L’anno è agli sgoccioli e, come da tradizione, è sempre tempo di bilanci, ricordi e giudizi su ciò che è stato. Nessuno può sottrarsi a questa routine classica, nemmeno i cestisti italiani più forti, bravi e famosi che ci siano, da anni militanti in NBA, nell’élite del basket mondiale. Il 2015 è stato un anno ricco di spunti, infatti, per Andrea Bargnani, Marco Belinelli, Danilo Gallinari e anche per Gigi Datome, che ha poi saggiamente preferito, negli ultimi mesi, i caldi parquet turchi alle fredde panchine americane. Cambi di casacca, infortuni dai quali recuperare, anelli da difendere e un Europeo finalmente giocato assieme dopo tante avversità (anche se Datome qualcosa da ridire in merito ce l’avrebbe…).
In questa sede, comunque, il settembre azzurro non sarà preso in considerazione (di pagelle e analisi sulla competizione se ne sono già viste a bizzeffe), ma ci si focalizzerà solo su come i nostri eroi si sono comportati oltreoceano, dando a ognuno di loro una valutazione per quanto fatto vedere nei lunghi e faticosi sei mesi “americani”. Partiamo dalla valutazione più alta per poi pian piano abbassarci:

Danilo Gallinari 7,5: doveva riprendersi da un terribile 2014, segnato dal prosieguo dell’infortunio al ginocchio e dal conseguente lento e difficile recupero. Si può tranquillamente affermare che la missione è riuscita in pieno. Impressione facilmente constatabile dal rendimento del Gallo in questi primi mesi della nuova regular season e in quelli finali della scorsa. in particolar modo dopo la cacciata del deludente coach Brian Shaw, con il quale l’ex bimbo prodigio di Casalpusterlengo non aveva mai instaurato un buon feeling. E come si poteva creare un buon rapporto con colui che faceva partire dalla panchina l’indiscusso uomo-franchigia? Eh già, il Gallo non sta più perdendo tempo e sta dimostrando come sa vestire degnamente i panni dell’uomo più importante e rilevante del proprio team. Talento, qualità, repertorio offensivo illimitato, personalità, leadership. Tutto ciò a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere tra Berlino e Lille succede anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Il career high prima aggiornato contro Orlando il 22 marzo con il primo “quarantello” e poi già ampliato nemmeno un mese dopo, l’11 aprile, contro Dallas. 47 modici punti con appena un 8/11 da 2, un 7/12 da 3 e un 10/10 ai liberi. L’ira di Dio. Un’ira che, sull’onda di quanto mostrato agli Europei, prosegue tuttora senza intenzione di placarsi a breve. Lui è Denver, la forza e la speranza di una compagine che, senza di lui, ora leggermente infortunato, sta perdendo le residue speranze di entrare in corsa per un posto in regular season. I più ottimisti parlano di All Star Game, ma se non ci andrà sarà solo per la concorrenza. Il re del ” ‘O famo strano “ sarebbe adattissimo in una cornice di grande spettacolo. I suoi 17.3 punti di media attuali, sommati ai 6 rimbalzi, ben risaltano l’ottima dimensione raggiunta e consolidata, così come l’estensione contrattuale di 34 milioni in due anni. Spicci da non buttare. Continui così.

Marco Belinelli 6: anche il Beli, in quanto a soldi, non ha affatto meriti secondari. In estate è riuscito a strappare a Vlade Divac e a George Karl un buon contratto triennale da 19 milioni di dollari in quel di Sacramento. Un ottimo salto in avanti rispetto a quanto percepito agli Spurs, dove era andato esclusivamente per vincere e togliersi tante soddisfazioni. Missione riuscita…nel 2014! Eh sì, perché la guardia bolognese il vero exploit lo ha fatto l’anno precedente, quando è diventato il primo italiano nella storia a infilarsi al dito un anello da campione NBA e a vincere il titolo di miglior tiratore da 3 punti nella gara dell’All Star Game. Roba da leccarsi i baffi, non replicata quest’anno. Per carità, il compito era proibitivo e un passo indietro era facilmente preventivabile. Qualche problema fisico in più, un po’ di logorio in una San Antonio vincente e l’eliminazione al primo turno contro i Clippers. Serie che il Beli ha rischiato di chiudere a gara 6 con 23 splendidi punti. Ciò che ha più contraddistinto il 2015 di Belinelli è stato l’aver trovato definitivamente la sua dimensione, nel bene e nel male: quella di buon gregario e discreta arma dalla panchina in un meccanismo ben rodato. Se ciò era considerato positivamente negli Spurs, nei Kings ne emergono anche i lati negativi. L’ex Chicago fa fatica in una squadra più confusionaria e meno ordinata. Al momento, si ritrova a essere un potenziale buon realizzatore, discontinuo, con qualche exploit e qualche passaggio a vuoto. Le percentuali, a differenza degli ultimi due anni, recitano diversamente. Ci si augura un passo in avanti per il futuro.

Andrea Bargnani 5: il cammino del Mago in NBA sta vivendo la sua fase calante, quasi prossima allo sprofondo. Dai Knicks ai Nets, cambiando arena ma non città. Medesimi risultati, medesime (magre) soddisfazioni, medesime agonie, medesima considerazione. Nell’ambiente americano è ormai additato come un relitto, un peso ingombrante, difensivamente inerme. Il rendimento nei vergognosi Knicks dello scorso anno non è stato nemmeno da buttare: una discreta quantità di punti e un rodaggio che gli ha permesso di giungere all’Europeo in discreta condizione. A Brooklyn sono emersi un po’ di problemi in più: inizio difficile, poco spazio, tanta panchina. Nelle ultime 2/3 settimane la situazione è leggermente cambiata e l’ex Benetton sta riassaporando di più il campo. La solita buona produzione in attacco, ma nulla che possa far credere a una svolta in un ambiente che gli è forse troppo ostile. Eppure il giocatore che abbiamo visto in Germania e in Francia merita di sguazzare anonimamente nelle peggiori compagini della lega? Crediamo di no. La speranza è quella di una risurrezione improvvisa, magari capitando in un contesto migliore. O magari, senza scartare la possibilità di un ritorno in Europa. Va bene che gli Italiani d’America sono una soddisfazione, ma la competitività resta una cosa importante.

Tommy Gilligan-USA TODAY Sports
Gigi Datome 5: un voto che riflette tutta l’avventura americana del “Jesus” sardo. Se ne è andato senza lasciare il segno, con qualche offerta sicuramente, ma più per fare il tassello riempitivo che per essere parte di un progetto. Lui lo sapeva e ha saggiamente optato per la sfarzosa ed ambiziosa corte di Obradovic. A Boston ha fatto qualcosa in più rispetto a Detroit, ma il contrario sarebbe stato impossibile. Un bel career high da 22 punti nell’ultima di regular season e l’aria dei playoff, seppur da quasi spettatore. Cose degne di nota, ma sperare in qualcosa di più era lecito.
Appuntamento al 2016, pronti a sostenere ancora chi difende i nostri colori con appartenenza, qualità e tanta voglia. La voglia di chi, da anni, vive un sogno che molti vorrebbero fosse il loro.
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