuovamente in gioco in un mondo nuovo per me”.

Ultime due domande: obiettivo per un futuro prossimo e qual è il tuo maestro o comunque quello da cui hai appreso di più?

“Sicuramente un obiettivo, e non mi nascondo, è tornare in Serie A da capo-allenatore perché sono italiano e perché il nostro campionato è uno dei migliori al mondo. Detto ciò, riallacciandomi a quanto detto sopra, se dovesse chiamarmi una squadra belga, con un progetto serio e duraturo, ci andrei di corsa, senza pensarci nemmeno mezzo secondo. Per quanto riguarda il mio maestro, ho avuto la fortuna di lavorare con mostri sacri della pallacanestro italiana ma penso che il mio periodo maggiormente formativo sia stato quello con Andrea Trinchieri; per tanti motivi, soprattutto perché venivo da molti anni da vice dove ero stato solamente di supporto, mentre con Andrea, insieme anche alla saggezza di Lele Molin, ho avuto una maturazione diversa e quasi definitiva. Infatti negli ultimi anni con Pino e Corbani-Bazarevich, mi sentivo molto importante, i quattro anni con Trinchieri li ho definiti di ‘apertura mentale’, in recenti interviste”.

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1 thought on “Esclusiva BU – Nicola Brienza: “Gerasimenko è un vulcano. Corbani? Non meritava assolutamente l’esonero!”

  1. I miei complimenti ad Alessandro Saraceno, che ha pubblicato una bellissima intervista a Nicola Brienza. Domande intelligenti e provocatorie e tutte su argomenti molto interessanti e recenti ed attuali. Se devo fare un appunto, non mi ha soddisfatto la risposta sul polacco Kuba…………

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