Non avete capito niente

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Io, questo articolo, non lo volevo scrivere.

Ci avevano già pensato Marco Belinelli prima e poi Federica Pellegrini, due figure di popolarità e autorevolezza sicuramente maggiore, a dire pubblicamente quello che la maggior parte non degli appassionati di basket, ma degli sportivi, aveva pensato, vedendo le prime pagine dei principali quotidiani tematici lunedì mattina. Invece ho, abbiamo, dovuto constatare con grande amarezza che a quanto pare c’è bisogno ancora di parlarne. Perché se si commette un errore così grave e non ce ne si rende nemmeno conto, anzi si attacca il lettore, che dal canto suo avrebbe voluto solo maggiore professionalità e sensibilità, allora esiste un problema di fondo. E non stiamo parlando de “Il Caffé” di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera di martedì mattina, che si chiude con la frase agghiacciante, riferita a Gianna Bryant, “Chiederle di sopravvivergli [a Kobe, ndr] sarebbe stato davvero troppo”.

Lasciatemi fare una breve introduzione dei fatti, per chi per caso non ne fosse a conoscenza completamente. Domenica sera, tra le 20 e le 21 italiane, inizia a propagarsi sul web la notizia della tragica morte di Kobe Bryant in un incidente, mentre era a bordo di un elicottero insieme alla figlia Gianna e ad altre sette persone. Le notizie sono inizialmente confuse, ma già verso le 22 si ha l’orribile quadro piuttosto preciso. Nel frattempo si sta giocando il posticipo calcistico della ventunesima giornata di campionato tra Napoli e Juventus, che termina con la vittoria dei partenopei per 2-1.

Il mattino successivo i principali tre quotidiani sportivi nazionali, vale a dire Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport e Tuttosport, danno la notizia del decesso di Bryant in prima pagina, concedendo però più spazio, almeno visivo, alla gara calcistica e scatenando l’indignazione di molti, se non tutti. In poche ore un confronto con i colleghi stranieri, L’Equipe francese o gli spagnoli AS ed El Mundo, si propaga sui social: gli utenti accusano i giornalisti di aver perso l’ennesima occasione per dimostrarsi ciò che dovrebbero in realtà essere, ovvero giornalisti sportivi che guardano allo sport nella sua totalità e sanno valutare la rilevanza di una notizia come quella della scomparsa di Kobe.

Non è la prima volta che uno sport diverso dal calcio reclama maggiore spazio sui media nostrani. Solitamente si risponde che il calcio è lo sport più popolare in Italia, i giornali sono privati e devono guardare prima di tutto alle vendite, e quindi la scelta editoriale va accettata per ciò che è: una scelta editoriale, che piaccia o no. Stavolta è andata diversamente.

Il primo a commentare le polemiche è stato Roberto Maida, giornalista del Corriere dello Sport. Sì, quel Corriere dello Sport che alla tragica notizia ha concesso due pagine, la 40 e la 41 su un totale di 48. E sì, quel Corriere dello Sport che, sul proprio sito internet, lunedì mattina aveva pensato fosse una buona idea pubblicare un editoriale del direttore Ivan Zazzaroni dal titolo “Una stella è caduta dal cielo”. Con la foto di Kobe Bryant. E poi, all’interno dell’articolo, fatte salve le prime righe, parlare della giornata di campionato di calcio appena conclusa.

Successivamente è arrivato Riccardo Crivelli, giornalista della Gazzetta dello Sport, forse la testata che ha trattato la tragedia con maggiore dignità, tra le tre menzionate. La rosea ha sì concesso gran parte della prima pagina al calcio, ma ha almeno dato la precedenza, dentro il giornale, alla morte del Black Mamba, raccontata alle pagine 2-3-5–7.

Sono il primo critico di come noi giornalisti abbiamo ridotto il giornalismo. Ma di fronte ai leoni da tastiera seduti…

Pubblicato da Riccardo Crivelli su Lunedì 27 gennaio 2020

 

La versione della difesa quindi, in questo caso, sembra essere profondamente diversa da quella classica: non c’era il tempo necessario per dare spazio alla notizia di basket. Qualcosa che a quanto pare sono riusciti a fare all’estero, in Francia e Spagna. Qualcosa che è riuscita a fare persino la Gazzetta qui da noi, anche se parzialmente. Non vogliamo qui addentrarci nelle logiche redazionali di testate cartacee come queste, riconosciute per il loro lavoro anche a livello internazionale, anche se si potrebbe mettere in serio dubbio che non ci fosse il tempo necessario per rielaborare la prima pagina, preso atto dei tristi eventi.

Quel che suscita più rabbia in questa storia, è che l’altra parte non capisca. Persone istruite, colte, responsabili, d’esperienza: non capiscono la portata della morte di Kobe Bryant. Anzi. “Sinceramente, avete rotto i coglioni”. Un concetto che invece a noi, alla gente comune, senza dover per forza scomodare chi con questo sport ci vive, è perfettamente chiaro. E’ limpido. E’ razionale. E’ la cosa più ovvia. Perché Kobe Bryant non era un giocatore di basket molto forte, tra i migliori al mondo. Kobe Bryant era Maradona. Era Michael Schumacher. Era Michael Jordan. Era Ayrton Senna. Era Valentino Rossi. Era Cristiano Ronaldo. Era Marco Pantani. Era Tom Brady. Era Lionel Messi. Era Usain Bolt. Era Roger Federer. Era Muhammad Alì. Era Serena Williams. Era Pelè.

Questo deve essere ben chiaro. Va gridato. Kobe Bryant era un’icona, prima che campione nel basket. Era e sarà sempre immortale. Una prima pagina sportiva non avrebbe contribuito a dare un senso alla sua morte, o a quella delle altre vittime coinvolte nella tragedia. Avrebbe aggiunto qualcosa al simbolo Kobe Bryant, più che alla persona. Sarebbe stata conservata da molti come ricordo di quanto si possa raggiungere nella propria vita, e di come poi questa possa essere comunque spazzata via in un attimo. Sarebbe stata memoria indelebile alla legacy del Black Mamba. Un segno di rispetto, più che di amore, nei confronti di chi ha plasmato parte della storia dello sport.

Un’occasione persa per la quale ci si aspetterebbe, almeno, una professionale ammissione di colpa. E invece abbiamo solo povere giustificazioni e accuse a chi, invece, Kobe, il basket e lo sport lo ama davvero. Chi comprende la figura di quest’uomo per lo sport. Chi sta a suo modo soffrendo. E chi avrebbe desiderato soltanto maggiore rispetto.

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