Italiani d’America: il pagellone della regular season

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La stagione Nba sta terminando: ultime partite per decidere i piazzamenti in zona playoff, per poi lasciare che 16 squadre provino a centrare l’anello, il solo oggetto in grado di condurre alla gloria eterna. Come lo scorso anno, ci saranno degli italiani in questa infinita bagarre: ci sarà il nostro Marco Belinelli, alla ricerca del back to back mai riuscito agli Spurs nel loro recente passato vincente. Con lui, in panchina, il prode Ettore Messina, vice di Popovich nella panchina texana. Tante possibilità anche per Datome, nonostante ultimamente stia saggiando sempre di più anche la comodità della panchina di Boston. Finirà invece la stagione di Danilo Gallinari e Andrea Bargnani. E’ tempo ora di giudicare questi lunghi e stancanti mesi dei portavoce della nostra pallacanestro, analizzando le loro cifre, le partite disputate, la continuità di rendimento, i progressi registrati e tutto ciò che contribuisca a rendere la loro valutazione la più oggettiva possibile. Cerchiamo infatti di essere il meno patriottici possibile, non esprimendoci sul valore globale del giocatore, ma semplicemente sulla stagione appena conclusa, ragionando anche in ottica futura. Consapevoli di non poter trovare il pieno accordo fra tutti i nostri lettori, ecco le nostre valutazioni in mero ordine alfabetico:

Andrea Bargnani 6,5: mai sceso in campo nel 2014, cominciavamo veramente a temere per la sua consistenza fisica: le sue continue ricadute muscolari rischiavano ormai di renderlo un ex-giocatore. Il suo rientro in campo in pianta stabile negli ultimi mesi, accompagnato da ottime cifre e buone prestazioni, ci ha invece rassicurato sulle reali condizioni del giocatore. Bargnani si merita un’ampia sufficienza proprio per quanto fatto vedere nei disastrati Knicks; 14.8 punti di media e 4.4 rimbalzi sono delle buonissime medie per finire una stagione iniziata nel peggiore dei modi. Sempre meno propenso a cercare il tiro da fuori, è ancora in grado di far risaltare la sua tecnica nel pitturato avversario e anche la sua mobilità migliore rispetto ad un centro standard. Giocatore con pregi e limiti che non si scoprono oggi, può benissimo continuare la sua carriera nella lega americana. Il contratto oneroso scadrà in estate e firmarne un altro per una cifra più bassa è la certezza. Ny sembra proporre il minimo salariale, ma siamo certi che qualche altra squadra possa fare dei meritati esborsi maggiori, anche se non esagerati. Sarebbe curioso vederlo finalmente in una contender, anche se con un ruolo di minor peso. Eravamo propensi a dargli mezzo voto in più, ma abbiamo preferito questa valutazione finale, tenendo conto che il contesto di bassa caratura tecnica lo ha sicuramente aiutato ad emergere.

Marco Belinelli 6: a primo acchito può sembrare una valutazione bassa e forse lo è veramente. Se l’anno scorso Belinelli ha sorpreso tutti, confermando di essere un role player di alto livello in un sistema congeniale come quello degli Spurs, quest’anno si è confermato senza troppi squilli di tromba e senza troppe cadute. Qualche infortunio di troppo gli ha impedito di disputare un numero di partite pari a quello dello scorso anno, ma quando Pop ha potuto disporre del bolognese, ha sempre ottenuto ciò che voleva: tiri, discrete percentuali, un po’ di punti e continua abnegazione. Negli Spurs è difficile emergere come singolo, perciò è stato bravo a calarsi definitivamente in questa dimensione di buon comprimario. Ai playoff ci si aspetta il salto di qualità non avvenuto lo scorso anno, quando perse qualcosa a livello di minutaggio e rotazioni. Fare bene significherà meritare un nuovo contratto. 9.3 punti, 2,6 rimbalzi e 1.6 assist sono le cifre che confermano il suo andamento lineare. Spesso, in questa rubrica, abbiamo detto come il suo rendimento restasse in un limbo ben lontano dalla mediocrità, ma nemmeno vicino all’eccellenza. Per questo abbiamo optato per una sufficienza ampiamente meritata, ma nulla di più.

Gigi Datome 5: l’idolo del popolo italiano, arrivato ad imprecare per mesi contro un imperterrito Van Gundy e ad esaltarsi per i primi e unici sentori di vita con la nobile canotta bianco-verde di Boston. Il fatto che sia ammirato in maniera unanime dalla massa, non può distoglierci dalla reale percezione della sua biennale esperienza americana. Non un fiasco, ma poco ci manca. A Detroit non ha quasi mai visto il parquet e qui la domanda da porci è sempre la stessa: ostinato e testardo Van Gundy a non dare mai una possibilità al leader della nostra Nazionale, oppure Datome non ha mai dato al suo coach le giuste sensazioni o motivazioni per rischiarlo? Di sicuro la prima opzione è  la ragione preponderante, ma non l’unica. Dopo la trade Datome ha infatti avuto più spazio e minuti, facendo vedere di poter contribuire in un contesto competitivo. Tale contributo è stato però ristretto ad un numero esiguo di partite. Datome di recente è infatti tornato in una dimensione simile a quella di Detroit con pochissimi minuti e tutta panchina in sfide di importanza cruciale contro Indiana e Charlotte, dirette avversarie per i playoff. Stevens lo ha elogiato, ma ciò non è bastato affinché trovasse una collocazione fissa nelle rotazioni. L’insufficienza ci pare legittima, assieme ad un consiglio per il futuro: difficile poter riavere una chance in Nba dopo non aver avuto modo di dimostrare molto, Un ritorno in Europa da protagonista ci pare la scelta più idonea. 

Danilo Gallinari 7: il voto più alto spetta al ragazzo cresciuto nel vivaio dell’Olimpia, rientrato da un infortunio lunghissimo con tanto di operazione sbagliata. I suoi primi mesi son stati complessi, per colpa di una forma che non tornava, di cifre e percentuali non all’altezza del suo passato ottimo a Denver e di un feeling mai trovato con Shaw, che gli ha presto sbarrato le porte del quintetto. La svolta, paradossalmente, è arrivata con un nuovo infortunio, quello capitatogli al menisco nel mese di dicembre. Tornato da quel nuovo intoppo, Gallinari è tornato a mietere punti, giocate e prestazioni così come si ricordavano in Colorado. I Nuggets hanno riabbracciato uno dei loro leader, in particolar modo dopo l’esonero del coach, mai entrato in sintonia in due anni con l’ambiente. Denver, sprofondata in un baratro, ha così ripreso a vincere qualche partita in più e Gallinari ha ulteriormente migliorato le proprie cifre, arrivando a raggiungere uno straordinario career-high da 40 punti. Nonostante la sua media punti sia inferiore a quella di Bargnani (11.7 punti), lo abbiamo premiato con un voto più alto per la capacità con cui è riuscito a ripresentarsi su ottimi livelli personali nonostante il grave problema traumatico alle spalle. Le sue cifre, infatti, risentono di quei primi mesi faticosi, altrimenti sarebbero state sulla stessa falsariga delle ultime performance.

Menzione speciale, Ettore Messina: non possiamo esimerci dal fare di nuovo i complimenti al primo allenatore di origine non nordamericana a sedere su una panchina di una franchigia Nba, vincendo anche un match al primo tentativo. Se ci aggiungiamo che la panchina in questione era quella dei campioni in carica dei San Antonio Spurs e che aveva preso il posto di un malato Popovich, uno dei mostri sacri della storia del gioco, ecco che tutto assume i contorni della favola. Inrealtà, è stato solo il coronamento di una carriera incentrata al successo, all’etica del lavoro e alla costante voglia di migliorarsi e ampliare i propri bagagli.

 

Bernardo Cianfrocca

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