La magia della Coppa Italia: la Virtus e quell’emozione del 1999

Home Serie A News

Ritorna la Coppa Italia e la Virtus non è mai una partecipante qualunque. Un trofeo che lega indissolubilmente il proprio nome a quello dei bianconeri bolognesi, dato che nelle 41 edizioni fin qui disputate le Vu Nere hanno alzato il trofeo ben 8 volte e sono arrivati in finale in altre 6 occasioni. In entrambi i casi si tratta del record per la competizione, da sempre per questo motivo croce e delizia della storia bianconera. Ad essa sono legati un’infinità di aneddoti e situazioni, ma in vista della nuova edizione c’è un episodio in particolare che approfondiremo. Gennaio 1999, si gioca a Casalecchio l’ultima edizione con la formula della Final Four per passare dall’anno successivo alla formula attuale della Final Eight. Per la Virtus è un’annata incostante, dove la stella per eccellenza Sasha Danilovic comincia a sentire affiorare sempre più prepotentemente i problemi fisici e la squadra fatica più del previsto. Infatti la stagione precedente aveva portato il famoso scudetto del tiro da 4 e la prima storica Eurolega, con la notte dei sigari di Barcellona che rimarrà per sempre stampata nei cuori bianconeri. Ma lo Zar nel 98/99 disputerà appena 20 partite con 14,6 punti a partita e 14 in Eurolega con 15,6 (tutti career low in maglia Virtus). Tra le tante partite saltate c’è proprio quella Coppa Italia, unico trofeo mancato nella fantastica corsa dell’anno precedente e che si disputa per la terza volta consecutiva sul parquet di casa. Per la Virtus un’occasione troppo ghiotta, con tutta la rabbia in corpo di una stagione difficile.

Senza il proprio condottiero, le Vu Nere si affidano a Rigaudeau, Abbio, Nesterovic e Frosini, oltre al neo arrivato Bill Williams giunto proprio per sopperire all’assenza di Danilovic e sostituire poi il non convincente Olowokandi. Nella semifinale i ragazzi di Messina si sbarazzano non senza fatica della Treviso di Marcelo Nicola, Pittis e Marconato fra gli altri, con in panchina un altro mostro sacro che risponde al nome di Obradovic. Nella finalissima approda quasi a sorpresa Varese, che toglie il gusto di un ennesimo derby alla città dei canestri e viene quasi sottovalutata dall’ambiente Virtus. Ok i giovani virgulti di Recalcati, ma la metà bianconera di Bologna conosceva certamente meglio Myers, Fucka e compagnia. I lombardi però nell’atto conclusivo dimostrano subito di non essere arrivati lì per caso: con la regia di Pozzecco e il resto del nucleo italiano che farà le fortune anche della Nazionale (Galanda, De Pol e Meneghin) gli ospiti restano a lungo in controllo della partita. Si entra negli ultimi 3’ con i biancorossi di giallo vestiti per l’occasione al massimo vantaggio sul 63-57. Lì però l’orgoglio bianconero si scatena, con Abbio a segnare 5 punti consecutivi e l’eterno Rigaudeau a prendersi la scena con il gioco da 3 punti del definitivo sorpasso. Tutto il palazzo esplode: in particolare un bambino nato e cresciuto a pane e pallacanestro, bianconero fin da quando ad appena 8 mesi viene portato sulle spalle del padre in Piazza Maggiore avvolto in una bandiera tricolore per lo scudetto del 1994. Varese non riesce a replicare e ancora una volta la Virtus solleva un trofeo grazie al 65-63 finale. La stagione non si concluderà nel migliore dei modi, con la cocente sconfitta in finale di Eurolega per mano dello Zalgiris e soprattutto la vendetta subita dalla stessa Varese, in semifinale playoff, che costerà il posto in Eurolega per la stagione 1999/2000.

Ma per quel bambino di 5 anni tutto il resto rimane solo una fredda statistica da almanacchi, mentre l’emozione di quel tiro di Rigaudeau e quei giganti in giallo che sembravano inarrestabili finalmente battuti restano un ricordo vivido che quasi 20 anni dopo vi racconta attraverso queste pagine. Il primo flash limpido di una vita accompagnata incessantemente dalla palla a spicchi, come migliaia di altri bambini nati in quel periodo a BasketCity. Impossibile rimanere indifferenti alla trascinante fame di pallacanestro che aleggiava in città, dai portici ai bar passando per scuole e uffici: ovunque era o Virtus o Fortitudo, e lo era in maniera viscerale e passionale.

Da quel giorno il “cinno” ha capito cosa significa lo spirito Virtus, il non arrendersi mai di fronte alle difficoltà e lottare sempre fino all’ultimo respiro.

Per le strane vie scritte dal destino anche a questa Coppa Italia la Virtus si presenta senza il proprio leader tecnico, l’infortunato Aradori. Come allora il magico pubblico bianconero proverà a sospingere i propri beniamini, con l’esodo previsto verso Firenze di almeno 2000 tifosi pronti a trasformare il Mandela Forum in un PalaDozza toscano. E come allora, quel bimbo ormai cresciuto, guarderà con gli occhi ricolmi di passione i nuovi eroi indossare la gloriosa canotta con la Vu Nera sul petto.

 

Si ringrazia per le immagini  Virtuspedia.

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.