Il Morto

Focus Home Rubriche

Le Olimpiadi di Rio de Janeiro sono qui. Oggi non solo il Team USA giocherà l’ultima partita della fase a gironi, ma ci sarà anche il remake di un incontro che, 16 anni fa, fu teatro di una delle giocate più iconiche mai viste su un campo di pallacanestro, avvenuta durante i Giochi di Sydney.

Era il 25 Settembre 2000, andava in scena al The Dome l’ultima partita del Gruppo A tra il Team USA e la Francia. Una partita assolutamente ininfluente: gli americani erano già sicuri del primo posto, forti delle quattro vittorie già ottenute, i francesi avevano ipotecato due giorni prima il quarto piazzamento nel girone grazie alla sconfitta della Cina contro la Lituania. Le due compagini si sarebbero poi incontrate in una partita di ben altra caratura, in finale, ma il risultato non sarebbe cambiato e gli USA avrebbero festeggiato la medaglia d’oro.

Ma proprio l’inutilità del match ai fini degli accoppiamenti dei quarti di finale non fa altro che aggiungere enfasi alla giocata menzionata precedentemente: nel corso del secondo tempo, sul +15 USA, in seguito ad un rimbalzo difensivo il francese Yann Bonato tenta un improbabile passaggio dietro la schiena in uscita dall’area. Come un falco, Vince Carter intuisce tutto in anticipo, ruba palla sulla linea di passaggio e in tre falcate attacca il ferro. Davanti all’allora giocatore dei Raptors si para Frédéric Weis, gigante di 218 centimetri. La fine di questa storia la conoscete tutti: Carter, ignorando completamente qualsiasi legge di gravità, spicca il volo, schiacciando letteralmente SOPRA Weis, saltandolo di netto. Uno scatto consegnato direttamente alla storia di questo sport.

Il mattino seguente i giornali francesi titolavano “Le dunk de la mort”, la schiacciata della morte. Se da una parte però c’è il mito di Vince Carter, dall’altra c’è la triste storia di Frédéric Weis, la vittima, il Morto.

Non parliamo di un signor nessuno, come forse molti potrebbero pensare vista la sua scarsa fama. Weis era stato scelto al Draft 1999 come quindicesima chiamata assoluta dai New York Knicks e, dall’alto dei suoi quasi due metri e venti, rappresentava il futuro del basket francese. Dopo il Draft aveva deciso di restare in Europa un’altra stagione, al Limoges che lo aveva sostanzialmente cresciuto fino a trasformarlo nella promessa della pallacanestro transalpina quale era diventato. Weis giocò di media 22.1 minuti alle Olimpiadi di Sydney, tredicesimo centro per minutaggio del torneo, dietro il connazionale Bilba nelle rotazioni, producendo 5.0 punti e 4.4 rimbalzi di media. Cifre chiaramente non esaltanti, ma una certa fiducia da parte del coach era evidente, fiducia che non fu mai ripagata completamente.

La carriera del gigante francese non prese il volo: innanzitutto il salto in NBA, prima rimandato, non arrivò mai. E anche in Europa non andò affatto meglio: dal 2000 al 2011, data del ritiro, mise insieme appena 4.2 punti e 5.2 rimbalzi di media. Weis non si riprese mai più da quella schiacciata, professionalmente e, per altri motivi, umanamente.

All’immagine di Carter che si faceva una cavalcata sulla sua testa si unirono le cifre ben poco esaltanti, e alle cifre ben poco esaltanti si sommarono i problemi fuori dal campo. Ad una carriera che ancora stentava a decollare, nel 2002 si aggiunse la nascita del figlio Enzo, un bambino desiderato ma nato con una forma di autismo che gli impediva e gli impedisce tuttora di concentrarsi su qualsiasi cosa e, di conseguenza, di imparare. Per Weis fu quasi il colpo di grazia, durante la sua esperienza professionistica a Bilbao iniziò a bere copiosamente e frequentemente, allontanandosi sempre di più dalla figura dell’atleta e avvicinandosi a quella di un imponente alcolizzato. Gli anelli di questa catena di depressione e fallimenti si susseguirono uno dopo l’altro: i problemi con la moglie, che alla fine decise di lasciarlo, si riversarono anche sul campo, risultando nei 2.8 punti di media del primo anno a Bilbao.

La situazione non migliorò, almeno fuori dal campo di gioco. Sul parquet Weis vide più fiducia nei propri confronti nella seconda e nella terza stagione a Bilbao, quando il minutaggio arrivò quasi alla soglia dei 30′, nonostante la produzione rimanesse modesta (6.9 punti e 7.3 rimbalzi di media nella sua migliore annata). In compenso, la luce era ancora lontana per il francese: nel 2008, dopo un Capodanno passato per l’ennesima volta in compagnia dell’alcool, decise di mettere fine alle proprie sofferenze. In macchina, sui Pirenei, ingoiò dieci pillole di tranquillante in una volta sola per suicidarsi. L’effetto fortunatamente non fu quello sperato: dieci ore dopo, Weis si svegliò completamente intontito, ma vivo. “Fallì, e per una volta nella vita questo lo rese felice”, ha riassunto perfettamente il NY Times raccontando la sua storia l’anno scorso e paragonandola a quella, ben diversa, di un’altra chiamata al Draft dei Knicks che ha sentito i “buu” dei tifosi dopo la pronuncia del proprio nome: Kristaps Porzingis. Il centro giocò ancora un anno. Prima però si fermò per una stagione, tornando solo nel 2010, di nuovo in Francia come da ragazzo, di nuovo a Limoges, tra la propria gente. Non una gran chiusura a livello cestistico, con le cifre più basse mai messe insieme in carriera, sicuramente però una rivincita sulla vita che tanto gli aveva tolto nei precedenti otto anni, a partire da quella schiacciata a Sydney.

Ora, a 39 anni appena compiuti, da ex quindicesima scelta al Draft NBA e possessore di una medaglia d’Argento delle Olimpiadi e una di bronzo degli Europei, Weis gestisce una tabaccheria insieme alla moglie, con la quale nel frattempo si è ricongiunto, a Limoges. Nonostante tutti i miglioramenti, la depressione è un mostro difficile da sconfiggere e Weis ancora non è uscito dal proprio tunnel, anche se Carter gli ha pubblicamente chiesto scusa e almeno la bottiglia l’ha abbandonata.

Sui social, in questi giorni che il video della schiacciata di Vince Carter è stato riproposto in occasione delle Olimpiadi, si possono leggere molti commenti, che nella stragrande maggioranza dei casi recitano “Dopo questa sarà andato dallo psicologo” oppure “A quel punto meglio ritirarsi dal basket”. Frasi scherzose, sfottò nei confronti di un atleta che però, alla fine dei conti, non sono troppo lontane dalla realtà. Weis non è andato dallo psicologo e non si è ritirato dalla pallacanestro nel 2000, ha avuto una vita molto sfortunata, sia dal punto di vista professionale che privato, ed è crollato inesorabilmente in maniera molto rapida. Questa è, oltre la famosa“dunk de la mort”, la storia di Frédéric Weis, la vittima, Il Morto.

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.