Meo e Brian Sacchetti si raccontano in un’intervista doppia

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Nella serata di ieri, venerdì 7 dicembre, il coach della Nazionale italiana, Meo Sacchetti, e suo figlio, l’ala azzurra Brian, sono intervenuti ai microfoni di Fronte del Basket su Rete Sport. La prima parte dell’intervista si è concentrata proprio sul prossimo focus della Nazionale: il Mondiale 2019, con un occhio alle prestazioni passate, in particolare l’ultima contro la Polonia.

M: Abbiamo fatto un percorso buono, tranne la partita con l’Olanda. Ci manca ancora il passaggio ma è ad una vittoria di distanza. Nell’ultima gara abbiamo giocato contro una squadra di alto livello che avevamo già faticato a battere a Bologna. Noi non abbiamo giocato al nostro meglio sicuramente, ma grandi meriti vanno agli avversari.

B: È stato un percorso lungo, in cui, di recente, abbiamo fatto un ulteriore passo avanti ma ci manca ancora una partita. Sapevamo che sarebbe stato duro vincere una partita così in trasferta contro una squadra fisica come la Polonia; in più hanno iniziato in fiducia trovando canestri difficili dall’arco. Obiettivamente hanno mantenuto costante l’intensità ed hanno meritato di vincere.

Com’è il rapporto padre-figlio in un ambiente come la Nazionale?

B: Sicuramente era già difficile nell’esordio a Castelletto (serie B), poi a Sassari ma in Nazionale tutto è amplificato. Personalmente non riesco molto a scindere la due situazioni. In campo non riesco a chiamarlo “Coach”! Al di là di questo, il nostro è il classico rapporto allenatore-giocatore perché so che devo guadagnarmi ogni cosa.

M: Quando l’ho convocato è subito scattata l’idea del “giocatore raccomandato”; poi la prima volta che l’ho lasciato fuori mi hanno chiesto perché l’avessi fatto. Insomma, ritengo che Brian sia un ottimo giocatore. Ci saranno giocatori “più bravi” nell’insieme ma lui per certe cose è un vero collante. Quindi tutto questo non crea nessun disturbo: non gli ho mai regalato niente in un club, figuriamoci in Nazionale! 

Sentendo il Presidente Petrucci, la fiducia nei suoi confronti è innegabile ma quando Bryan la chiama “papà” c’è qualche sguardo di sorpresa tra gli altri giocatori?

M: Se vogliono possono chiamarmi tutti “papà” così ovviamo il problema! Penso che ormai si siano abituati a questo.

Per quanto riguarda la problematiche delle finestre di qualificazioni che non permettono ai giocatori NBA ed Eurolega di partecipare, pensa che sia un modo per ampliare la Nazionale o sia un reale problema?

M: Sapevo sin dall’inizio che avremmo avuto queste problematiche, così come tante altre squadre. Certamente questo ci ha permesso di “scoprire” altri giocatori ed ha imposto la necessità di sopperire a delle carenze tecniche con la grinta. È una situazione alla quale ormai ci siamo abituati; quando questi giocatori potranno e vorranno, saranno ben accetti.

B: Naturalmente dopo questa decisione ognuno di noi sapeva di avere una chance in più quindi è stato uno stimolo ulteriore per provare a meritare questo palcoscenico. Ognuno di noi ha dato il massimo per questa maglia ma con la consapevolezza che, raggiunti i Mondiali, le scelte tecniche possano cambiare e, giocatori prima assenti, a quel punto sarebbero presenti. Indosserebbero sempre la maglia Azzurra ed è un grande onore!

Sono 12 anni che non ci qualifichiamo ai Mondiali: perché? Cosa manca? Il talento, le strutture, la cultura, che in Italia è prevalentemente calciofila?

M: Sicuramente è stato anche il riflesso del mutare dei campionati che hanno trovato sempre più apporto dall’estero. Probabilmente c’è stato un momento di flessione quando altre nazioni crescevano. Nessuno ci regala niente, quindi si necessita un grande lavoro. Le strutture sono in mano alla Federazione ma, di fronte a delle impossibilità, bisogna provare a dare di più, ritagliarsi il proprio spazio.

B: In Italia, storicamente, la diffusione è 90% calcio e 10% basket, pallavolo e tutto il resto. Anzi, siamo fortunati ad essere al secondo posto, pur non essendoci paragone tra le risorse economiche del calcio e quelle della pallacanestro. Lo stesso discorso vale per la Spagna che però ha una delle Nazionali più forti del mondo. Piangerci addosso ci aiuta poco. Bisogna puntare molto sui settori giovanili, rischiando anche qualche carta, facendoli giocare.

Il 22 dicembre ci sarà Cremona-Brescia: cosa dirà Meo, l’allenatore di Cremona, a Brian, il giocatore di Brescia?

M: Durante la settimana non gli dirò niente. Il problema è della mamma anche se ormai è abituata. Però, siccome loro sono una squadra più attrezzata, se ci lascia vincere, lo faccio giocare di più in Nazionale!

B: Sta già mettendo le mani avanti. L’anno scorso è riuscito a vincere due volte su due ma quest’anno non deve assolutamente ricapitare!

Questo il podcast dell’intervista completa: https://goo.gl/pRS47z

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