Kyle Hines e quel sogno NBA messo da parte: “non cambierei niente di ciò che è stato”

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Nel 2008 un ragazzotto del New Jersey salpava alla volta del vecchio continente, convinto che quest’ultimo sarebbe stato unicamente una tappa di passaggio. L’Europa doveva semplicemente essere un modo per migliorare il suo stile di gioco, prima del definitivo approdo in NBA. Come sappiamo bene, la storia è andata diversamente. Il destino ha scelto una strada differente per Kyle Hines, classe 1986 di Sicklerville, quartiere della cittadina di Winslow.

LA CARRIERA – Dopo aver disputato la Summer League con gli Charlotte Bobcats, in quel lontano 2008 Kyle Hines sbarca in Italia per diventare un nuovo giocatore della Prima Veroli, militante nella seconda serie. A seguito di due stagioni dal rendimento strepitoso, in cui gioca 50 partite mettendo a referto ben 885 punti, il centro statunitense si trasferisce in Germania per unirsi al Bamberg. Un solo anno più tardi il passaggio all’Olympiakos, con il quale Hines vince due Euroleghe consecutive (2012 e 2013) ritagliandosi un ruolo da protagonista. La definitiva consacrazione arriva con il CSKA, dove nell’arco di sei stagioni Kyle colleziona due Euroleghe (2016 e 2019) e due premi come miglior difensore del torneo (2016 e 2018). L’ingresso nell’olimpo della pallacanestro europea arriva ufficialmente nel 2020, con l’inserimento nell’All-Decade Team di Eurolega. Nello stesso anno, Hines arriva all’Olimpia Milano e nel 2021 vince il suo primo scudetto proprio con i biancorossi.

 

IL RACCONTO – Insomma, la carriera di Kyle Hines può essere descritta come una bellissima favola nata, come lo stesso giocatore ha raccontato al Philadelphia Inquirer, per puro caso:

«Mi sono sempre sentito come se una parte di me volesse realizzare il sogno di giocare in NBA, ma sono grato che ciò non sia mai avvenuto perché in questo modo ho potuto racimolare esperienze e memorie che da piccolo, quando ero ancora un ragazzino del New Jersey, non mi sarei mai potuto immaginare. Probabilmente se avessi scelto la lega americana sarei rimasto una riserva ed avrei atteso per tutto il tempo di lasciare la panchina per scendere sul parquet, ma non è solo per questo che sono convinto di aver fatto la scelta giusta. Giocare in Eurolega, vincere titoli continentali e nazionali, indossare le canottine dei club più famosi d’Europa… non cambierei niente di ciò che è stato».

Hines, nel corso dell’intervista, ha spiegato il motivo che lo spinse a scegliere il vecchio continente:

«all’epoca nella NBA, se volevi fare il centro, dovevi essere necessariamente molto alto. Era ancora una pallacanestro dove i ruoli rimanevano ben divisi l’uno dagli altri. Oggi, invece, il basket non richiede più quella rigidità: c’è addirittura la possibilità di mettere sul parquet cinque guardie nello stesso momento! Le squadre non mi sceglievano non tanto per una questione di carenze tecniche, ma piuttosto perché non sapevano in quale posizione avrebbero dovuto schierarmi».

Il centro statunitense ha poi esposto il proprio pensiero sulla pallacanestro europea:

«Il basket europeo è la vera essenza della pallacanestro. Lo stile di gioco, in Europa, è collettivo ed orientato in funzione della squadra, a differenza di quanto avviene negli States dove ai giocatori all-star vengono affiancati altri ottimi cestisti, relegati però ad un ruolo marginale. Nel gioco europeo i 12 componenti della squadra tendono a spartirsi equamente il tempo sul parquet: non ci sono all-star che non possono sedersi in panchina. Un giorno l’all-star è un giocatore, la partita dopo è un altro, e quella dopo un altro ancora. L’Europa mi ha insegnato come si gioca a basket, e da grande appassionato di questo sport devo dire che lo stile di gioco europeo è più avvincente».

Infine, Kyle ha avuto un pensiero per la sua famiglia, raccontando come la scelta di rimanere in Europa sia stata influenzata anche dall’amore per la moglie Gianna e per i figli Anya e Justin:

«Ho voluto che loro avessero il meglio, sempre. Perché in fondo è ciò che tutti vogliamo per i nostri bambini, no? Che possano avere una vita migliore della nostra. È esattamente ciò che volevo. Volevo che crescessero potendo raccontare ai loro compagni di classe, durante una lezione sull’antica Roma, come fosse fatto il Colosseo. Ha significato molto per me la possibilità di poter far vivere loro queste esperienze. Sono grato al basket per avermi concesso questa possibilità».

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