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Julie Tetart, il caso della cestista transgender in Francia che sta sollevando polemiche

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Il tema degli atleti transgender è ormai centrale nel dibattito sull’inclusività nello sport. Le posizioni restano fortemente contrapposte: da un lato c’è chi ritiene che debba essere il sesso biologico alla nascita a determinare le categorie di gara; dall’altro chi sostiene che l’accesso non debba essere limitato, a patto che i parametri ormonali — come i livelli di testosterone — siano conformi a quelli stabiliti per la categoria di appartenenza. La questione si rivela particolarmente complessa nel caso delle donne transgender che gareggiano nelle competizioni femminili, a causa dei presunti o potenziali vantaggi fisici legati allo sviluppo biologico maschile.

In Francia, la discussione si è riaccesa attorno al caso di Julie Tetart, cestista di 34 anni in forza al Monaco, nella seconda divisione femminile. Tetart, che ha affrontato la transizione due anni fa e in passato ha giocato nei tornei maschili (fino al terzo campionato nazionale), sta dominando il campionato nel ruolo di centro grazie a un fisico eccezionalmente atletico. Nella scorsa stagione ha viaggiato a medie di 21.2 punti e 20.2 rimbalzi a partita, con il 62% dal campo, pur non riuscendo a evitare l’eliminazione del Monaco al primo turno dei Playoff.

Le immagini delle sue prestazioni sono circolate anche negli Stati Uniti, alimentando la provocazione su un suo possibile approdo in WNBA. Si tratta tuttavia di uno scenario abbastanza irrealistico per tre ragioni fondamentali: il divario di livello tra la A2 francese e la WNBA è abissale, Tetart ha 34 anni ed è verso la fine della carriera e infine, soprattutto, i regolamenti della lega professionistica americana non ne permetterebbero l’iscrizione, a differenza di quanto previsto dalla Federazione francese.

Nonostante ciò, foto e video della giocatrice hanno riacceso le polemiche oltreoceano, trovando sponda nell’ala conservatrice americana legata a Donald Trump (sebbene il Presidente USA non si sia ancora espresso direttamente sul caso). È possibile che nelle prossime settimane l’eco mediatica finisca per coinvolgere anche il dibattito politico europeo.

Francesco Manzi

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