Il più grande marcatore dell’Eurolega moderna: Alphonso Ford

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Un toro di 191 cm per 98 kg. Un giocatore sopraffino, uno di quei talenti che non possono essere altro che il regalo di qualche entità superiore. Non importa quale. Uno scorer superiore a tutti, dotato di un tiro mortifero e di un primo passo bruciante a cui faceva seguito una capacità atletica che lo rendeva imprendibile una volta partito. Il miglior giocatore uno contro uno visto in Europa negli ultimi venticinque anni, non perse mai una sfida del genere. Anzi, purtroppo un avversario riuscì a batterlo, appunto, in uno contro uno. Un avversario contro cui è solo la fortuna, il caso, il fato- chiamatelo come volete- a decidere chi è vincitore e chi è lo sconfitto. Un avversario contro cui sta tuttora lottando Kareem Abdul-Jabbar, un altro grandissimo della pallacanestro. L’avversario, e vincitore, è la leucemia. L’onorevole sconfitto, in questo caso, è Alphonso Ford. Stagione 2003-2004 appena conclusa, Fonzie- così lo chiamavo i tifosi- è reduce da un annata densa di soddisfazioni in cui è riuscito a riportare Pesaro alle semifinali playoff- e di conseguenza alla qualificazione in Eurolega- e alla finale di Coppa Italia. I marchigiani gli propongono un rinnovo del contratto, Ford era solito contratti annuali, ma la risposta dello statunitense si fa attendere. I tifosi sono preoccupati, ma alla fine il contratto viene inchiostrato e tutto torna tranquillo. Fino al 26 Agosto, quando arriva una lettera alla società:

« Cari amici, sono nella sfortunata posizione di dover annunciare che non sarò in grado di disputare la stagione 2004-2005 con la Scavolini. Purtroppo le mie condizioni di salute non mi consentono più, a questo punto, di competere come un atleta professionista. In questo momento sono veramente grato a tutti voi e a tutti gli allenatori, compagni di squadra, tifosi, arbitri e dirigenti che, nel corso di tutti questi anni, mi hanno dato l’opportunità di competere nello sport che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio club, la Scavolini Pesaro voglio di cuore ringraziare ogni persona dell’organizzazione, i miei compagni di squadra, i miei allenatori e i nostri grandi tifosi. Voglio che ognuno di voi continui ad avere fede. Siate forti e combattete duro. Il mio cuore sarà sempre con tutti voi.con Rispetto »

(Alphonso Ford)

al-canotta2Il 4 Settembre 2004, tre settimane dopo, Ford spira in un Ospedale di Memphis: la leucemia ha vinto. Ci combatteva dal 1997- anno in cui gli fu diagnosticata- ma questo non gli impedì di diventare uno dei più sensazionali giocatori del vecchio continente di quegli anni, per poi entrare di filato nel Pantheon del basket, accanto a quei giganti a cui mai avrebbe osato paragonarsi. Sono dunque passati nove anni dalla scomparsa di un giocatore che mai verrà dimenticato. Primo giocatore nella storia NCAA a mantenere venticinque i più punti di media in tutti e quattro gli anni di college e quarto marcatore ogni tempo dello stesso college basketball dietro a personaggi del calibro di Pete Maravich. In NBA- draftato nel 1993 con la scelta numero 32- non ebbe molto successo soprattutto a causa della poca notorietà del college di provenienza(Mississipi Valley State University, ndr) e del fisico troppo minuto: giocherà una decina di partite tra Seattle e Philadelphia. Avrà il suo riscatto nella CBA prima di varcare l’oceano. E qui è leggenda. Parte dalla Spagna e poi approda nell’Ellade- prima al Papagou e in seguito al Peristeri Atene- dove nella stagione 2000-2001 ha la chance di giocare per la prima volta l’Eurolega, competizione della quale alla fine sarà il top Scorer(26 punti a partita). Tra le prestazioni di quella stagione va menzionata quella da 41 punti rifilati al Tau durante le Top 16. L’anno successivo passa all’Olympiakos a cui regala il primo trofeo dal 1997(la coppa di lega greca), le Top 16 di Eurolega e la finale del campionato greco. Ancora una volta, con 24.8 punti a partita, è il top scorer della massima competizione europea. Nel 2002 deve lasciare il Pireo a causa del ridimensionamento economico operato dai club greci per fronteggiare le spese di manutenzione degli impianti in vista delle Olimpiadi di Atene 2004. Arriva alla Montepaschi di Siena: quarto posto in italia, 19.1 punti a partita; Final Four di Eurolega, 17.9 punti ad allacciata di scarpe.

Dell’ultima stagione a Pesaro vi ho già raccontato, però ne approfitto per consigliarvi questo video.

Di Fonzie non resteranno solo le impresa sportive, ma dovrebbe rimanere impresso nella mente il suo essere genuino. L’aver lottato per ben sette anni sui parquet di mezza europa con un mostro dentro, senza mai lamentarsi. Ricordiamolo perché era un fiero figlio del Grande Padre- in gergo statunitense il Mississippi- con relativa parlata biascicata e incomprensibile, grandissimo senso dell’onore e del lavoro, del sacrificio. Ricordiamolo non perché morto in una maniera che nessuno vorrebbe- e, cavolo, i morti più che onorarli per le loro azioni sembriamo compatirli per la loro stessa dipartita- piuttosto perché fu un uomo vero, un esempio di reale umanità. Ricordiamolo per quello che le parole di Silvana Bartuccelli ci dicono:

Molte immagini impresse in memoria, ma certamente quella che mi viene subito in mente è alla fine di una partita Scavolini-Siena, vinta da Pesaro proprio per merito suo.I giocatori fanno il tradizionale giro della curva e un tifoso si avvicina a Ford per mettergli in testa una corona. Lui se la toglie e con un gesto fa capire che lui non la merita, che la corona è per i tifosi, è per i suoi compagni di squadra. Ho i brividi per tanta umiltà. Proprio lui, che dal ’97 scendeva in campo con un mostro dentro di lui, con una stronza che cercava di togliergli la vita. Proprio lui che combatteva non solo contro gli avversari, ma contro se stesso, contro le sue paure. Proprio lui rifiutava una corona.

Questo è l’Alphonso Ford che vorrei entrasse nel cuore di tutti voi.

Oppure quelle di Federico Buffa:

Alphonso parlava poco e quando la faceva la sua voce era profonda e sommessa come quella degli antichi bluesmen nati attorno al delta del Mississipi come lui.

Se mai siete da quelle parti difficilmente non avrete provato la netta sensazione che tutto inizi e tutto finisca con grande fiume. In campo per lui parlava il segno incisivo ed elegante delle sua straordinaria pallacanestro. Sasha Djordjevic, il più slavo degli slavi e come tale non particolarmente propenso verso gli afroamericani li rispettava come se Alphonso fosse nato sulle rive del Danubio e non su quelle del grande padre Mississipi. Alphonso sapeva per questo giocava ogni partita come fosse l’ultima. Una sera a cena, dopo aver letteralmente vivisezionato una buona squadra europea prendendo tra l’altro negli ultimi 10 minuti un impressionante serie di righe di fondo per un uomo della sua stazza, si stava lamentando – sommessamente come al solito – di quanto fosse più grande il diametro del pallone dell’Eurolega rispetto a quello del campionato, troncò improvvisamente la frase…. “Man I am tired”, sono stanco. Di fianco al bicchiere d’acqua minerale le solite pastiglie, quelle che dovevano lenire il dolore e mantenere la speranza. Alphonso sapeva. Infatti aveva deciso di smettere. D’estate non toccava palla. Andava a stanare il pesce nei rivoli del grande fiume che conosceva solo lui e faceva delle beneficenze e Dio solo sa di quanta ce ne sia bisogno da quelle parti. Non s’era lasciato particolarmente bene con Siena, la sua ultima squadra italiana. Quando tramite il suo agente greco gli arrivò l’offerta della Scavolini era già in corso una delle tremende interminabili umidissime estati del Mississipi. Tentennò, poi disse si. Alphonso sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima stagione e che prima o poi, più prima che poi avrebbe dovuto farsi regalare dal grande fiume l’ultimo abbraccio. Proprio per questo fu la sua più bella di sempre.
Ovunque tu sia, grazie Puma.”

Oggi ti ricorda ufficialmente il trofeo assegnato al miglior marcatore dell’Eurolega, vinto negli ultimi due anni- chissà perché- da due giocatori militanti nella tua vecchia Montepaschi.

101021032700912320Vorrei chiudere con una piccola riflessione: non si vuole fare la morale, utilizzare questa storia come il tipico esempio fatto dal predicatore dall’alto del suo distaccato pulpito. Non tutti possono essere titanici di fronte a “sfortune” come quelle di Ford. Si voleva semplicemente raccontare una storia di umanità. Pensate davvero che Ford mai abbia avuto paura o il desiderio di scappare, tipici di chi di trova a fare la parte del topo contro l’elefante? Avrà sicuramente avuto paura,  semplicemente evitò di darlo a vedere, decise di non essere lagnosamente teatrale. Non vi voglio invitare a fare come lui, piuttosto si dovrebbe provare ad essere un pizzico più umani(e quindi grandezze e meschinità comprese), il che non ci porta ad essere necessariamente migliori, bensì meno robotici. E lo sport può fare tanto, perché spesso le storie che ha da raccontare trascendono la disciplina praticata, narrandoci il grande teatro umano(quello con attori di talento, non quelli lagnosi di cui si è parlato prima). Un qualcosa per scaldarci il cuore, per riconoscere un po’ di bellezza nel disastro; da qui la necessità di persone che sappiano raccontare vicende del genere alla giusta maniera: mi riferisco alla citazione di Federico Buffa, indubitabilmente la parte meglio riuscita dell’articolo. Ecco, forse l’idea è quella di utilizzare storie del genere per riscoprire un po’ di sana empatia umana. Per il resto, godiamoci l’altra bellezza, quella della pallacanestro, ricordando i campioni che l’hanno resa reale:

Adieu, Alphonso…

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