I Golden State Warriors giocano meglio senza Kevin Durant?

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Hell no. – Kevin Durant

 

Sono bastate 5 partite e spiccioli dell’ultimo quarto di gara 5 delle semifinali di Conference, ovvero sia quelle che gli Warriors hanno giocato e vinto senza Kevin Durant per lo stiramento subito al polpaccio destro contro Houston, per concedere ai media (e non solo) la possibilità di porsi una domanda tanto roboante, forse assurda.

Con all’orizzonte la free agency che comincerà a luglio e le voci che danno KD lontano dalla baia (direzione New York?!), veder giocare Golden State così bene e così speculare rispetto alla stagione 2015-2016 ha reso lecito quanto meno pensarci, nonostante si parli dell’assenza di uno dei primi 5 (forse 3, forse 2) giocatori del pianeta.

Come l’incipit del pezzo suggerisce, l’ex OKC ha subito ovviamente detto la sua al riguardo, in risposta al pensiero di Seth Curry “Non sono più forti, ma sono più difficili da marcare”. È davvero così?

Nelle prime 11 partite di questi Playoffs, gli Warriors hanno segnato 117.0 punti su 100 possessi (1°) tirando con una percentuale reale del 59.5% (1°). Da quando Durant si è infortunato, al netto di un piccolo aumento della percentuale reale (59.8%) dovuta a una maggiore precisione da tre punti (37.6% contro 36.7%), l’attacco è sceso a 114.9 punti su 100 possessi a causa principalmente dell’aumento di palle perse (1.5 in più a partita), più che fisiologiche in un attacco che senza il due volte MVP delle Finals è tornato a essere fatto principalmente di letture e quindi di grande intesa tra chi lo interpreta.

Il ritorno ossessivo del “Read and react”

L’arrivo di Kevin Durant “ha costretto” Steve Kerr a rivedere alcune delle dinamiche offensive di Golden State, una macchina perfetta inceppatasi nel 2016 di fronte all’oscurità provocata dal (Night) King di Akron. Uno dei migliori attaccanti di sempre richiama a sé in modo intrinseco un determinato numero di possessi togliendo spazio, tocchi e un briciolo di ritmo ad un unicum nel loro genere quali sono Steph Curry e Klay Thompson.

Senza KD, i due “Splash Brothers” con l’imprescindibile presenza di Draymond Green, sono tornati a giocare la loro pallacanestro, fatta di una serie infinita e quasi randomica di tagli, blocchi e movimento senza palla leggendo gli spazi che la difesa lascia. Il continuo movimento off the ball è uno dei principi cardine del Read and React, un set offensivo privo di schemi o posizioni prestabilite ma focalizzato sul costringere la difesa a fare delle scelte e punire laddove la coperta rimane inevitabilmente corta. E più il movimento è perpetuo, più il numero delle scelte difensive aumenta, incrementando così la possibilità di errore degli avversari.

Curry scarica il pallone per cominciare a muoversi senza palla alla ricerca continua di un errore dalla difesa mentre gli altri compagni iniziano il valzer di tagli e blocchi. Per i primi secondi del possesso Lillard rimane ben attaccato fino allo sprint finale in cui c’è mezzo secondo di incomprensione con Collins. Ciò lascia per una frazione di secondo Curry ben innescato da Green.

Con Green come deux ex machina del playmaking degli Warriors, in grado di capire e leggere il Gioco con quella frazione di anticipo tale da incrementare l’efficacia off the ball di Klay e Steph, gli altri del quintetto devono occuparsi di blocchi lontano dalla palla e occupare gli spazi adatti venendo spesso remunerati con tiri aperti o comodi appoggi al ferro (pace and space)

E con Durant? Tutto questo non è certo sparito, ma è accaduto un po’ meno. Stazionando più frequentemente nelle mani del 35 che gioca tanti isolamenti (20.4% di frequenza, 6° in questi Playoffs tra chi ne gioca più di 2 a partita e 2° per efficacia dietro ad Harden) e possessi in post (11.1% di frequenza, 11° nei Playoffs tra chi ne gioca più di 2 a partita), la palla tende a muoversi di meno: da gara 6 contro Houston in poi, gli Warriors fanno in media 17.2 tocchi in più e 22.9 passaggi in più a partita, con 7.0 assist secondari e 9.6 screen assist rispetto ai 4.5 e 7.6 fino all’infortunio di KD.

Siamo a gara 5 dell’anno scorso, ci sono ancora 15 secondi sul cronometro ma Golden State gioca un isolamento statico e pigro con Durant che riceve un passaggio quasi svogliato da parte di Curry. Lo stesso Steph e Thompson non creano vantaggi, non si muovono più di tanto dal lato debole, anzi quasi con il taglio al momento sbagliato ingolfano l’area e ne esce un tiro difficile e contestato per KD.

In situazioni di taglio, che Durant ha giocato solo nel 5.6% dei suoi possessi di questa post-season, Golden State nei Playoffs è 1° sia per frequenza (12.5%) che per efficacia (1.34 punti su 100 possessi), aumentata a dismisura in un’area più vuota per la mancanza di qualche rotazione dopo il vorticoso movimento di uomini e palla (77.7% nella restricted area, “solo” 71.5 fino a gara 5 contro i Rockets).

L’impatto di Durant è invece evidente soprattutto dalla media distanza: gli Warriors hanno tirato di più e meglio dal midrange (43.7% contro 36.7% con 3 tentativi in più a partita) fino a quando c’è stato il prodotto di Texas University, un attaccante cinque stelle extra lusso con movimenti poetici e una morbidezza di mani tale da poterti “accontentare” di lasciargli il pallone in situazioni e zone di campo solitamente e statisticamente meno efficaci o a gioco rotto.

Andatelo voi a dire a Gordon che questo è un tiro costruito senza aver mosso il pallone.

Il cambiamento di Steph Curry

Chi ha sinistramente beneficiato maggiormente dell’assenza di Durant è Steph Curry, protagonista di una delle serie più difficili della sua carriera contro i Rockets (28% da tre punti e l’emblematica schiacciata sbagliata nel supplementare di gara 3) fino a quando ha dovuto prendersi sulle spalle l’intera franchigia dal quarto quarto di gara 5 in poi. Da quel momento, 12 punti decisivi per mantenere il fattore campo e poi la clamorosa gara 6, con un primo tempo a secco e i 33 punti nel solo secondo (di cui 23 nell’ultimo quarto, con 6/8 dal campo e 8/8 ai liberi, e 16 negli ultimi 5 minuti).

Il dito medio sinistro lussato non ha impedito al figlio di Sonya e Dell di sbloccarsi mentalmente e di imporre il ritmo a lui più congeniale con cui ha vinto nel 2016 per la prima volta nella storia all’unanimità il premio di MVP. L’incessante movimento di uomini e palla gli permette di sfruttare ogni minima disattenzione della difesa per poter aumentare la propria efficienza.

Dal quarto quarto di gara 5 contro Harden e compagni, sono aumentati il numero di triple tentate (da 9.5 a 14.4) e la percentuale (da 37.1% a 41.7%), frutto anche della scelta di Portland di giocare una difesa Drop, ovvero sia con il lungo a protezione dell’area nei giochi a due che coinvolgessero Curry come ball-handler. Il mezzo suicidio, spiegabile con l’intenzione di proteggere Kanter e di evitare, una volta eseguito il raddoppio su Steph, la situazione di sovrannumero 4 contro 3 letale con Draymond Green in possesso di palla a centro area, si è presto materializzato ogni qual volta il difensore di Curry non riusciva a stargli attaccato dietro il blocco contestandogli il tiro e spingendolo a centro area o semplicemente quando Golden State ha portato blocchi più alti verso la metà campo e con angoli più efficaci dando ancora più spazio di manovra al prodotto di Davidson College.

Se il gioco di tagli, blocchi ciechi e movimento continuo lontano dalla palla si sono ulteriormente esacerbati senza KD (Thompson e Curry nelle ultime 5 partite hanno corso in media a partita più di 600 metri a testa rispetto alle altre partite dei Playoffs), la cosa che più sorprende di Steph è la sua capacità di adattarsi al contesto in cui si trova, coinvolgendo con il carisma di cui è dotato sia tecnicamente che emotivamente i propri compagni.

Curry è talmente pericoloso che con un solo taglio manda fuori giri tutta una difesa: McCollum e Leonard vogliono impedire il tiro di Steph e si accoppiano entrambi con lui senza poter comunicare, Green legge bene il taglio di Looney lasciato solo che può comodamente andare a canestro.

Già con l’arrivo di Durant, Curry ha dovuto necessariamente cambiare un po’ il suo gioco, finendo per toccare meno palloni o gestirli per meno tempo all’interno del possesso senza però perdere la sua mostruosa efficacia: secondo un articolo di Uproxx ripreso da L’Ultimo Uomo, nelle ultime tre stagioni sono aumentati sensibilmente i cosidetti Relocation Three di Steph, ovvero sia le triple che si prende dopo essersi liberato del pallone ed essersi riposizionato in un’altra zona del campo, possibilmente sfruttando proprio il blocco di colui a cui ha passato il pallone. In queste circostanze (aumentate da una frequenza del 5.93% di due anni fa al 11.30% di questa stagione) Curry è risultato molto più efficace di quando tira dal palleggio o in situazioni di spot-up, mandando a bersaglio oltre il 50% delle conclusioni da dietro l’arco (nei Playoffs diventa un clamoroso 69.7%), generando quasi 0.4 punti in più per tiro rispetto alla media NBA.

Questo recente upgrade è stato integrato perfettamente negli ultimi giorni al suo modo di giocare più datato tanto che, dopo l’infortunio di KD, il quintetto più utilizzato è stato con Kevon Looney al posto del 35 ed ha generato in questi Playoffs 3.8 punti in più su 100 possessi rispetto al Death Line-Up, tirando con oltre il 61.3% di percentuale effettiva e chiudendo il 68.3% dei possessi con un assist.

Momenti decisivi di gara 2 con i Blazers che hanno appena mandato a bersaglio la tripla del vantaggio: la difesa di Portland non gioca più Drop ma Leonard raddoppia forte su Curry lasciando campo a Green per la classica situazione di sovrannumero nella quale l’ex Michigan State è micidiale. Lob per Looney con l’aiuto in ritardo e nuovo sorpasso nel finale.

L’ultimo aspetto cambiato, o meglio re-introdotto, sono stati i pick and roll tra Curry e Green, quasi spariti nell’era Durant tanto che Golden State è ultima nei Playoffs per frequenza di possessi giocati con il pick and roll (nonostante sia 1° per efficacia, con 10 punti in più su 100 possessi rispetto agli Spurs secondi). Nell’ultimo quarto di gara 6 contro Houston, Curry e Green hanno giocato 10 volte il pick and roll laterale chiamato ossessivamente da Steve Kerr, andando a segno in 8 occasioni per 19 punti totali, decisivi per chiudere la serie.

Difendere il pick and roll con Curry come palleggiatore è un incubo assoluto per le difese:

  • Inseguire passando forte sul blocco impone di stargli appiccicato perché con anche solo un velo di spazio Steph ti punisce con una tripla o generando attacco nel pitturato, che sia punendo un aiuto con uno scarico o finendo al ferro.
  • Se si passa sotto o come Portland si difende con il lungo a presidiare l’area, lo spazio di cui sopra aumenta ancora.
  • Raddoppiare espone al 4 contro 3 che Green dopo lo short roll gestisce come nessun altro nella Lega per l’ottima visione e capacità di passaggio che ha. Se poi a portare il blocco è Klay Thompson, in caso di raddoppio la potenza di fuoco aumenta ancora di più per la sua capacità di tirare senza dover necessariamente mettere la palla per terra, anticipando eventuali aiuti degli altri tre difensori.
  • Cambiare impedisce un tiro comodo o situazioni di sovrannumero per l’attacco, ma così Curry può battere agilmente dal palleggio il lungo malcapitato coinvolto nel cambio.

Questo è il 10° pick and roll di gara 6 contro i Rockets: nei precedenti 9, Houston ha raddoppiato 5 volte, cambiato 3 e in 1 occasione Tucker e Paul non hanno comunicato lasciando una comoda penetrazione. In questo decimo decidono di cambiare ancora, short roll di Green che, invece di alzare il lob per Looney come fatto in gara 2 contro Portland, leggendo la buona difesa di Harden e Capela che scalano, vede benissimo libero Iguodala. L’aiuto di Chris Paul viene battuto con un extra pass per Thompson (su cui stava comunque arrivando l’ennesima rotazione di Tucker) che in un amen spara la tripla che chiude la serie.

Dopo gara 1 contro i Blazers, Steph ha dichiarato a ESPN: “Si vede dal modo in cui tutti sorridono e sono aggressivi in campo. Quando crei buoni tiri così è divertente per tutti”.

Forse il concetto in risposta alla domanda che ci siamo posti è proprio questo: la mancanza di Kevin Durant non può renderti più forte, non può renderti più difficile da marcare. Ma probabilmente, per i canoni estetici del Gioco di adesso (perché comunque sia, anche senza muovere la difesa, la tecnica di tiro di KD rimane tra le cose più poetiche del Gioco), ora Golden State si diverte maggiormente ed è più bella da vedere.

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