Memories of Busts: Nikoloz “Skita” Tskitishvili

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485b0e85063313ced0514ba0bf613db8_600x40026 giugno 2002, Madison Square Garden, New York, la notte del Draft NBA; un Draft strano, quasi surreale, in primo luogo perchè particolarmente povero di talento, produrrà infatti solo quattro All Star, in secondo luogo perchè  tutti aspettano “l’altro Draft“, quello dell’anno successivo, quello di Lebron James, Carmelo Anthony, Dwayne Wade e Chris Bosh, quattro ragazzi che già da tempo fanno parlare di loro sul parquet della NCAA e dell’high school e hanno già un futuro assicurato come stelle della NBA. La prima chiamata è degli Houston Rockets, che sono riusciti a strapparla ai Chicago Bulls e ai Golden State Warriors, nonostante avessero solamente l’8,9% di chances per accaparrarsela; il commisioner Stern, chiama dunque Yao Ming, mastodontico centro cinese, sarà infatti il primo giocatore internazionale, senza esperienza di basket statunitense, a essere scelto con la #1 pick. Tocca ai Bulls, che scelgono Jay Williams, PG di notevole talento, che sarà però costretto ad abbandonare la NBA dopo nemmeno una stagione a causa di un incidente motociclistico che ne stroncherà la carriera; Mike Dunleavy va invece ai Warriors, con la #3, mentre Drew Gooden si accasa ai Memphis Grizzlies, con la chiamata successiva. Ed ecco finalmente il protagonista della nostra storia, i Nuggets, possessori della scelta #5, puntano tutte le loro fiches su Nikoloz Tskitishvili, cestista georgiano che si era messo in luce in Italia, vincendo anche un campionato con la maglia della Benetton Treviso, guidata allora da Mike D’Antoni. Nikoloz, soprannominato Skita, un ragazzone di 211 cm,  “un’ala grande con le mani da guardia tiratrice”, come veniva definito,  sbarcò dunque in NBA appena diciannovenne, consigliato ai Nuggets dallo stesso D’Antoni, che sin dal 1997 era uno dei direttori di scouting delle Pepite del Colorado. Denver lasciò quindi per strada tre futuri All Star come Amar’e Stoudamaire, Carlos Boozer e Caron Butler, riuscendo parzialmente a riscattarsi con l’arrivo di Nene (scelto dai Knicks ma ceduto a Denver), talentuoso centro brasiliano. Skita, che si era messo in luce in Italia per le sue doti di tiratore da 3 e rimbalzista, gioca 81 partite nel suo anno da rookie, con un minutaggio poco superiore ai 16 minuti per match e medie a dir poco sconfortanti (3.9 punti, 2.2 rimbalzi e 1.1 assist, tirando con il 24% da tre e il 29% dal campo); è immediatamente chiaro ai Nuggets di avere per le mani un “bidone”, del quale però è difficile disfarsi, in Colorado Nikoloz rimarrà infatti ben tre anni, vedendo le sue medie e il suo minutaggio diminuire sempre di più con il passare del tempo; la sua seconda stagione, in quelli che sono ormai diventati i Nuggets del rookie Carmelo Anthony, vede il campo solo 39 volte (2.7 punti e 1.6 rimbalzi in poco più di sette minuti), mentre l’anno successivo giocherà la miseria di 23 match (1.5 e 1.3 rimbalzi in 6.9 minuti). In Colorado non c’è più spazio per il ragazzone georgiano e Denver non vede l’ora di disfarsene, così lo inserisce nella prima trade che capita, spedendolo, con Rodney White, ai Golden State Warriors, in cambio di Eduardo Najera e Luis Alberto Flores.

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In California le cose vanno anche peggio per Skita, appena dodici partite (5.2 minuti di media conditi da 1.3 punti e 1 rimbalzo) e il seguente taglio da parte dei Warriors, che lascia Nikoloz senza squadra per il resto della stagione. Nella free agency 2005, Skita sembra non avere possibilità, invece i Minnesota Timberwolves gli offrono un contratto: Minnie viene da anni gloriosi, ma, nonostante Kevin Garnett sia ancora il leader della squadra, è ormai avviata verso il tramonto di un’era, non è quindi l’ambiente migliore per un giocatore in cerca di fiducia; Nikoloz vive il suo anno peggiore oltreoceano, giocando appena 5 partite, con un minutaggio limitatissimo (2.6 minuti a a gara) e medie ridicole (0.6 punti e 0.4 rimbalzi). Skita, ormai battezzato come bust da tutto l’ambiente NBA, a metà stagione lascia il Minnesota per accasarsi in Arizona ai Phoenix Suns di Steve Nash, dove ritrova anche Amar’e Stoudamaire e il suo mentore Mike D’Antoni; la squadra arriva alle Finali della Western Conference (perse 4-2 contro i Dallas Mavericks), ma non certo grazie al georgiano, che gioca a malapena 12 partite (2.8 punti e 1.7 rimbalzi di media). A Fine stagione Tskitishvili, capisce che in NBA non c’è più spazio per lui, i Portland Trail Blazers lo firmano a giugno, per poi tagliarlo dopo soli cinque giorni, i New York Knicks lo contattano a ottobre ma, dopo venti giorni, è di nuovo senza squadra. Skita si trasferisce quindi in Europa, per provare a ricostruire la propria carriera dopo tanta panchina in NBA, gioca mezza stagione a Siviglia, quindi, nel 2007/2008, torna in Italia a Teramo, dove, in 29 partite, metterà a referto circa 290 punti. Skita continua a girovagare per l’Europa, torna in Spagna al Fuenlabrada nella stagione 2008/2009, per poi passare in Grecia al Paok Salonicco (dove giocherà appena due partite); quindi tornerà l’anno successivo al Fuenlabrada, infine si trasferirà nel 2011 al San Sebastian.

Nikoloz Tskitishvili Post up

Visto il poco successo nel vecchio continente, Skita, a fine stagione, fa le valigie un’altra volta e parte per il Medio Oriente, spenderà circa 4 anni tra Iran, Libano e Israele, andando diverse volte in doppia-doppia per punti e rimbalzi, tanto da guadagnarsi, nel settembre di quest’anno, la chiamata da parte dei Los Angeles Clippers, che gli offrono un contratto non garantito per il training camp, viste le sue medie (21.1 punti a partita) nel campionato libanese. Skita accetta l’ennesima sfida e parte gli USA, ma il suo sogno si infrange poche settimane dopo, quando i Clips lo lasciano libero di trovarsi un’altra squadra. Nikoloz, ormai convinto che in NBA non ci sia più posto per lui, firma con il Fujian in Cina e, dopo aver segnato 13 punti in amichevole, ha visto di recente il suo periodo di prova prolungato. Skita ora ha un’altra sfida davanti e un nuovo paese da esplorare, per dimostrare a tutti che, pur non essendo all’altezza della NBA, ha ancora diverse carte da giocare.

A 32 anni non ci si può definire finiti, soprattutto uno come lui, un “pellegrino” della palla a spicchi, sempre alla ricerca dell’occasione giusta per riscattarsi.

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