Esclusiva BU, Riccardo Fois: “Consiglio assolutamente l’esperienza all’estero. In Italia mancano le strutture per i giovani”

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I Gonzaga Bulldogs sono una delle più belle realtà degli ultimi anni del torneo NCAA: Elite Eight la passata stagione e quest’anno Sweet 16. Riccardo Fois, assistente allenatore dei Bulldogs, ci racconta cosa vuol dire vivere all’interno di uno staff ncaa e come si affronta un torneo collegiale come la March Madness.

 

Riccardo cominciamo con una domanda facile facile: come c’è arrivato un ragazzo di Olbia, Sardegna, a Spokane, capoluogo della Stato di Washington?

Bella domanda, neve e pioggia 6 mesi l’anno, non è esattamente la Costa Smeralda come clima e natura. Quando andavo al liceo arrivavo spesso in ritardo agli allenamenti della b1 suscitando le ire del Topone Pasini che ci allenava all’epoca, e che sapeva benissimo i miei ritardi erano sempre dettati dal guardare le partite NCAA.  Duke e Gonzaga per qualche motivo erano quelle che mi affascinavano da ragazzo, tanto è vero che quando feci domanda per andare al college la feci a Duke, che mi rispose con un secco no, a Gonzaga che mi mise in lista d’attesa e Pepperdine a Malibu nella quale invece finì per davvero. Uno volta smesso di giocare  dopo la laurea, tornai a Pepperdine per due anni cominciando la carriera come Graduate Assistant.

L’ultimo anno a Malibu nel 2014 conobbi Tommy Lloyd, l’associate Head Coach di Gonzaga durante le Final Four di Dallas, diventammo amici e da li nacque quest’opportunità e devo dire adesso non avrei mai potuto arrivare in posto migliore per quanto mi riguarda.

 

Nelle giovanili hai giocato insieme a Gigi Datome: quali sono i primi ricordi che ti vengono in mente ricordando le partite giocate fianco a fianco? Lo senti ancora spesso?

Ci sentiamo sempre, quando era in NBA era più facile e abbiamo avuto anche occasione di vederci quando capitavamo nella stessa città.

Luigi DatomeRicordi tantissimi. Voi pensate faccia canestro adesso in Eurolega e Nazionale, ma a 13 anni tirava già così ed io dovevo trovare un modo per fermarlo ogni giorno. Giocavamo uno contro uno prima dell’allenamento, dopo l’allenamento, in estate nel canestro sotto il suo albergo, interi pomeriggi il sabato, partite a 100 o 200 punti. Ancora adesso in estate penso di essere l’unico autorizzato a fermarlo con falli terminali al campetto.

Non pensavamo mai che il basket NBA, NCAA, Nazionali etc fosse qualcosa di irraggiungibile, ma semplicemente la naturale successione degli eventi. Ed i suoi risultati e la sua carriera hanno dimostrato che il lavorare duro con passione può portare non solo nel basket ma nella vita può realizzare ogni sogno.

 

Adesso cominciamo a parlare del tuo ruolo all’interno dei Bulldogs: come ti trovi a lavorare come assistant coach di Mark Few? Quali sono secondo te le principali differenze dell’ allenare dei ragazzi che frequentano il college rispetto ai campionati professionistici?

Gonzaga è prima di tutto una famiglia, una squadra che compete con le grandi del college basketball, ma che in verità rappresenta un università di appena 4 mila studenti. Sebbene abbiamo tutti i comfort delle grandi università , dalle strutture al Private Jet per le trasferte, dai migliori alberghi 5 stelle al materiale Nike che ci tratta come Kentucky e Duke, Coach Few rimane un padre di famiglia che adora pescare, odia le luci della ribalta e questa cultura si riflette su tutto lo staff e la squadra. Non abbiamo orari veri e propri, tutti sono responsabilizzati al massimo ed hanno libertà di fare il loro lavoro come e meglio credono a livello di staff, approccio molto laissez-faire.

La fiducia è tale che al mio primo anno quando Coach Few allenava Team USA durante l’estate, ha deciso di portarmi con se a Toronto in Canada per i giochi Pan-americani.

mark few

Allenare una squadra collegiale vuol dire come in Europa prima di tutto costruire un gruppo di ragazzi che siano adatti alla cultura del programma, siano adatti al modo di giocare e a cui piaccia stare insieme. Se un ragazzo viene a Gonzaga non viene certo per il bel tempo e la bella vita, anzi lo fa perché non ci sono distrazioni, il basket è la tua vita. Non essendo pagati per giocare non bisogna scendere a compromessi con Ego smisurati e si può invece crescere un ragazzo ad immagine e somiglianza del proprio programma e dei propri valori. E penso questa sia la cosa in assoluto più bella dell’allenare dei ragazzi piuttosto che dei giocatori già affermati: l’impatto sulle loro carriere, ma soprattutto sulle loro vite.

 

Conosciamo tutti bene quanto sia “folle” il tifo al college: com’è la vita all’interno del campus? I giocatori vivono a stretto contatto ogni giorno con i propri tifosi: questo può considerarsi un vantaggio o uno svantaggio? Non rischiano di essere condizionati sul campo?

Ovviamente ci sono differenze tra i vari college. Gonzaga non avendo Football Americano vive di basket. Tutte le partite sono già sold out per il prossimo anno e gli studenti vivono nelle tende a volte per 4 giorni pur di essere i primi ad entrare nell’arena quando le porte aprono. I giocatori sono dei SemiDei per quello che fanno sul campo, nel nostro caso anche fuori dal campus visto che l’intera città di Spokane vive per noi, ma nella realtà per molti sono solo compagni di classi, con cui studiare insieme e passare le serate. Certo la leggenda narra dei party con Rob Sacre, o con lo stesso Sabonis in cui tutta la festa si ferma per cantare il loro nome, con le ragazze che si gettano come ai piedi di una Rockstar, ma non ho mai visto con i miei occhi. Sicuramente alla fine è un vantaggio il poter giocare per gente che ti ama a prescindere per chi sei e quello che fai e non vede l’ora di ubriacarsi per venire a tifarti 40 minuti. Da quando il nostro McCarthey Center nel 2004 noi siamo 162-13 nelle partite in casa, quindi direi che almeno per i nostri ragazzi funziona.

 

Una nuova generazione di giocatori italiani ha deciso di intraprendere questo tipo di avventura, come ad esempio Mussini e Oliva. Secondo te a cosa è dovuto questo nuovo trend? E’ un’esperienza che consiglieresti?

strepitoso-olivaAssolutamente. Entrambi (e ricordo anche Nicola Akele a Rhode Island, e Zilli a UNC Asheville) hanno fatto un ottima stagione. Non c’è nessun dubbio che il college basket sia il posto migliore dove sviluppare il proprio talento tra i 18 e 22 anni. Giocare davanti a 10mila persone, da protagonista con magari milioni di persone davanti alla TV è il mix giusto di pressione e opportunità per un ragazzo. Non c’è paragone purtroppo con l’Italia per qualità delle strutture, delle risorse, per lo sviluppo fisico che qui è curato nei minimi dettagli mentre da noi è affidato a preparatori spesso sottopagati e che devono visionare 20-30 giocatori tra prima squadra e giovanili. Penso che con la globalizzazione della pallacanestro i giovani italiani stanno scoprendo che dietro alla magia del college basket e all’esperienza di vita si nascondono tutti questi benefici di cui abbiamo parlato. Il livello della serie A sempre più scadente, senza voler offendere nessuno pochi progetti a lungo termine sui ragazzi italiani ( vedo Trento e Reggio Emilia che hanno comunque risorse limitate), secondo me stanno portando molti ragazzi a valutare le alternative piuttosto che scaldare una panchina di serie A per 30mila euro senza che nessuno si prenda davvero cura di loro.

Penso Amedeo Della Valle abbia aperto una strada qualche anno fa ed il trend non potrà che crescere nei prossimi anni con benefici per la nostra pallacanestro.

 

Gonzaga è un’università che sta crescendo anno dopo anno, anche per quanto riguarda i risultati sportivi. Parlando di pallacanestro, vi siete tolti diverse soddisfazioni l’anno scorso al torneo, approdando addirittura fino alle Elite Eight: un risultato forse nemmeno sognato fino a qualche anno fa..

20 anni fa nessuno sapeva cosa fosse Gonzaga, tantomeno dove fosse:  dal 1999 sono 18 tornei di fila dietro solo a Kansas, Duke e Michigan State. Giocare l’Elite Eight l’anno scorso contro Duke di fronte a 40mila persone è stata un emozione incredibile non solo per me ma per tutti i tifosi di Gonzaga,  quest’anno allo United Center di Chicago contro Syracuse uguale, ma per molta gente siamo stati un disappointment perché non siamo arrivati alle Final Four. Questo per me dice molto su dove Gonzaga è arrivata, al punto tale che una stagione da 30 vittorie vincendo la conference  non è soddisfacente senza le Final Four.

 

Quest’anno sicuramente non è da meno, anche se siete stati eliminati alle Sweet 16. Uno dei protagonisti di questa stagione non può non essere Domantas Sabonis: quanto sta diventando importante fare scouting anche a livello europeo?

Domantas SabonisPer noi e fondamentale, è parte integrante del motivo per cui sono qui, essere il braccio destro di Tommy Lloyd che è il nostro recruiter europeo. Come dicevo per noi portare i migliori giocatori internazionali è uno dei pochi nostri vantaggi sulle big powerhouse NCAA, da Turiaf in poi non c’è europeo passato a Gonzaga senza lasciare il segno. Non possiamo reclutare per tanti motivi i top 30-40 giocatori americani ma noi pensiamo che un Sabonis, Karnowsky in uno due anni siano meglio di un freshman McDonald all-american. E coach Few come Popovich con gli Spurs sa andare oltre limiti atletici o nazionalità, se uno sa giocare a basket a Gonzaga troverà sempre un posto. Quando è arrivato Sabonis nessuno sapeva come sarebbe andato, e forse si sperava rimanesse 4 anni, ma dal primo giorno ha lavorato con un entusiasmo ed una passione che onestamente ho visto poche volte in una persona. Il prossimo anno abbiamo 2 ragazzi europei più un giapponese  che arriveranno come freshman e già Sabonis vuole avere un incontro con loro per spiegare come funzionano le cose a GU e noi pensiamo che in 2-3 anni anche loro avranno lo stesso impatto nella storia di Gonzaga.

 

La finale è stata senza ombra di dubbio una delle partite più belle degli ultimi anni, con la vittoria di Villanova su North Carolina: quanto è stata “Madness” la competizione questa stagione? Quale squadra ti ha sorpreso positivamente e quale negativamente?

E’ stata un annata di college bellissima perché molto equilibrata, la mancanza di squadre cannibali e le nuove regole hanno reso la stagione imprevedibile riempendola di upsets ed il torneo ne è stato la naturale conseguenza. In partite secche a volte bastano 30 secondi a rovinare tutto come ben sa Northern Iowa. Per quanto riguarda la delusione Kansas sembrava finalmente attrezzata per riportare il titolo a Lawrence, 13esima big12 di fila, un bracket relativamente facile, pensavo sarebbe stato difficile per loro mancare le Final Four.

In positivo Villanova, non tanto per il titolo ma quanto per il percorso: veramente complimenti a Jay Wright che se lo merita per tutto quello fatto a Villanova negli anni.

 

Adesso dicci la verità: quanti errori hai fatto nel compilare il tuo bracket personale?

Molto meglio del Presidente Obama. Avevo Villanova in finale, però da me perdevano con Gonzaga!!!

 

La redazione di Basketuniverso ringrazia Riccardo Fois per la disponibilità e augura a lui ed a Gonzaga University le migliori fortune per il futuro.

 

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