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Matteo Spagnolo e non solo: perché un giocatore draftato può decidere di giocare al college?

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Nel mondo del basket americano, siamo abituati a una progressione lineare: si gioca al liceo, si passa al college e infine si approda in NBA. Ma nei mesi scorsi il caso di James Nnaji, unitosi a Baylor nonostante diverse stagioni al Barcellona con anche un po’ di presenze in EuroLega, ha riscritto le regole del gioco. Dalla decisione di Nnaji si sono susseguiti altri casi simili di atleti già scelti al Draft che hanno scelto di tornare al college piuttosto che proseguire la propria carriera professionistica in G League o oltreoceano. Alla lista potrebbe unirsi in estate anche Matteo Spagnolo: nonostante sia stato scelto dai Minnesota Timberwolves nel 2022, il talento pugliese ha la possibilità concreta di vestire la maglia di un college a partire dalla prossima stagione.

Com’è possibile quindi che un professionista, già selezionato tra i “grandi”, possa tornare tra gli studenti-atleti? La risposta risiede in un mix di tecnicismi contrattuali e norme NCAA spesso poco conosciute.

Draft-and-Stash

Il primo equivoco da chiarire è lo status di un giocatore come Spagnolo in NBA. L’azzurro è stato scelto al secondo giro 2022 con la chiamata numero 50. A differenza delle scelte del primo giro, che hanno contratti garantiti per regolamento, le scelte del secondo round appartengono alla squadra solo come “diritti”.

Finché Spagnolo non firma un contratto ufficiale NBA (un Standard NBA Contract o un Two-Way Contract), per le regole della Lega rimane un giocatore “stashed” (parcheggiato). Per la NCAA, questo è fondamentale: non avendo mai firmato un contratto professionistico con una franchigia NBA, Spagnolo mantiene tecnicamente il suo status di amatore.

La rivoluzione NIL

Fino a pochi anni fa, aver giocato per squadre come Real Madrid o Alba Berlino avrebbe sbarrato le porte del college. Oggi, grazie alle nuove regole sul NIL (Name, Image, and Likeness), gli atleti universitari possono guadagnare milioni tramite sponsorizzazioni. Questo ha spinto la NCAA a essere molto più elastica: un giocatore internazionale può aver giocato in una squadra pro, purché non abbia percepito uno stipendio che ecceda la copertura delle spese necessarie (vitto, alloggio, allenamenti). Se Spagnolo può dimostrare che i suoi compensi in Europa rientravano in questi parametri “educativi/sportivi”, la NCAA può dichiararlo eleggibile. Servirebbe ovviamente una grande opera di convincimento, ma come testimoniano i casi di Nnaji e di altri colleghi, non è affatto qualcosa di impossibile.

La “Regola del Tennis”

Il termine “Regola del Tennis” viene spesso usato per descrivere la norma NCAA sulla “Delayed Enrollment” (Iscrizione Ritardata). È una regola nata per impedire ai tennisti pro di dominare il circuito universitario a 30 anni, ma si applica a tutti gli sport universitari americani.

In sostanza, la NCAA concede a ogni atleta un “periodo di grazia” di 6-12 mesi dopo il diploma di maturità. Passato questo periodo, ogni anno solare trascorso a partecipare a competizioni agonistiche organizzate, come ad esempio i campionati pro europei e l’EuroLega, comporta la perdita di un anno di eleggibilità. Insomma, invece dei classici 4 anni di college si potrebbe essere costretti a disputarne anche solo 1 o 2, a seconda di quanti anni sono stati spesi in questi campionati professionistici.

Perché Spagnolo può farcela, quindi? Matteo ha continuato la sua formazione sportiva in contesti di alto livello. Se la sua difesa legale dimostra che il livello di competizione era parte del suo sviluppo e che non ha mai “incassato” come un veterano, può richiedere un’estensione o una deroga. A 23 anni, si trova nell’ultima finestra utile per sfruttare almeno un anno di eleggibilità prima che il cronometro della cosiddetta “Regola del Tennis” azzeri i suoi bonus.

Francesco Manzi

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