Esclusiva BU, Pecile: “Giocare a Trieste è una grande emozione. Avrei voluto più considerazione in Nazionale”

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Andrea “Sunshine” Pecile ha concesso un’intervista esclusiva a Basket Universo. Il 35enne play/guardia triestino si è raccontato a viso aperto in una lunga conversazione.

Dopo una lunga carriera in giro per l’Italia sei tornato a Trieste per giocare proprio nella tua città, quale è stata la tua sensazione al debutto con la maglia biancorossa?

“Questo momento è arrivato finalmente ed è stata una bellissima emozione. Credo di non mancare di rispetto alle altre squadre per cui ho giocato, dicendo che chiaramente giocare per Trieste, che è la mia città, mi dà emotivamente qualcosa in più, qualcosa di diverso rispetto alle emozioni che ho provato giocando in tanti campi in giro per l’Italia. Ho sempre stabilito un bel legame con i tifosi, mi sono sempre caricato di energia giocando in casa per altre squadre. Giocare per Trieste, però, mi fa veramente provare emozioni che non avevo mai provato fino ad ora, essendo andato via dalla mia città quando avevo solo 17 anni. I miei unici ricordi del basket legati a Trieste erano la partita giocata durante l’All Star Game con la Nazionale Italiana, un match sempre con l’Italia e un paio di scontri in carriera contro i biancorossi”.

 

Le sensazioni che provi ad ogni incontro con la maglia biancorossa sono le stesse di quando sei arrivato o provi emozioni diverse ad ogni partita? 

“E’ sempre una bellissima emozione, la carica è la stessa di quando ho giocato per Trieste la prima volta, ma ad ogni partita le sensazioni sono diverse. Le emozioni sono amplificate: quando vinci sei felice per aver reso orgogliosa la tua città, quando perdi il rammarico raddoppia. Anche se nella vita da sportivo bisogna essere equilibrati e tentare di mantenere un livello di serenità sia nelle situazioni negative che in quelle positive. In venti anni di carriera ho capito che è controproducente gioire troppo per una vittoria o rammaricarsi troppo per una sconfitta. Giocare a Trieste mi consente proprio di lasciare andare un po’ di più le emozioni: gioire maggiormente per una vittoria e dispiacermi molto quando perdiamo.”

 

pecile triesteL’obbiettivo dichiarato dalla società a inizio stagione è stata la salvezza, al momento la Pallacanestro Trieste è perfettamente in linea con le aspettative, cosa ti aspetti da questo campionato?

“Posso dire che l’obbiettivo della squadra non è tanto la salvezza, quanto la costruzione di qualcosa di importante: un gruppo di giocatori, mediamente molto giovane. Tanti di questi ragazzi hanno contratti pluriennali, fanno parte di un progetto, di un positivo investimento per il futuro. Chiaramente, l’obbiettivo sportivo minimo della squadra è quello di mantenere la categoria (serie A2) per poter portare avanti questo percorso di crescita. Molti dei giocatori hanno qualità importanti e Trieste può essere per loro una tappa fondamentale di crescita professionale e speriamo che i loro progressi avvengano con la Pallacanestro Trieste. Alcuni di loro, col proprio atteggiamento, potrebbero già andare a giocare in scenari migliori. Ora come ora è ancora presto per tirare delle somme, non possiamo sapere a quanti punti arriveremo alla fine del campionato ma intanto la classifica sembra molto equilibrata: Il livello delle squadre è molto equo, nonostante secondo me sia calato rispetto agli anni precedenti. Resta il fatto che comunque vincere in trasferta è abbastanza difficile e rimanere concentrati durante la partita è altrettanto complicato, a volte subisci dei break irrecuperabili; come è appunto capitato a Recanati, dove dopo aver recuperato un break iniziale in cui eravamo andati sopra nel punteggio abbiamo perso subendo il gioco degli avversari. Lo stesso è capitato anche a Chieti, dove abbiamo giocato bene per tre quarti ma poi abbiamo preso venti punti nel quarto periodo perché abbiamo perso concentrazione. E ancora in casa contro Ferrara, dove abbiamo rischiato di perdere perché abbiamo giocato bene per tutta la partita, per poi calare per un quarto, ma nonostante tutto abbiamo portato a casa la vittoria. Sarà quindi un campionato interessante dove la nostra squadra, composta da tanti giovani, potrà crescere di partita in partita. “

 

Pensi che nel roster di Trieste ci siano giocatori che possano fare la differenza in questa stagione?

“Per me gli stranieri di Trieste, quindi sia Parks che Zahariev, possono fare la differenza in questo campionato e togliersi delle soddisfazioni in futuro. Jordan ha ampi margini di miglioramento ed è una persona molto seria e matura per essere un ragazzo giovane e appena arrivato dagli Stati Uniti. Hristo ha già una esperienza regressa in altri campionati continentali, ma ora deve aumentare il suo livello di concentrazione ed efficacia in campo se vuole diventare uno “straniero” importante in Europa. Ha un grosso talento e può diventare un giocatore molto importante in futuro.”

 

bossi trieste
Stefano Bossi

Tra i giovani di Trieste, invece, chi per te può avere un futuro roseo?

“Tra i nostri giovani ci sono giocatori molto interessanti, ma per maturare devono, non solo giocare con continuità, ma anche capire che nella pallacanestro, come nella vita, nessuno ti regala niente. I nostri ragazzi possono crescere in un realtà come Trieste, ma serve anche impegno e determinazione per ottenere certi risultati. Per esempio giocatori come Stefano Bossi, che hanno iniziato la carriera lontano dalla loro città ma ora hanno deciso di ritornare, posso diventare importanti in futuro. Lui ha una carriera davanti per maturare e fare bene qui a Trieste, mentre io sono tornato già come un giocatore maturo, facendo una scelta di vita diversa. Altri giovani, poi, come Landi, Pipitone e Baldasso possono crescere giocando in una atmosfera piacevole come quella triestina, dove il pubblico è sì esigente e competente ma non fa pesare troppo i risultati negativi, perché sa che con un coach di esperienza come Dalmasson lavoriamo sodo ogni giorno. Questa è una cosa che fa piacere ad un giocatore e diventa anche una responsabilità. Nonostante di qui sia passata gente come Gregor Fucka, il pubblico triestino sa apprezzare veramente chi si impegna a fondo per la squadra e non si permette di giudicare senza prima capire veramente come stanno le cose. Visto che ha potuto ammirare diversi giocatori e diversi campionati in tutti questi anni, ha visto bellissime stagioni, come quella scorsa, in cui la squadra è andata al di sopra delle aspettative. Il nostro obbiettivo, quindi, per questo campionato sarà quantomeno quello di dare altre emozioni, come quelle passate, al nostro pubblico. Anche se ogni stagione è diversa vogliamo comunque dare modo ai triestini di farci apprezzare e ricordare e mi pare che, fino a questo momento, siamo riusciti a farlo, giocando delle ottime partite in casa”. 

 

Cambiando, poi, argomento: nella tua carriera hai giocato in piazze importanti come Pesaro, Avellino, Siena e Bologna, cosa ricordi di queste esperienze? Cosa ti hanno trasmesso?

“Sicuramente giocare in realtà così diverse l’una dall’altra mi ha trasmesso una maturità umana differente da tante altre, perché ho potuto vivere e scoprire l’Italia e le sue realtà regionali. Ho vissuto queste esperienze sia da giovane che da uomo adulto e mi hanno fatto crescere molto come persona. Anche gli anni in Spagna sono serviti per farmi maturare. Poi dal punto di vista tecnico, ho avuto sì tanti allenatori e preparatori, con certi ho avuto rapporti ottimi con altri un po’ di meno, ma sono contento del fatto che tutti mi abbiano lasciato qualcosa. Arrivato a questo punto della mia carriera, posso tirare le somme e dire che la soddisfazione più grande è stata quella di non essere mai retrocesso di categoria quando ho giocato in squadre in cui l’obbiettivo minimo era la salvezza. Poi quando ho giocato in squadre più importanti sono arrivato molto vicino a vincere trofei considerevoli. Ho giocato una finale di Coppa Italia, una di Supercoppa, una semi-finale Scudetto e un quarto di finale. E anche se non sono riuscito a vincere questi trofei, già il fatto di essere arrivato ad alti livelli è stato molto gratificante. La stessa cosa può valere anche per la Nazionale, certo potevo vincere qualcosa di importante e mi sarebbe piaciuto farlo, ma nonostante questo sono sereno e felice della mia carriera, perché alla fine mi sono tolto delle soddisfazioni. A Granada o a Gorizia ho vinto due campionati e sono salito di categoria per esempio, quindi posso ritenermi orgoglioso del mio percorso e dire che sono stato un ragazzo molto fortunato”.

 

pecile-orlandinaE dell’ultima stagione in Serie A giocata a Capo d’Orlando che cosa puoi dirci? Quali sono state le tue sensazioni?

“A Capo d’Orlando è stata una bella esperienza, perché sono stato molto contento del fatto che la società mi abbia dato la possibilità di giocare un’altra stagione in Serie A. Essere in squadra poi con Basile, Soragna e Nicevic, che conoscevo già da tempo, era sia garanzia di divertimento che di raggiungimento di obbiettivi importanti. Era una situazione molto più tranquilla di quella che avevo vissuto la stagione precedente a Pesaro, dove qualsiasi cosa era un punto interrogativo e nessuno sapeva bene cosa fare. Poi sono tornato a Trieste e non ho atteso un’altra chiamata dalla Serie A per motivi personali, ma sono contentissimo di aver chiuso, per ora, la mia carriera nella massima serie in Sicilia ed in quel modo.”

 

Prima hai parlato anche della tua esperienza in Spagna, secondo te c’è differenza tra la pallacanestro nostrana e quella iberica visto che hai giocato in entrambe le leghe? Come viene vista la pallacanestro?

“C’è secondo me molta differenza, anche se ora come ora è ormai da troppo tempo che sono tornato in Italia per poter parlare in modo specifico della ACB. Ogni tanto guardo sì qualche partita in televisione sia del campionato spagnolo che di Eurolega, ma non posso giudicare effettivamente quello che avviene adesso. Certamente quando ho giocato io in Spagna, cioè dal 2003 al 2005 e poi dal 2006 al 2009, il movimento cestistico era veramente in crescita e la gente seguiva tantissimo la pallacanestro. A Granada avevamo circa 6.700 abbonati, andavamo ogni settimana a fare una visita nelle scuole e c’era una grandissima passione per il basket. Era una passione a tutto tondo quella degli spagnoli per lo sport, molto diversa da quella degli italiani. Per quanto riguarda il livello del campionato, poi, penso che adesso sia leggermente sceso in generale. Certamente Real Madrid, Barcellona, Malaga e Valencia sono state e restano sempre le più forti, anche perché anno investimenti importanti alle spalle, le altre squadre, invece, nonostante siano tutt’ora superiori per qualità a quelle italiane, sono scese un po’, credo anche per la crisi economica che ha colpito la Spagna. Vedo, invece, che in Germania, soprattutto, ma anche in Turchia, la pallacanestro sta crescendo moltissimo e gli investimenti stanno aumentando. A mio parere la BBL potrebbe nei prossimi anni insidiare il primato della ACB e diventare la prima lega a livello europeo.”

 

Per quanto riguarda poi la Nazionale, parlaci un po’ della tua esperienza in maglia azzurra.

“Globalmente la giudico un’esperienza positiva, perché ho collezionato 78 presenze e ho segnato più di cinquecento punti, anche se in un arco di tempo molto ridotto e questo un po’ mi dispiace. Infatti ho giocato gli Europei nel 2001 con Tanjevic, ho vissuto poi il cambio di panchina e il successivo arrivo di Recalcati. Dopo l’arrivo di Charlie, però, dal 2003 al 2005 sono stato considerato poco perché giocavo in Spagna a Granada, ho fatto una tournée in Cina con la Nazionale ma contava poco o nulla. Il coach non mi ha tenuto da conto, probabilmente perché in Italia giocava gente come Lamma, Rombaldoni o Di Bella e io sono stato messo un po’ in disparte. Sono poi tornato a vestire la maglia azzurra ai giochi del Mediterraneo e sono rientrato nel giro della Nazionale. Quando ho giocato a Siena, proprio con Recalcati, sono stato nuovamente considerato e convocato per i Mondiali nel 2006, ma misteriosamente appena sono tornato in Spagna sono finito nuovamente del dimenticatoio e questo mi è sembrato un po’ strano. Ho sicuramente bellissimi ricordi, perché ho avuto il privilegio di giocare contro Carmelo AnthonyLeBron James, ho vinto anche una medaglia d’oro, proprio grazie ad un mio tiro allo scadere, e ho debuttato ad un Europeo a soli 21 anni. Sono certamente contentissimo di queste esperienze, però avrei voluto più considerazione visto che, senza nulla togliere agli altri della Nazionale, pensavo di meritarmelo. Non essere neanche preso in considerazione perché giocavo a Granada è una cosa che mi ha rammaricato e tutt’ora mi dà un po’ fastidio.”

 

Parlaci un po’ di te: come vivi la pallacanestro? Come ti sei avvicinato a questo sport?

“Per me la pallacanestro è un divertimento veramente esagerato, mi sono innamorato di questo sport fin da ragazzino ed è stata sempre una grande passione. Da bambino guardavo moltissime videocassette sulla palla a spicchi, tutte le partite qui a Trieste, addirittura andavo a vedere tutti gli allenamenti e i riscaldamenti prima delle gare. Arrivavo al “vecchio” palazzetto di Chiarbola prima dei giocatori e appena entravano in campo io ero lì per guardarli  ed imparare da loro. Osservavo come si riscaldava Larry Middleton, come tirava i liberi Nando Gentile, senza però chiedergli l’autografo, non perché non mi interessasse, ma perché ero talmente concentrato nel guardare quello che facevano che mi dimenticavo di tutto il resto. Mi piaceva vivere il basket, andavo in curva e carpivo i movimenti dei giocatori, li osservavo e assimilavo i fondamentali da loro. Crescendo poi ho capito che oltre alla passione avevo anche un talento che mi permetteva di esprimere tutta la mia fantasia in campo. Quindi ho cominciato a guardare la tecnica, i movimenti degli atleti e andavo ad allenarmi appena ne avevo la possibilità. Quando giocavo con il Don Bosco ero il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarmene, arrivavo ore prima in palestra per giocare a pallacanestro. Ed è tutt’ora così, la mia passione è rimasta invariata. Quest’estate, infatti, ero a giocare al campetto e in palestra con i ragazzi del settore giovanile di Trieste e ora me li ritrovo in squadra con me. Una volta sceso in campo do sempre tutto me stesso, mi sento felice, realizzato.”

 

Anche fuori dal campo sei molto attivo: organizzi dei camp a Trieste, hai una tua linea di abbigliamento. Raccontaci, come passi il tuo tempo fuori dal parquet?

“Partendo dal presupposto che un giocatore di pallacanestro ha tanto tempo libero, io personalmente sono una persona molto curiosa, quindi ho sviluppato nel corso della mia vita diversi interessi. Per quanto riguarda i camp, ho creato una società, i Trieste Tropics, per gestire questi eventi sportivi che organizzo. Semplicemente perché voglio trasmettere la mia passione per la pallacanestro anche ai più piccoli e voglio dare qualcosa alla mia città. Insieme agli altri del camp, come Daniele Cavaliero, vogliamo trasmettere lo stesso “amore” che abbiamo ricevuto da Trieste, non solo nell’ambito della pallacanestro ma anche a livello umano. La nostra intenzione è quella di far vivere un camp diverso dagli altri e far capire ai più piccoli quanto sia bello giocare a basket. E’ una cosa che mi riempe d’orgoglio sapere che i bambini si divertono e si appassionano a questo meraviglioso sport. Il marchio Sunshine, poi, è nato un po’ per gioco ed ora abbiamo deciso di esplorare le sue potenzialità anche nell’ambito del business. Apriremo un sito di vendita online e supporteremo il tutto con un fumetto che uscirà il prossimo anno, ci sono diversi progetti in cantiere e non sarà solo una semplice linea di abbigliamento. Andrà di pari passo con la crescita dei Tropics e cercheremo anche di aiutare la Pallacanestro Trieste, non solo con questo marchio, ma anche con altre iniziative. Inoltre ho una passione per i videogames in generale, mi divertono moltissimo.”

 

metta-cantùPer concludere una domanda da parte di tutta la redazione sulla diatriba che ti ha visto coinvolto qualche tempo fa insieme a Metta World Peace per la questione del “soprannome sulla maglia” [all’americano è stato permesso di utilizzare ‘The Panda’s Friend’, mentre a Pecile è stato rifiutato ‘Sunshine’, ndr]. Cosa vuoi dirci a riguardo?

“Non la definirei tanto una diatriba ma un problema che abbiamo qui in Italia, è lo specchio del nostro Paese perché perdiamo sempre occasione per cercare di essere più aperti mentalmente verso alcune cose. Semplicemente i fatti sono andati in questo modo: ho un soprannome, “Sunshine”, a livello di regolamento non c’è nulla che vieti di usare uno pseudonimo al posto del cognome. Quindi io ho semplicemente comunicato la mia decisione alla FIP per correttezza e perché io come persona sono fatto così. Secondo me se fossi andato in campo con scritto “Sunshine” senza dire nulla, nessuno se ne sarebbe accorto, ma ho voluto comunicare lo stesso la mia decisione, ripeto, per una questione di correttezza. La mia idea però è stata bocciata perché a norma di regolamento non si può fare, nonostante non ci sia, ribadisco, alcuna regola che lo vieti. Ho accettato la decisione e accantonato l’idea. Nel momento in cui, però, è arrivato qualcun’altro facendo la stessa cosa, senza tra l’altro chiedere il permesso, e nessuno in Federazione ha preso una posizione ufficiale, allora mi sono arrabbiato. Alla mia richiesta di spiegazioni nessuno ha risposto e la cosa mi ha dato ancora più fastidio, visto che ho anche giocato 78 partite per la FIP e l’ultima medaglia che la Nazionale ha vinto è stata anche per merito mio. Secondo me è una questione di serietà, è “dovere” della Federazione rispondere, con una telefonata, una mail o un comunicato a una domanda che gli viene posta. Non è stato tanto un problema tra me e MWP, ma un problema generale della pallacanestro italiana. Quindi la riflessione che voglio fare non riguarda tanto la questione del soprannome quanto una questione di “progresso”, poiché sembra che in Italia queste problematiche vengano accantonate, mentre in realtà potrebbero essere uno spunto di riflessione per migliorare la pallacanestro italiana. Questo si riflette anche sulle strutture, sul modo di vivere questo sport nel nostro Paese. In Germania, per esempio, la cosa è ben diversa: la gente va al palazzetto per godere dello spettacolo, le strutture funzionano e gli arbitri non sono criticati. Quindi perché non riflettere sul problema da me sollevato per migliorare la situazione? E’ stata l’ennesima occasione sprecata per la nostra pallacanestro.”

Ringraziamo Andrea Pecile e l’addetto stampa della Pallacanestro Trieste, Alessandro Asta, per la disponibilità. Auguriamo ad Andrea e a tutta la Pallacanestro Trieste i migliori auguri per il futuro e un in bocca al lupo per il proseguimento della stagione.

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