Kobe Bryant, il mio miglior peggior nemico

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“From the moment
I started rolling my dad’s tube socks
And shooting imaginary
Game-winning shots
In the Great Western Forum
I knew one thing was real:

I fell in love with you.”

[Kobe Bean Bryant]

In qualche modo ho sempre pensato che Tu fossi immortale.

Sul parquet lo eri senza ombra di dubbio. Letale, come il black mamba di cui portavi in maniera così calzante il soprannome, con quell’arroganza tipica di un predatore ossessionato dalla vittoria e con licenza di uccidere. Ancora non riesco a credere, visto tutte le delusioni (rigorosamente sportive) che mi hai provocato, di essermi così commosso nello scoprire che anche uno come Te possa venir sconfitto da qualcosa. E dannazione, mi mancherai terribilmente.

Mi lascia inerme rendermi conto di cosa può provocare la dipartita di una persona così lontana anche nel cuore di coloro che non l’hanno conosciuto personalmente, di esseri umani che non erano tuoi parenti o amici ma semplici spettatori e testimoni della tua Grandezza. Men che meno in coloro per i quali, come il sottoscritto, sei sempre stato il più odiato e rispettato “acerrimo nemico”.

Ma la Legacy che lasci con la tua morte è più grande di qualunque rivalità sportiva, perché come hai scritto Tu nella magnifica lettera che hai dedicato al Basket, “il tuo amore per il Gioco era così profondo da dare tutto: mente e corpo, spirito e anima. Perché dare tutto è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo”. E tu l’hai fatto, sempre, ad ogni allacciata di scarpe, con orgoglio, passione e professionismo. E hai segnato indelebilmente l’adolescenza e la crescita di chi, come me, si è innamorato della Pallacanestro quando Tu eri il più forte di tutti.

Ricordo il dolore che ho provato nel momento in cui veniva scattata la foto che fa da copertina a questa serie di frasi slegate e scribacchiate in questa tarda notte insonne e che sfiderei chiunque a poter definire “articolo”: era appena finita Gara 7 delle NBA Finals 2010 contro i “miei” Boston Celtics, avevi vinto il tuo quinto e ultimo anello contro i rivali storici dei tuoi Los Angeles Lakers. Non avevi giocato una gran partita, ma hai dominato quella serie finale con la tua solita ferocia agonistica, con la tua classe e la tua ossessione di essere sempre e comunque il migliore. Quella sera ho sofferto, sportivamente parlando, come mai mi era capitato in precedenza, eppure quel dolore è un miliardesimo di ciò che ho provato questa sera nel momento in cui un mio amico a cena mi ha mostrato sul cellulare la notifica della tua prematura scomparsa.

È inaccettabile che con Te sia dovuta venire a soli 13 anni anche Gianna, la seconda delle tue quattro splendide figlie e con quel nome che è segno tangibile del tuo indissolubile legame con l’Italia. Da lassù, probabilmente gli dei del Basket hanno deciso che dovessi continuare a insegnarle i fondamentali del Gioco più bello del mondo, quelli che Tu padroneggiavi come pochissimi altri nella storia. Che dovessi continuare a trasmetterle la Mamba Mentality che ti ha reso ciò che sei stato, sei e sarai sempre per tutti i bambini che si approcciano alla Pallacanestro ed in generale allo sport: un esempio.

Se queste parole invece che essere scritte fossero lette dalla mia voce attuale sarebbero strozzate, afasiche, spaesate. Frammentate e interrotte da qualche singhiozzo e da qualche lacrima che proprio ora comincia a bagnare la tastiera del computer e che mi impedisce di essere ancora lucido per poter scrivere altro.

Da oggi, questo Gioco che tanto amiamo e che probabilmente nessuno ha amato, onorato e rispettato quanto Te, senza Kobe Bean Bryant è un po’ più brutto.

E solo.

Come Te, solo sull’isola in quella Gara 5 del 2010.

“In Africa, the saying goes: <<In the bush an elephant can kill you, a leopard can kill you, and a black mamba can kill you. But only with the mamba – and this is true in Africa since the dawn of time – is death sure. Hence its handle: Death Incarnate.”

[Kill Bill – Vol°2]

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