Non è solo basket, non sono solo loro

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Dormo male. Non reggo questo gioco, non ci riesco. Mi sveglio, devo andare in università. Ricevo il solito messaggio mattutino del mio amico Riccardo, col quale in questo periodo ho instaurato una corrispondenza di cestistici sensi. Prova a coinvolgermi con il classico spunto tecnico… Niente. Non ne ho voglia.

ANCORA?!

Memphis Grizzlies v San Antonio Spurs - Game One
Donald Sterling, proprietario dei Clippers, e la sua fidanzata

Ieri guardavo i Clippers. Il riscaldamento, con le giacchette lasciate a metà campo e le maglie indossate al contrario, così che non si leggesse il nome della franchigia di Sterling. Avevo i brividi: pensavo che, dietro a quegli “statements”, condivisibili o meno nella forma, c’era stato un faccia a faccia in uno spogliatoio, o in una sala conferenze di un albergo di San Francisco. Quindici, venti persone riunite. Abituate a riunirsi in quella sala per discutere sulle ricezioni di Blake, su come fermare Steph (auguri…), su come far entrare Jamal nella serie.

E all’improvviso, tutto ciò scompare. Letteralmente. Rimane la sensazione di giocare per un uomo che ritiene degradante, offensivo e che, di fatto, PROVA VERGOGNA nell’avere degli Afro-Americani nel suo palazzo. Va beh – direte – ti daranno anche fastidio, ma uno come Magic Johnson alla partita me lo porto, mi faceva saltare sulla sedia con i suoi no-look… E vi sbagliate.

“Facci quel che vuoi, portatelo pure a letto! Ma non portarlo alle MIE partite, perché la gente poi mi chiama per avere spiegazioni!”, questo dicono le intercettazioni tra Sterling e partner, riportate da TMZ.

Immagino Chris Paul, uno che per dimostrare al destino di essere uno disposto a cambiarlo, in una partita fece tanti punti quanti erano gli anni del povero nonno Jones appena deceduto (erano 61, ma è solo un dettaglio); immagino Doc Rivers, probabilmente il primo coach della pista per leadership e comunicativa; ma immagino anche i Matt Barnes, una vita da deviante con il padre che tuttora si diletta a stendere gli “irrispettosi”, gli Hidayet Turkoglu, dalla Turchia con (poco) furore nella sua possibile ultima reincarnazione Nba, i Blake Griffin e tutti gli altri. Tutti a guardarsi negli occhi. Sono certo che ci saranno state opinioni diverse, si saranno sentite cose come “Concentriamoci sui Playoffs, vogliamo l’anello!”, piuttosto che “io non gioco con la maglia di questo s*****o!” o ancora “dai raga, quello parla…noi pensiamo a giocare!”.

Già, pensiamo a giocare. Sembra facile. Vi sfido a guardare il primo tempo di ieri sera, principalmente per due cose: WARDELL STEPHEN CURRY; l’atmosfera dell’arena. Non era la solita Oracle Arena. Sì, avevano tutti la maglietta gialla e sì, tutti esultavano per i canestri di quelli in bianco e fischiavano quelli in blu. Ma si respirava un’atmosfera surreale. Lo stesso Jeff Van Gundy, inappuntabile voce tecnica per la emittente americana ESPN, si è perso due-tre azioni perché sentiva di dover dire la sua. I Clippers apparivano visibilmente storditi, gli Warriors quasi imbarazzati dal doverne approfittare.

Il risultato è stato un’ampia vittoria per i padroni di casa, ma a chi importa? Non a me, di certo. Nè mi sarebbe importato vedere la reazione forte e un’eroica vittoria, con conseguente pellicola cinematografica tra 10 anni. Eh amici, non sempre finisce come celebrato dal film “Glory Road”. Non sempre Texas Western batte Kentucky. Non sempre Don Haskins batte Adolph Rupp. Non sempre Bobby Joe Hill batte Pat Riley.

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Stephen Curry esulta sotto gli occhi di Blake Griffin in Gara-4

Cercavo gli sguardi degli uomini, quelli sì che mi interessano. E negli occhi leggevo una sola sensazione, un solo grosso fardello portato da tutti i protagonisti: non è più solo basket. Ognuno ha il suo modo più o meno evidente di fartelo capire, dato dall’inevitabile sfumatura della propria personalità. Ma rimane la sostanza: nel mezzo di uno scoppiettante ed esaltante primo turno dei playoffs, l’intera Lega è scossa dall’ignoranza di un facoltoso proprietario. E le prese di posizione non si sono fatte attendere, dapprima ovviamente lo stesso Magic, poi Adam Silver, LeBron James, Jordan, Bryant, pure Barack Obama. Chi ha alzato molto la voce, chi ha tenuto un profilo più basso, talvolta per la carica ricoperta o per il proprio background culturale.

Queste intercettazioni avranno un sicuro risvolto legale per il suddetto Sterling, un’altrettanto certa ripercussione sulla franchigia (notizia di queste ore che tutti gli sponsor dei Clippers stanno dandosi a gambe levate), ed un probabile strascico su questa bellissima serie, oltre che, di riflesso, sull’intera post-season.

Quello che più conta, almeno per come la penso io, è l’effetto che tutto ciò ha su ognuno di noi. Bisogna ammettere che questa maledettissima piaga del razzismo rimane nella nostra moderna società, a tutti i livelli; non è un problema che può risolvere l’NBA, né Sterling né Rivers. Dobbiamo risolverlo tutti noi. Accettando che la piaga non è debellata, non è una malattia di “quei quattro idioti”, non sono “fatti loro”. Perché se girate la testa c’è una BANANA di fianco alla bandierina dove Dani Alves si appresta ad eseguire un calcio d’angolo, o c’è Boateng che lascia il campo a Busto Arsizio, o ci sono i venditori di strada del vostro paese presi a parole dai ragazzini.

La soluzione? Io, nel mio piccolo, tento questa strada: andare a dormire. Svegliarmi domani per andare in università. Accendere il tablet e scoprire se le penetrazioni di un franco-belga hanno messo in ritmo un caraibico, se i giochi a due tra uno spagnolo e uno di Wurtzburg hanno funzionato, se Brooks tenta due aggiustamenti (..) contro un ciccione e un principe della Catalogna. Ah poi ci sono anche i neri? Si va beh dai, due per quadra mettiamoceli così tirano due schiacciate e stoppano… Ricordiamoci che una volta, non troppo lontana, era così. E quanto sia cresciuta la pallacanestro grazie all’abbattimento di queste barriere, non è nemmeno quantificabile. L’auspicio è che a palazzo entrino sempre più uomini e sempre meno Sterling, così che io e Riccardo possiamo serenamente tornare a parlare del rilascio di Steph e della marcia trionfale dei nostri Lakers! Ouch …

– Manuel Riccio

Redazione BasketUniverso

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