La rondine bianca di Harlem

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“Chi mi conosceva sapeva che non schiacciavo mai se non c’era qualcuno contro cui farlo. Sono buoni tutti a schiacciare smarcati, quindi, se sotto canestro ero da solo, non facevo altro che depositare il pallone. La schiacciata deve avere uno scopo”.

Questa storia è differente da tutte le altre, e vale la pena di essere raccontata.
E’ differente perché non è la solita storia “nera”, quelle di cui i ghetti traboccano, quelle che partono dalla miseria per raggiungere le stelle. No, questa storia è diversa, diversa davvero, pur considerando che le dinamiche e i luoghi sono simili alle altre. Sarà che segue il percorso inverso di quello delle belle favole del ghetto, sarà che il protagonista è del tutto inedito.
Oppure, semplicemente, sarà che di white guys che volavano sopra i ferri nella Harlem degli anni ’70 ce n’è stato soltanto uno.

West Harlem non è un bel posto. Cioè, è un posto pervaso di fascino per qualsiasi appassionato, ma credo che in tutta Manhattan i turisti preferiscano perdersi da qualche altra parte. Non è un bel posto, ma in confronto a quello che era 40 anni fa, prima degli anni 2000 e della “cura Giuliani”, probabilmente ora è anche carino. Per lo meno ci puoi camminare tranquillamente e senza timori di circostanza, puoi fermarti in qualche tavola fredda pagando un pranzo 7 $ e qualche occhiataccia, e nient’altro in più. Tutte cose che nelle estati degli anni Settanta non è possibile fare, soprattutto se non sei del posto. E il non-essere del posto generalmente vuol dire una cosa: essere bianco. Ora, non è una storia di razzismo al contrario, è una storia di ostilità verso lo “straniero” che permea la società americana di allora, da entrambe le parti, con pensi sicuramente non equiparabili. Ostilità più o meno marcata, nell’estate del 1976 l’osservato speciale delle partitelle perse tra il cemento e i mattoni marrone scuro è un 15enne, che regge sul campo a impronunciabili leggende del Rucker Park come The Destroyer, The Elicopter e persino The Goat. E non tiene testa solo tra la 115th e l’8a Avenue, lo fa anche sui campi della 114th, o della East 116th.
Dal reggere al dominare su questi campi la strada è clamorosamente lunga e complicata, ma il 15enne due anni dopo è ancora lì. E’ ancora lì, ma passa più tempo per aria che sul cemento, passa più tempo appeso al ferro che a difendere, passa più tempo volando che palleggiando: perché il ragazzo vola, letteralmente, prende il volo come una rondine e plana come un falco sopra gli avversari. E già di per sé la schiacciata, il poster subito, è pura umiliazione. Figurati riceverla da un 17enne. Figurati riceverla da un 17enne, bianco. Figurati riceverla da un 17enne, bianco, quando magari hai 40 anni di cui 30 passati sopra quel campo. Una storia diversa…

Una cosa del genere non può passare inosservata. Quel white guy volante, cresciuto nell’East Harlem (Rucker Park e la Harlem “nera” si trovano a West Harlem), si trova in una condizione economica non perfetta ma comunque migliore dei suoi avversari di ogni giorno, tale addirittura da permettergli di frequentare una scuola cattolica (solo maschile) di Midtown Manhattan insieme ai figli dei diplomatici stranieri che lavorano alle Nazioni Unite. Ma la St. Agnes, con i suoi Stags, nel basket liceale newyorkese non conta assolutamente nulla. Il bianco volante non può esprimersi, non può farsi notare da un palcoscenico degno del suo talento. E ad Harlem questo lo sanno, anche il ragazzo: merita di meglio, merita un cielo più grande dove volare. La rondine quindi lascia il nido, sorvola Central Park, si trasforma il falco e atterra alla Benjamin Franklin High School, dall’altra parte della città.
Ma il contesto è paurosamente differente. Dalle poche centinaia di compagni, per lo più riservati e momentanei, della St. Agnes, il white guy si ritrova circondato da altri 2.500 studenti la cui maggior parte, senza mezzi termini, a lui del tutto ostile. Perché la fama non sempre ti precede e quando cambi ambiente spesso te la devi ricostruire. E in quel contesto non è nessuno: non è rondine che si trasforma in falco, è una rondine che deve sopravvivere in uno stormo di falchi. Le minacce con coltelli e pistole sono all’ordine del giorno, ma la rondine non è sprovveduta e reagisce. Anche perché è venuto alla Franklin High per un solo motivo: giocare, partite di livello, contro squadre e avversari di livello. E gli altri studenti si accorgono che quello che stavano minacciando durante l’ora di pranzo forse non è un white guy qualsiasi, perché in partita ha una tendenza naturale all’umiliazione sportiva dell’avversario che non si è mai vista, perché se cresci reggendo contro Manigault allora la guardia della Taft High School (una corazzata in quel campo) è come se in campo non esistesse. I falchi d’improvviso si accorgono che quella rondine tanto rondinella indifesa non è: si accorgono d’improvviso che quel bianco volante è uno di loro.

Se ne accorgono anche al piano superiore. La Franklin è stata un’esperienza clamorosamente complicata ma il white guy ha raggiunto il suo scopo, e si ritrova puntati addosso i fari dei college più prestigiosi d’America. E’ tempo di lasciare il nido ancora una volta. C’è l’imbarazzo della scelta: St. John’s, North Carolina, Purdue, Notre Dame, Louisville, UCLA. E il ragazzo alla fine sceglie il Centenary College.
Cosa?
Sì, esatto. La rondine prende il volo e atterra nel deserto mediatico, almeno dal punto di vista cestistico, di Shreveport, Lousiana. Ma non è una questione di migrazione verso sud, è questione di attrazione e di fama che il ragazzo era riuscito a diffondere. E nulla attrae un ragazzo di East Harlem (seppur in una condizione non disperata) come il denaro. Il Centenary College ha qualcosa che le altre grandi potenze non hanno: un magnate dell’oro nero, disposto a pagare. L’intento è rendere il deserto mediatico meno desertico, e questo bianco volante è l’oasi perfetta: basket spettacolare, schiacciate e talento cristallino, con la giusta tonalità di carnagione. (Eh già, è comunque la Lousiana: vuoi rendere famoso il tuo college con le gesta di un nero? Ma scherziamo?). L’accordo è semplice: ogni volta che la rondine si trasforma in falco, mandando in visibilio il pubblico, riceve denaro extra, oltre a quello che regolarmente riceve (cosa che non potrebbe essere fatta in ambito collegiale) in base alle sue prestazioni. E così il ragazzo continua a volare in alto, puntando a cieli sempre più grandi.

Ma questa rondine forse è troppo fragile. E un pomeriggio, mentre cerca come di consueto di trasformarsi in falco, si spezza un’ala. In una partitella al campetto al bianco volante salta un ginocchio, e da quel momento non sarà più la stessa cosa. Lascia il Centenary, non riesce a sfondare ad Eastern Kentucky, non gli resta che tornare a casa. Con l’ala incerottata riesce ancora a prendere il volo, qualche volta, in modo spettacolare, ma ormai il falco non è più lo stesso. La fama rimane, le offerte dai pro arrivano (Venezuela e Francia), ma ad ogni schiacciata il ginocchio scricchiola, ad ogni palleggio la schiena urla, ad ogni virata le caviglie cigolano. I fondamentali rimangono, così come il talento, ma la rondine ormai non vola più. E i 111,8 cm di verticalità con cui era solito trasformarsi in falco svaniscono persi tra alcool, droghe, scommesse e sesso sfrenato.
E’ una storia diversa dalle belle favole, e in maniera diversa doveva terminare.

Però, forse, così brutta la favola non è.
La storia cestistica di Billy Rieser, probabilmente, non doveva finire in questo modo, ma la sua storia personale gli ha reso giustizia. Ora Billy è sposato, per un po’ ha gestito un’azienda di telecomunicazioni, e gioca a golf. Ma soprattutto ha sostituito l’alcool con la Bibbia, e adesso “predica la parola del Signore” per la Heartland Community Church.
Perché, vedete, le storie del ghetto sono tendenzialmente di due tipi: chi ce la fa, e chi si perde. Beh Billy Risier non ce l’ha fatta, si è perso, ma poi si è ritrovato. E allora forse, per davvero, la storia della rondine bianca di Harlem non potrà mai essere come le altre.

 

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