Esclusiva BU – Peppe Sindoni: “Faremo un acquisto questa settimana. Distinzione non tra italiani e stranieri ma tra europei e americani”

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BasketUniverso ha avuto il piacere e l’onore di intervistare nuovamente uno dei migliori general manager del basket italiano: Giuseppe “Peppe” Sindoni dell’Orlandina.
Con il figlio di Enzo abbiamo parlato della stagione difficile dei siciliani, tra campionato e la storica Basketball Champions League, ma abbiamo anche dato uno sguardo generale al nostro basket, soffermandoci sulla Coppa Italia, Milano e la nuova formula del 5+5/6+6.

Tra l’anno scorso e quest’anno avete scritto la storia di Capo d’Orlando. Da orlandino, ti senti orgoglioso di aver portato la tua città in giro per l’Europa?

«Sicuramente sì. È una grande emozione, che è cominciata con il preliminare e poi è continuata con la fase a gironi, dove ci siamo tuffati con la volontà di conoscere qualcosa che non conoscevamo. L’esperienza è stata formativa per il club, a 360 gradi, perché abbiamo apprezzato nuove realtà e questo è importante perché noi siamo e saremo una squadra con poche risorse economiche e con un bacino d’utenza molto limitato, perciò servono idee. A Klaipeda non hanno un budget da big ma ogni anno sono sempre competitivi in tutte le manifestazioni ed è stato performante per noi vedere come funziona il loro modello. Indubbiamente, da un punto di vista tecnico, avremmo potuto e dovuto ottenere più vittorie però ci teniamo quello che di buono abbiamo imparato per esperienze future».

Quello che forse è un po’ mancato è proprio lo spirito guerriero che ha contraddistinto l’Orlandina lo scorso anno e, in generale, in tutta la sua storia…

«Purtroppo è vero. Noi siamo un club ambizioso, non lo nascondo, però sappiamo i nostri limiti. Negli anni passati, attraverso proprio questo spirito, abbiamo provato, e spesso ci siamo riusciti, a diminuire il gap rispetto ad altre realtà, mentre in questa stagione non ci siamo riusciti, non solo in Champions League, spesso anche e soprattutto in campionato. Questo è forse stato il problema più grande da agosto a questa parte».

Sicuramente non è stata finora una stagione semplice, forse anche proprio per la partecipazione alla coppa. Cosa ne pensi?

«In verità io credo che la coppa abbia inciso realmente solo sulla partita in casa con Pistoia: perché il lunedì abbiamo vinto con Saratov e il giovedì invece siamo entrati molli contro la The Flexx, subendo una pesante sconfitta. Lì ci siamo resi conto della mancanza del “fuoco” in questa squadra, perché un preliminare di Champions si carica da solo, mentre è più difficile trovare stimoli in un turno infrasettimanale di campionato. Personalmente ho spinto per giocare sempre il martedì, e infatti lo abbiamo fatto 13 volte su 14, senza praticamente avere mai il tempo per preparare le sfide ma perché per noi l’obiettivo primario è la salvezza in Serie A, il resto è un di più e ben venga se arriva. Se c’è un fattore, al quale non eravamo abituati e che ci ha condizionati, è che il mercato lo devi fare a bocce ferme: a gennaio ci siamo accorti che bisognava mettere le mani sulla squadra e ci siamo cullati sulla sosta di febbraio, cioè quella che stiamo vivendo adesso. Solo che pensavamo di avere almeno un paio, se non 4, punti in più rispetto a quanto dice la classifica oggi. Per fortuna abbiamo ancora una squadra dietro e non era affatto scontato dopo 8 sconfitte di fila…».

Negli ultimi giorni avete perso sia Mario Delas sia Denis Ikovlev: il primo ha già firmato a Varese, per il secondo invece si parla di Cantù: è una pista percorribile?

«Non credo proprio che Ikovlev vada a Cantù. Mi diceva che ha un’offerta dalla Grecia e una squadra belga mi ha contattato. Si era parlato di Cantù, per ovvi motivi, ma non penso sia una pista concreta, quanto meno a quanto mi ha detto».

 

Invece voi avete la necessità di muovervi sul mercato, viste le perdite: hai in mano qualcosa di concreto?

«Penso che in settimana manderemo in porta un’operazione ma ne vogliamo fare anche un’altra. L’idea principale è quella di inserire un giocatore con caratteristiche più adeguate a quelle di Maynor. Prenderemo un cinque rollante per esaltare la qualità dell’ex Varese. Mario Delas è una persona strepitosa, che sicuramente non ha vissuto un’ottima stagione finora, ma che difficilmente dimenticherò: andando via mi ha detto “dobbiamo andare a vincere a Pesaro”, sentendosi ancora paladino, nonostante avesse già firmato con l’Openjobmetis. È stata quindi una perdita importante a livello umano, era il nostro capitano, però oggettivamente non era adeguato per giocare con Maynor».

Come mai non avete riportato a “casa” Antonio Iannuzzi?

«Vale lo stesso discorso fatto per Delas. Se avessimo potuto averlo per più anni, probabilmente ci avremmo fatto più di un pensiero, facendolo giocare questo finale di stagione da ala forte, come qualche volta ha fatto con noi. È un nome che ci ricorda sempre belle sensazioni ma non sarebbe stata la mossa giusta in questo momento dell’anno».

Per quanto riguarda la uscite? Magari Wojciechowski?

«In verità noi siamo tanti, probabilmente troppi. Ad oggi abbiamo 11 professionisti più Andrea Donda e Matteo Laganà e abbiamo solamente 11 partite da giocare da qui alla fine dell’anno. Se qualcuno, nelle ultime settimane, ci chiederà di voler andare via, valuteremo il da farsi. Sinceramente non credo che Kuba (Wojciechowski n.d.r.) possa lasciarci».

Credi che la lotta per la salvezza sarà solo tra voi, Pesaro, Brindisi e Pistoia oppure magari qualcuna di quelle sopra potrà rimanere invischiata?

«Assolutamente no. No perché finora si sta andando molto piano: quando una squadra di alta classifica gioca contro una di bassa, vince sempre o quasi quella in alto. Un paio di anni fa, con 12 punti, eri ultimo, oggi saresti salvo. Credo che saranno decisive le prossime tre giornate: noi andiamo a Pesaro e poi la VL va a Brindisi. Il risultato di queste due partite ci dirà molto. Una Pistoia invischiata non ce la vedo perché, quando conta, il PalaCarrara diventa un vero e proprio fortino».

Immagino tu abbia visto la Final Eight di Coppa Italia. Sono state molto belle – magari non da un punto di vista tecnico – ma sicuramente sotto il profilo agonistico. Pensavi, prima dell’inizio, che Torino potesse alzare la coppa?

«Condivido sull’aspetto agonistico più che tecnico. Invece, per quanto riguarda la Fiat, non me l’aspettavo. Avevo visto da spettatore molto interessato Pesaro-Torino e avevo notato un ottimo spirito nella nuova truppa di Galbiati. Forse hanno passato un mese a pensare troppo alla vicende degli allenatori, mentre a Pesaro li avevo visti con gli occhi giusti. Sono stati bravi a battere Venezia, ma sono stati anche molto fortunati nel prosieguo del cammino, perché Avellino, Milano e Bologna si sono suicidate».

www.orlandinabasket.it

Ormai sei navigato nel mondo della Serie A. Come ti spieghi i continui “fallimenti” di Milano, vivendo da GM?

«È sempre brutto dover commentare un’altra realtà ma non credo che la mia parola andrà ad infastidire l’ambiente. Sinceramente non lo so. È un dato di fatto che oggi esistano altre realtà in grado di far valere molto meglio l’importanza dei loro budget in Europa. Giusto per fare un esempio: la finale della Copa del Rey è Real Madrid-Barcelona. Non conosco benissimo la realtà Olimpia e quindi sarebbe inutile addentrarsi in ricette. Spero però che Giorgio Armani continui ad investire!».

Si è tanto parlato di formule in questi ultimi mesi. Alla fine si è optato per il 5+5 o 6+6. È stata fatta una scelta per accontentare tutti?

«È una scelta sbagliata a mio modo di vedere. La federazione, giustamente, ha bisogno di italiani e ha pensato, matematicamente, di ridurre il livello degli stranieri in tutte le squadre. Secondo me ha sbagliato, anzitutto perché devi lavorare dalle basi e non dalla punta dell’iceberg per andare a sistemare le cose. Non stiamo valutando troppi aspetti: in primis la competitività dello spettacolo ed in secundis l’eliminazione della distinzione tra passaporti. Al tifoso che accende Eurosport o che va a palazzo non interessa il numero degli italiani in campo, vuole solo che la sua squadra vinca e che giochi bene, mentre lo sponsor considera solamente quante persone muove quella determinata squadra, che è una conseguenza di quanto detto poco fa. Ero molto più favorevole ad una luxury tax, pesante, ma progressiva, che potesse permettere a Milano, Venezia e altre di schierare i campioni che già hanno e che sicuramente non avranno, o quanto meno ne avranno uno in meno, a vantaggio di un italiano. Il secondo aspetto è che, sempre se vuoi che i tuoi giocatori migliorino e abbiano più spazio, oggi rischi che la piccolissima squadra di Serie A, Capo d’Orlando, per esempio, si affidi a 6 americani. Un modello da seguire era la Spagna: hanno limitato a 2 gli extracomunitari mentre hanno sostanzialmente liberalizzato il mercato degli europei. Se noi vogliamo crescere una nuova generazione d’italiani, io credo che dobbiamo affiancarli a giocatori con una mentalità europea e di alto livello. Penso che un italiano, pur giocando 20 minuti, ma in squadre con 5-6 americani, non credo cresca molto. Noi facciamo la differenza tra italiani e stranieri, mentre la divisione vera è quella tra europei e americani!».

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