L’orgoglio di Rudy Gobert

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Se arrugginisce, non potrà più trafiggere… se perdi la presa, ti taglierà. Già, l’orgoglio è simile a una spada.” [Bleach, Tite Kubo]

“Oui mon cheri… Il y a personne comme toi.”

 

Mamma Corinne non gliel’ha mai nascosto, sempre diretta e pronta a stimolare quell’orgoglio che è perennemente presente nella testa e nel cuore di Rudy Gobert: “Ma certo tesoro, non c’è nessuno come te.

In fondo non poteva che essere così, visto il rapporto stretto che ha caratterizzato e unito i due dopo la separazione della donna dal marito.
Il marito è Rudy Bourgarel, virgulto di 2.13 metri nato a metà degli anni ’60 in Guadalupa che, svanito il sogno NBA, va a giocare a pallacanestro in Francia. Conosce Corinne Gobert quando, a inizio anni ’90, si trasferisce a Saint-Quentin, città che il 26 giugno 1992 diede i natali al futuro centro degli Utah Jazz. All’età di tre anni però il piccolo Rudy assiste alla separazione dei due genitori, contestuale al ritorno in patria del padre, a quasi 4000 miglia di distanza.

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L’assenza del padre e la possibilità di vederlo solo una volta ogni tre anni ha cementato e fortificato la relazione con la madre (di cui prenderà il cognome) con cui ha vissuto solo per qualche anno (i suoi due fratellastri hanno ora 10 e 18 anni) e ha fatto crescere in lui l’aggressività sportiva e l’orgoglio che lo hanno spinto a perseguire e raggiungere un unico obiettivo: non solo diventare un giocatore di basket, ma diventarlo in modo unico, differente e soprattutto dominante… ciò che al padre non è mai riuscito.

 

Non tutto è chiaro all’inizio

Saint-Quentin, circa un centinaio di minuti a nord di Parigi, viene descritta da molti francesi come ‘la Milwaukee o la Cleveland (non proprio San Francisco e New York, ecco) di Francia’ ed è abbastanza grande da essere definita come ‘città’ ma abbastanza piccola per far maturare al sindaco l’abitudine di approcciare tutti i turisti che incontra presentandosi e accogliendoli in qualità di primo cittadino. L’unica attività di rilievo presente è un salotto di scommesse per le corse dei cavalli.
Rudy cresce in questo contesto e, nonostante i buoni voti a scuola, da bambino ha spesso mostrato di non essere particolarmente sicuro di sé. Ciò lo portava frequentemente a litigare con i compagni a scuola, costringendo la madre a fargli incanalare questa aggressività negli sport: atletica leggera, boxe (tanta boxe), karate e anche ping-pong.

Eppure non si poteva non notare la sua continua crescita, testimoniata dalle tacche fatte a matita con cui Corinne misurava l’altezza del figlio a fianco di una porta di casa presto divenuta non sufficientemente alta, tale da costringere Rudy ad abbassare la testa per passare (com’era costretto a fare Wilt Chamberlain a cui per questo venne affibbiato il miglior soprannome di tutti i tempi, The Big Dipper… non solo ‘Orsa Maggiore’ ma anche in quanto costretto a ‘dipping down’, cioè abbassare la testa, per passare attraverso le porte), il che lo rendeva strutturalmente disegnato per la pallacanestro, nonostante le difficoltà a controllare il corpo. I suoi allenatori e compagni delle nazionali giovanili dell’epoca, tra cui Evan Fournier, dicono di lui: Era una guardia ma non stava bene sulle gambe, non aveva un gran controllo, non sapeva né palleggiare né tirare particolarmente bene.

Improvvisamente cresce di circa 20 cm in un paio di anni (e nei successivi non smetterà di ‘allungarsi’) e con la sua altezza anche la sua determinazione a raggiungere quell’obiettivo per cui mamma Corinne continuava a incoraggiarlo. A 15 anni lascia la propria casa per andare a giocare a Cholet, con cui passerà tutte le giovanili per poi essere chiamato a rappresentare la Francia agli Europei under-18 del 2010. Nella stessa annata riesce anche a giocare la prima partita da professionista con la prima squadra, nella quale metterà a referto 6 punti, 5 rimbalzi, 1 recupero e 1 stoppata. Nella stagione 2011-2012 in 29 partite segna 4.2 punti e cattura 3.6 rimbalzi a partita, mentre nella stagione 2012-2013 raddoppia i punti segnati a 8.4 e prende 5.4 rimbalzi.
Dopo aver vinto il bronzo ai campionati europei Under-20 del 2011 e l’argento nel 2012 (venendo anche inserito nel miglior quintetto della competizione) e sentendosi pronto a esplodere da un momento all’altro, forte del suo orgoglio decide di fare il salto nel mondo NBA, dichiarandosi eleggibile per il Draft 2013.

 

‘The Stifle Tower’ e il primo, difficile, anno e mezzo in NBA

Gobert si presenta al Draft con le seguenti misure, a testimonianza della sua ‘lunghezza’ (e non solo altezza): 7 ft 1 in (2.16 m) di altezza, 7 ft 8 ½ in (2.36 m) di apertura alare e 9 ft 7 in (2,92 m) di altezza raggiunta allungando in alto le braccia, praticamente 13 cm appena sotto il ferro. La combinazione delle ultime due è stata la più alta mai raggiunta da un rookie (superata l’anno dopo poi da Walter Tavares) e gli è valsa il soprannome di ‘The Stifle Tower’, la torre soffocante.

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Il 27 giungo 2013, il giorno dopo il suo ventunesimo compleanno, viene scelto alla numero 27 (numero trasportato poi sulla maglia) dai Denver Nuggets che lo girano la notte stessa (sigh!) agli Utah Jazz in cambio di Erick Green (sì, proprio quello di Siena e ora in forza all’Olympiacos) e cash considerations (strasigh!).
Dopo aver giocato la Summer League e firmato il contratto con i Jazz, Gobert gioca saltuariamente nella sua prima stagione NBA, venendo spesso chiuso dalla presenza di Derrick Favors ed Enes Kanter, viene girato due volte alla squadra di D-League dei Bakersfield Jam e collezionerà in tutto solo 45 delle 82 partite di stagione regolare che per la squadra dello stato mormone si chiuderà ai margini della Western Conference con solo 25 vittorie (risulterà comunque tra i più positivi, con 104 di rating difensivo a fronte del pessimo 111 di squadra e con un +6.0 di plus/minus on/off court ogni 100 possessi).

Stoppare, correre in transizione e schiacciare: cose che Gobert sapeva fare fin dal primo anno.
Stoppata, contropiede e schiacciata: forse la miglior giocata di Gobert al primo anno in NBA.

Al suo primo anno in America Rudy mostra un set offensivo limitato, si prende un solo tiro fuori dal pitturato e conclude solo dieci volte dal post in tutta la stagione (con movimenti non proprio alla Hakeem Olajuwon), tira i liberi sotto il 50%, smazza solo 7 assist totali in 45 partite perdendo in più un elevato numero di palloni in relazione ai minuti giocati. Ma dalla sua ha l’elevata mobilità e la capacità di correre velocemente il campo che lo rendono uno dei lunghi più dinamici della Lega, riesce a rollare con sagacia e rapidità attirando, anche quando non riceve il pallone, le attenzioni degli avversari in aiuto, aprendo il campo a tiri aperti dal perimetro e penetrazioni per i compagni.

E poi c’è la metà campo difensiva, nella quale il Nostro eccelle: nella sua prima stagione in NBA stoppa il 7.4% dei tiri avversari (ampiamente primo se avesse giocato abbastanza minuti per ‘qualificarsi’ in questa categoria statistica) e come rim protector, ovvero quando si trova a meno di un metro e mezzo sia dal canestro che dal tiratore, concede solo il 41.2% (the Stifle Tower, appunto).
Per tutti questi motivi, nella stagione 2014/2015, la dirigenza e soprattutto il nuovo coach Quin Snyder, dopo aver esercitato l’opzione per il terzo anno (2015-2016) del suo contratto da rookie, decidono che è il momento di puntare definitivamente sul centro francese.

 

19/02/2015: the Turning Point

È il giorno della Trade Deadline 2015, in 53 partite gli Utah Jazz hanno un record di 19 vittorie e 34 sconfitte e sono ancora nei bassifondi della Western Conference. Ma arriva la scelta che cambierà (e nettamente) in meglio il destino della franchigia e del figlio di Corinne.
Viene formalizzata una trade a tre squadre (Utah, Oklahoma City e Detroit) nella quale, tra gli altri, i Jazz mandano ai Thunder Enes Kanter (ottenendo, sempre tra gli altri, anche una prima scelta al draft 2018 protetta top-14 fino al 2020) decidendo quindi di dare molto più spazio a Gobert.

La Shot Chart difensiva di Gobert nella stagione 2014/2015.
La Shot Chart difensiva di Gobert nella stagione 2014/2015. L’area è off-limits.

E i risultati non si fanno attendere: i Jazz nelle restanti 29 partite chiudono la regular season con un record di 19 vittorie, le stesse delle 53 partite precedenti, e sole 10 sconfitte (record complessivo inferiore solo a Warriors, Spurs, Clippers e Cavaliers), mantengono inalterato il rating offensivo (105 punti ogni 100 possessi contro i 105.3 precedenti) ma stritolano difensivamente gli avversari passando da un rating difensivo di 108 punti concessi ogni 100 possessi a quello di 99.4, primissimi con un valore di assoluta élite nella Lega. Inoltre catturano 3 rimbalzi in più e stoppano 0.5 volte in più a partita, a testimonianza dell’impatto del centro francese che gioca molti più minuti, va molto più spesso in lunetta e stravolge totalmente le proprie statistiche, chiudendo 3° per stoppate (2.3) ma 1° nettamente per percentuale di stoppate (7.0%, unico insieme a Shawn Bradley a registrare un numero simile a 22 anni giocando almeno 2000 minuti), 6° per percentuale reale (62.7%), 5° per percentuale di rimbalzi (20.7%), 8° per rating offensivo (122.1 punti su 100 possessi) e 5° per rating difensivo (98 punti concessi su 100 possessi, un irreale 93 nel periodo post trade), guadagnandosi il terzo posto al premio di Most Improved Player of the Year e arrivando quinto al premio di Defensive Player of the Year.

La stagione 2014/2015 di Gobert, divisa tra prima e dopo la trade. Da sottolineare i numeri ai tiri liberi e lo spaventoso rating difensivo della seconda parte di stagione.
La stagione 2014/2015 di Gobert, divisa tra prima e dopo la trade. Da sottolineare i numeri ai tiri liberi e lo spaventoso rating difensivo della seconda parte di stagione.

Viene finalmente chiamato anche dalla nazionale maggiore francese con cui vince il bronzo sia ai campionati mondiali del 2014 e sia a quelli europei del 2015, per i quali viene inserito nel secondo miglior quintetto, registrando 10.4 punti, 8.1 rimbalzi e 2.0 stoppate di media.
Nel 2015/2016 un infortunio al legamento collaterale mediale del ginocchio sinistro lo ha tenuto fuori per una ventina di partite, impedendo ancora a Utah (nonostante i miglioramenti in continuità con la stagione passata) di raggiungere i Playoffs dopo quattro anni di assenza e al giocatore, che ha comunque chiuso ancora 3° sia per stoppate che per percentuale di stoppate, 6° per percentuale di rimbalzi catturati, 1° per percentuale concessa al ferro e 8° per rating difensivo, di registrare i numeri della stagione precedente. Ma tutto ciò era solo un assaggio, l’antipasto prima della portata principale.

 

2016/2017: l’esplosione

Gobert diventa uno dei pilastri del progetto dei Jazz: il 31 ottobre 2016 firma l’estensione del contratto, 4 anni a 102 milioni di dollari (diventando, in termini annuali, l’atleta francese più pagato di sempre). Il GM Dennis Lindsey (ex Spurs) e il coach Quin Snyder (ex Spurs, anche se in quanto allenatore della loro squadra affiliata in D-League) rinforzano il roster per cercare di migliorare un attacco mediocre, molto lontano dall’eccellenza difensiva e arrivano Joe Johnson, Boris Diaw (ex Spurs… ma dai?!) e soprattutto George Hill (che ve lo dico a fare, ex Spurs!), difensore eccellente sulla palla e capace, pur senza eccellere in niente, di fare tutto nella metà campo offensiva.

Le idee sono semplici: per potersi permettere Gobert e Favors nella fase difensiva, in attacco vengono coinvolti come passatori e bloccanti, si gioca a un ritmo basso (30° per pace, con 91.5 possessi a partita) cercando equilibrio e fluidità in attacco (Hayward e Hood i più beneficiati dagli arrivi estivi), movimento di giocatori e pallone alla ricerca del miglior tiro possibile nell’arco dei 24 secondi (motion, Spurs… avevate dubbi?). I Jazz sono tra le squadre che sfruttano di più gli handoff, i tagli, le conclusioni del palleggiatore dopo il pick and roll (2° per efficacia) e i tiri off-screen (1° per efficacia, 107 punti su 100 possessi). Pur usandola pochissimo per il ritmo basso con cui giocano, sono 2° per efficacia in transizione (111 punti su 100 possessi) e, sempre tra le opzioni meno frequentate, troviamo le conclusioni del rollante (per gli adeguamenti difensivi su Gobert), gli isolamenti e il gioco in post.

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Ball movement: la palla gira con pazienza,, entra ed esce dall’area e i giocatori sono in continuo movimento.

In difesa ruota tutto intorno alla presenza di un rim protector come il centro francese, per cui di base la difesa sul pick and roll è di tipo zone up (ovvero Gobert non esce nel gioco a due, gioca una ‘zona singola’ all’altezza del gomito o addirittura più profonda per proteggere l’area), portando gli avversari a giocare molti isolamenti, tra le soluzioni a più bassa percentuale, e conclusioni dal pick and roll (sia del palleggiatore che del rollante) a discapito di tagli, tiri spot-up e transizione. In virtù di questo i Jazz sono la squadra che concede più long two (il tiro meno pregiato della Lega), pochissimi tentativi al ferro (i tiri nel pitturato sono spesso fuori dalla restricted area) e il minor numero tra tutte le franchigie di corner 3 (tiri da tre dagli angoli, i più pregiati, solo il 20.4% di tutte le conclusioni dall’arco). Questa idea cambia leggermente in caso di grandi tiratori dal palleggio o dalla media, attuando una posizione meno profonda del centro o giocando tratti di small ball, con cambi sistematici sui blocchi.

La difesa base di Utah sul pick and roll: Gobert presidia l'area, raramente va oltre la lunetta e concede volentieri un long-two.
La difesa base di Utah sul pick and roll: Gobert presidia l’area, raramente va oltre la linea del tiro libero e concede volentieri un long-two.

Con questi accorgimenti i Jazz sono passati dal 17° e 16° posto delle stagioni precedenti al 12° per rating offensivo (109.3) e si sono stabilizzati al 3° posto per rating difensivo (104.1) appena dietro a Spurs e Warriors.

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Le statistiche difensive degli Utah Jazz: primi per numero di tiri da tre concessi, per percentuale da due concessa, per rimbalzi e assist a partita.

E in questo contesto il centro francese ci sguazza allegramente: presa coscienza dei suoi punti di forza e lavorando sui suoi limiti (13 punti di media, 4 in più rispetto alla passata stagione, e al minimo per percentuale di palle perse, 16.4%, a fronte del 23.8% del primo anno e del 19.2% dello scorso), è diventato un maestro nel portare un blocco (2° con 5.9 a partita, dietro al solo Gortat, per screen assist, un blocco che porta direttamente a un canestro del compagno), legge ancora meglio i pick and roll, attacca il ferro con più forza e dinamicità e non teme più di subire fallo dati i netti progressi ai liberi (66,8% e in continua crescita). In transizione segna 157 (!) punti su 100 possessi (98.1 percentile, ovvero solo l’1.9% della Lega fa meglio), quando rolla 142 punti su 100 possessi (97.8 percentile) e le poche volte che gioca in post 113 punti su 100 possessi (93.6 percentile).

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La shot chart offensiva di Rudy Gobert. Le opzioni ‘dunk’ e ‘layup’ tendono a ripetersi, per fortuna sua (e dei Jazz) con grande efficacia.

E difensivamente ha elevato a livelli di assoluta eccellenza ciò che già prima faceva in maniera più che mirabile: 3° per tiri contestati a partita (14.2, dietro solo a Robin Lopez e Porzingis), concede solo il 42.4% al proprio avversario (tra i centri solo Embiid e Dedmon meglio di lui ma con rispettivamente 3 e 7 possessi in meno) e come rim protector, quindi al massimo a un metro e mezzo dal canestro e dal difensore, concede il 43.4% (tra i centri e in generale tra chi difende almeno 5 tiri a partita del genere solo Roy Hibbert e Embiid fanno meglio con 43.1% e 41.0% ma con un numero di possessi da difendere nettamente inferiore). In situazioni di post concede 70.2 punti su 100 possessi (84.6 percentile), quando difende sul pick and roll 68.1 punti su 100 possessi (82.7 percentile) e quando contesta tiri in uscita dai blocchi, quindi sostanzialmente in aiuto perché non è certo lui a inseguire i tiratori, concede 50.0 (!) punti su 100 possessi (97.2 percentile).

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Le percentuali concesse da Gobert confrontate con quelle degli altri centri in NBA. Da notare la quantità di tiri in più contro cui è costretto a difendere il centro di Utah e come, nonostante questo, solo in due concedono meno nel pitturato (ma fuori dalla restricted area) e solo uno conceda meno dal mid-range.

Questo suo dominio (che forse lo porterà a vincere il premio di Difensore dell’anno o a essere inserito in qualche quintetto All NBA nonostante sia stato probabilmente ingiustamente snobbato per l’All Star Game) è confermato da altri numeri:

  • Plus/minus della squadra su 100 possessi: +8.8 quando è in campo, -2.8 quando è fuori.
  • 3° per percentuale effettiva dal campo: 64.0%.
  • 1° (anzi, primissimo) per percentuale reale: 67,3% (il vero parametro per misurare l’efficacia al tiro, e l’obiezione ‘schiaccia e basta’ cade per quanto la sua pericolosità migliori il lavoro dei compagni e dal momento che siamo tra le 10 migliori stagioni di sempre), grazie soprattutto al miglioramento nei liberi.
  • 5° per rimbalzi: 12.8 (30 gare consecutive con almeno 10 rimbalzi, career-high di 25).
  • 6° per percentuale di rimbalzi: 22.1%.
  • 1° per stoppate: 2.5.
  • 1° per percentuale di stoppate: 6.1%.
  • 3° per rating offensivo: 126.8 punti su 100 possessi.
  • 1° per rating difensivo: 97.8 punti concessi su 100 possessi.
  • 1° (primissimo) per net rating: +29 punti su 100 possessi.
  • 1° (primissimo) per defensive real plus/minus (ovvero sia l’impatto difensivo del giocatore in base al numero di punti concessi tenendo conto del ‘valore’ di ogni compagno e ogni avversario): +5.22 (Draymond Green 2° a 4.76).
  • 1° per defensive win shares (ovvero sia una stima di quante vittorie abbia portato alla squadra la sua difesa): 4.6 (Draymond Green 2° a 4.0).
  • 3° per win shares totale: 10.1.
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Le statistiche On/Off Court di Gobert. Impressionante come cambi il paesaggio per Utah la sua presenza sul parquet, a livello di percentuale effettiva dal campo e soprattutto di rating.

 

Tutta una questione di orgoglio

I Jazz, alla pausa per l’All Star Game, virano con un record di 35 vittorie e 22 sconfitte, in linea per chiudere la stagione con 50 vittorie, tornare finalmente ai Playoffs e magari puntare anche al fattore campo nel primo turno. Il merito va sicuramente alla pazienza e alla brillantezza nel costruire il roster attuale, al cambiamento sul piano del gioco operato da coach Snyder ma anche all’improvvisa ascesa di Rudy Gobert. Un’ascesa improvvisa ma fortemente voluta dall’ex boxer di Saint-Quentin, spinta da quell’orgoglio che lo ha sempre caratterizzato fin dai primi anni di vita dopo la partenza del padre.

A differenza di tanti ragazzi che non hanno orgoglio, io ne ho. Forse troppo.

Ma è proprio questo troppo che gli ha permesso, in un lasso di tempo quasi pari a un battito di ciglia, di passare dall’essere un progetto cestistico allampanato al diventare una forza della natura. È stato questo troppo a inculcargli in testa l’idea che nessuno avrebbe fatto su di lui quello che Vince Carter ha fatto al suo connazionale Frederic Weis, cominciando a trattare l’idea che qualcuno volesse sfidarlo al ferro come un affronto personale. Ed è sempre questo troppo a fargli ricordare ogni avversario che ha stoppato e soprattutto quelli con cui non c’è riuscito per potersi, sportivamente, vendicare, tanto da arrivare anche a scrivere un messaggio privato all’account Twitter dell’NBA per far loro notare come nel box score di una partita non avessero conteggiato una sua netta stoppata. Il mero interesse per le stoppate è però notevolmente inferiore al suo desiderio generale di difendere forte, per aiutare la squadra e i compagni.

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Anche se non arriva la stoppata, per la sola presenza di Gobert il tiro viene alterato

Dice di lui Gordon Hayward, l’altra stella della squadra: “Quando qualcuno di noi viene battuto o concediamo una linea di penetrazione per scelta difensiva, sappiamo che Rudy c’è. E se non blocca sappiamo che altererà la parabola del tiro rendendola meno efficace o costringerà l’attaccante a cambiare idea in corsa.

È lui stesso poi a spiegare meglio questo punto: Se giochi una buona difesa, spesso non c’è nemmeno bisogno di stoppare, l’attaccante sta alla larga dall’area, tenterà un floater o comunque un tiro a bassa percentuale.

Prendendo in esame la stagione scorsa, il francese ha chiuso a 2.65 stoppate a sera, 1.20 in meno rispetto a Whiteside (a cui probabilmente ha destinato un tweet sibillino), ma il centro degli Heat ha concesso al ferro il 47.6%, mentre il centro dei Jazz il 40.3% (neanche ve lo sto a dire che è stato il migliore tra tutti i difensori che hanno giocato almeno 18 minuti di media).
Rudy, seguendo i consigli di sua madre, è riuscito con il tempo a gestire e incanalare nel gioco questo orgoglio, tanto inefficace se arrugginito quanto tagliente se ne perdi la presa, come una spada.

Già, una spada. Come quelle che si vedono ne ‘Il Signore degli Anelli’ o in ‘Game of Thrones’, rispettivamente saga cinematografica e serie tv preferita con cui passa il tempo libero quando non è sul parquet a oscurare la vallata difensiva, quando non è con la sua fidanzata (immuni alla vita mondana o ai gossip) o non è a organizzare e gestire il suo camp estivo a Saint-Quentin, dove qualche volta si diletta a stoppare o schiacciare in faccia con forza erculea a innocenti ragazzini che hanno osato far frusciare la retina tirando mentre lui difendeva.

Perché in fondo quell’orgoglio, ancorché sedato e controllato, non smette mai di far capolino ed è parte fondamentale e fulcro della carriera di questo ragazzo francese di 2 metri e 16 centimetri nato, poco sicuro di sé, nemmeno 25 anni fa.

Mamma Corinne da Saint-Quentin può stare tranquilla… Il y a personne comme Rudy Gobert.

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Fonti statistiche: nba.com (via Synergy Sports), basketball-reference.com
Grafici: nba.com, shotanalytics.com, grantland.com

Dati aggiornati alla pausa per l’All Star Game.

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2 thoughts on “L’orgoglio di Rudy Gobert

  1. Articolo molto bello come contenuti ma giornalisticamente povero: i decimali si scrivono con la virgola e non col punto; “difensivamente” è un termine che non esiste mentre l’espressione corretta è “in difesa”; e poi: “contestare un tiro” è una errata traduzione dall’inglese, lingua in cui si dice “contest a shot”. In italiano si dice “ostacolare un tiro”. Quando in italiano si usano termini inglesi (o stranieri), al plurale non si usa la “s”. Pertanto si dice: i playoff. Per il resto: grazie delle info!

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