Gratitudine

Focus NBA Rubriche

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Comincio con un onesto coming out volto a fare da premessa all’intera riflessione: non sono mai stato uno sfegatato fan del Mamba, mai. Neanche quando la sua maglietta aveva cucito addosso il numero 8, e neanche dopo aver letto la sua storia e saputo del suo passato italiano.

Non so come mai, alcuni giocatori ti stanno simpatici a pelle mente altri meno. E’ un aspetto che trascende i numeri.

Non è mai mancata la stima per Kobe, questo no, ma quella venerazione, quell’idolatrismo, quel sentimento di quasi affetto che si prova verso il giocatore preferito non sono mai sbocciati con il 24.

Pazienza. Kobe dormirà lo stesso.

Negli ultimi mesi si sono dette molte cose su Kobe e sul suo addio al basket giocato. Con alcune concordo, con altre meno, altre ancora le ritengo delle più che discutibili interpretazioni dei fatti, ma concentriamoci sulle prime due categorie.

Sono d’accordo con chi sostiene che la scelta del ritiro sia stata una decisione lucida, ragionata. Niente di più vero a mio modesto avviso.
Kobe ha vissuto due brutti infortunii, ha provato altrettante volte a rientrare, e si è preso del  tempo per capire fino a che punto il suo corpo potesse ancora essere un veicolo adatto alla sua esemplare etica del lavoro e alle sue smisurate ambizioni. E’ chiaro che la voglia non manca, la grinta men che mai, e forse l’ossessione del sesto anello è sempre presente, ma evidentemente il verdetto emesso dal suo fisico ha superato tutto questo.

Non siamo davanti ad un giocatore in lento declino arrivato al naturale e fisiologico capolinea fisico, ma ad uno che a 35 anni si è trovato a dover riabilitare il suo corpo dopo uno degli infortunii più seri in cui uno sportivo possa incorrere, mentre ancora macinava numeri da capogiro.

Peccato.

Non sono completamente d’accordo invece con chi ha puntato il dito, in maniera forse troppo saccente, dopo la famosa partita contro i Timberwolves a cavallo tra la prima e la seconda settimana di dicembre.

E’ stato sicuramente facile dal nosto divano sparare giudizi su quanto Kobe fosse “cotto”, e sull’esagerato numero di partite che sono servite a chi di dovere per capirlo. Facile e, perché no, un tantino presuntuoso (forse anche da parte mia).

Non credo che Byron Scott abbia avuto bisogno di 20 partite per capirlo, e neanche i compagni di squadra. Anzi, credo che nessuno abbia veramente capito nulla, ma che semplicemente ci sia stata gente che si è lasciata andare a qualche sentenza molto frettolosa che con il senno di poi non si è rivelata troppo sbagliata.

A mio parere le 20 partite che hanno preceduto quella di Minneapolis sono servite a Kobe. E’ tornato in campo, ha sperimentato una nuova realtà, e si è preso il giusto numero di minuti per capire se fosse o meno il caso di continuare a scorrazzare per i parquet.

Evidentemente questa volta l’ostacolo era troppo grande, anche per il Mamba. Ed è forse il primo vero Kobe-stopper che sia riuscito a fermare Bryant.

Concludiamo.

Non l’ho mai amato, forse a tratti l’ho anche odiato.

Ma nel bene e nel male, giocatore preferito o meno,  non ho potuto fare a meno di subire il fascino della sua minuziosa ossessione per i particolari, del suo bisogno quasi fisico di evitare la sconfitta prima di ancora di quello di inebriarsi di una vittoria, della sua disumana passione per questo gioco, terribilmente visibile in tutte le 1.300 e passa partite che lo hanno visto mettere piede in campo.

Affetto o disprezzo, le sue gesta sono state un’inesauribile fonte di motivazione per quegli appassionati che molte volte si sono emozionati davanti ai suoi video, per poi provare ad imitare in campo anche solo una piccola parte di ciò che avevano visto.

Ogni generazione ha i suoi idoli, la nostra ha avuto (anche) lui.

Passione, motivazione, riferimenti, ed un motivo per sognare. Ci hai dato tutto ciò di cui avevamo bisogno.

Sei stato un degno modello.

Grazie Kobe.

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