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Ode a Nikola Jokic, l’MVP

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La notte del 26 giugno 2014 ero sveglio, il PC collegato alla TV e connesso a qualche sito di streaming che trasmetteva il draft NBA. Era il primo draft che seguivo in diretta e allora non sapevo ancora che sarebbe stato anche l’ultimo. Con il senno di poi, mi piacerebbe dirvi che decisi di seguire in diretta proprio quel draft per vedere se qualcuno avesse avuto il coraggio di draftare Nikola Jokic, il ragazzo sovrappeso del Mega Vizura di cui mi aveva tanto parlato il padre del mio amico serbo, ancora pieno di contatti nel mondo sportivo “di giù”. Ma vi mentirei.

Ero preparato per i miei standard, però. Sapevo che quella era considerata “la miglior classe del draft dal 2003”, avevo seguito la March Madness e mi ero studiato i nomi dei giocatori da lottery. Proprio in lottery avrebbero scelto i miei Nuggets, la mia squadra del cuore da quando avevo iniziato a seguire l’NBA dieci anni prima. L’undicesima pick era il nostro premio di consolazione per una stagione che aveva ridimensionato le ambizioni di una squadra priva di stelle in seguito ai “tradimenti” di Anthony prima e Iguodala poi. Ricordo le emozioni contrastanti quando i miei Nuggets scelsero Doug McDermott, salvo poi scambiarlo immediatamente per Jusuf Nurkic e Gary Harris, rispettivamente sedicesima e diciannovesima scelta dei Bulls. Poco male, sembravano entrambi dei validi giocatori… e poi Harris aveva giocato nei Michigan State Spartans, la “mia” squadra in NCAA: poteva andare peggio. D’altronde, diciamoci la verità, tra gli highlight-reels dell’università e le clip delle migliori giocate in slow motion, sembrano sempre tutti dei fenomeni. A proposito di slow motion: nonostante i Nuggets avessero ormai selezionato i propri giocatori, rimasi sveglio fino al termine del primo turno. Volevo sapere in che squadra sarebbe finito Kyle Andreson, giocatore dal soprannome simpatico. Quando Slo-Mo fu selezionato dai San Antonio Spurs con l’ultima chiamata, non vidi altre ragioni per rimanere sveglio. Vi mentirei, quindi, se vi dicessi che ho assistito, seppur inconsciamente, al draft del futuro MVP.

Nel draft del 2014, I Nuggets ottennero Jusuf Nurkic e Gary Harris, prima di pescare il futuro MVP con la scelta numero 41.

Mentirei anche se vi dicessi che l’anno dopo seguii le partite del Mega in Lega Adriatica, per vedere più da vicino il ragazzo sovrappeso di cui, due anni dopo, il padre del mio amico serbo avrebbe tessuto le lodi (troppo facile così…). Ma rincaro la dose: vi mentirei addirittura se vi dicessi che bastarono le prime partite del nativo di Sombor in NBA per convincermi che un giorno sarebbe arrivato a questi livelli. In questo articolo non ho intenzione di mentirvi. Voglio raccontarvi la “mia” storia con Nikola Jokic e cosa significa, per me, tifoso dei Nuggets da più di quindici anni, che sia lui il nuovo MVP della lega.

Premetto che sono di natura molto scettico, così non mi lasciai trasportare dall’entusiasmo dei primi highlights del Joker. Anzi, ai tempi ero molto combattuto: non riuscivo a decidere chi fosse più promettente tra il numero 15 e Jusuf Nurkic, il “cugino” bosniaco approdato un anno prima a Denver. Ammetto che la prima tripla-doppia di Jokic non mi lasciò indifferente, ma rimasi con i piedi per terra, per non rischiare di rimanerci male nel caso in cui si fosse rivelato un fuoco di paglia. D’altronde, da tifoso dei Nuggets avevo dovuto ingoiare ben più di una pillola amara negli anni dopo la partenza di Carmelo Anthony. Con il passare del tempo, anche il più cauto dei tifosi come me si dovette rendere conto del talento immenso di quell’oggetto misterioso arrivato in punta di piedi dai Balcani. Ma forse, proprio in virtù del potenziale straordinario di Jokic, tifare Nuggets durante i suoi primi anni fu ancora più faticoso che sopportare due stagioni di Brian Shaw e Randy Foye.

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Jokic in azione con la maglia del Mega.

Il talento di Jokic era evidente e innegabile già nella sua stagione da sophomore, ma quanta frustrazione ho provato nel vederlo passeggiare su e giù dal campo, sbuffare e sbracciarsi svogliatamente dopo un passaggio o un tiro sbagliato! Per non parlare di quelle assurde serate in cui si prendeva la miseria di quattro tiri. Ricordo che nel 2018 decisi di scommettere tutto sulla sua esplosione definitiva, selezionandolo con la seconda chiamata in assoluto al FantaNBA a cui partecipavo, tra l’ilarità e gli sfottò degli amici. Fu una scelta di cuore, ma anche un augurio, o meglio, una speranza. Come sono stato ripagato? Con un mese di novembre da 13.9 punti e 9.1 rimbalzi. La convocazione all’All-Star Game di quell’anno mi confermò che almeno non avevo preso proprio una cantonata, ma com’era possibile che ci mettesse così tanto ad ingranare? “The Big Diesel” non era mica il soprannome di Shaq?

Per il mio FantaNBA ormai era troppo tardi, ma almeno la stagione dei Nuggets svoltò insieme a Nikola Jokic. Finalmente tornati ai Playoff dopo cinque anni di assenza (questa volta addirittura con il secondo posto ad Ovest), i Nuggets affrontarono i sempre temibili San Antonio Spurs. In una straziante serie di sette partite, Jokic fece quello che temevo non sarebbe mai stato in grado di fare: si caricò Denver sulle spalle e conquistò così definitivamente il mio cuore. I Playoff dell’anno scorso, poi, con due storiche rimonte contro Jazz e Clippers hanno sciolto ogni dubbio sulla capacità di Jokic di trascinare i compagni: nella bolla di Orlando ho capito che questa iterazione dei Nuggets è ancora meglio di quella delle finali di Conference del 2009. Quante differenze tra quella squadra e quella di oggi: molto più “tamarri” e sregolati ‘Melo, J.R. Smith, Kenyon Martin e il Birdman, mentre Jokic, Murray e Porter Jr. guidano una truppa caratterialmente molto più ordinaria, ma più talentosa e decisamente più organizzata. Il titolo di MVP vinto da Jokic è meritato e sacrosanto, ma purtroppo accompagnato da un retrogusto agrodolce, dovuto all’infortunio di Murray che ha compromesso la stagione dei Nuggets già prima dell’inizio dei Playoff. Chissà dove sarebbero arrivati i Nuggets con il roster al completo e con un MVP in più… Ciononostante, a prescindere dall’esito della serie contro Phoenix, per la comunità dei Nuggets il coronamento di Nikola Jokic significa moltissimo.

Come ha affermato il diretto interessato, con l’MVP non è stato premiato solo Nikola Jokic. Insieme a lui è stato premiato un basket diverso, addirittura atipico se si paragona lo stile di gioco di Jokic a quello degli MVP degli ultimi dieci anni. È stato premiato il coraggio della dirigenza, che ha deciso, in un basket fatto di spaziature, atletismo e fast-break, di puntare tutto su un giocatore dalla verticale quasi inesistente. Ma è stata premiata, soprattutto e finalmente, anche la città di Denver. I Nuggets sono stati fondati nel 1975. Non sono mai stati la barzelletta dell’NBA, come altre franchigie, ma non si può nemmeno dire che siano mai stati considerati tra le squadre più iconiche. Per la città di Denver sono passati tanti grandi giocatori, da Alex English a Carmelo Anthony, Fat Lever e Dikembe Mutombo. Nessuno, però, ha mai vinto un titolo di MVP con la maglia dei Nuggets. Quello più vicino a raggiungere l’obiettivo fu proprio Anthony, che però si è separato malamente dalla città. ‘Melo, consapevole del proprio talento, chiese il trasferimento in una squadra più attrezzata perché stufo di doversi arrendere a team più forti nei Playoff.

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Epoche a confronto: Jokic, il simbolo dei Nuggets di oggi, contro Carmelo Anthony, idolo di Denver per quasi dieci anni.

Jokic è stato il primo All-Star dei Nuggets dopo la separazione da Anthony e il contrasto con il doppio-zero dei Blazers non potrebbe essere più drastico. Sia dal punto di vista sportivo che umano. Jokic ha la classe e il talento dei campioni, ma non ne condivide l’ego. Per lui la squadra è sempre stata al primo posto. Spesso i giocatori rilasciano interviste un po’ troppo bonarie, in cui dichiarano esattamente quello che vogliono sentire i tifosi. Io ho premesso che sono scettico di natura, eppure sono convinto che Jokic fosse sincero quando negli ultimi mesi continuava ad affermare che il titolo di MVP, per lui, non fosse né una priorità né una motivazione. Chiamatemi pure naïf, ma quando un allenatore deve quasi implorare la propria stella affinché prenda più tiri e passi meno la palla ai compagni, un fondo di verità ci deve essere.

Inoltre, nella sua prima conferenza stampa da MVP, Jokic ha ribadito di ammirare Tim Duncan – l’anti-divo per eccellenza – per la sua serietà, disponibilità e attaccamento alla maglia. Per noi tifosi Nuggets, quest’ultimo aspetto non si può prendere alla leggera. Delle sette maglie ritirate dalla franchigia, solo una è stata anche l’unica indossata dal giocatore in questione (Byron Beck). Purtroppo l’appeal di Denver non è lo stesso di Los Angeles o New York e i Nuggets, come organizzazione, non sono mai stati presi troppo sul serio in passato. Negli ultimi anni le cose sembrano essere cambiate: Denver è cresciuta come metropoli e poter vantare un MVP in squadra potrebbe dare ai Nuggets la credibilità che si merita una franchigia che in 46 anni di storia ha saltato i Playoff solo in 18 occasioni. Concludo quindi questo pezzo unendomi al coro e ringraziando Nikola Jokic, da Sombor, Serbia. Grazie per aver riportato i Nuggets ai Playoff dopo un lungo digiuno, grazie per averli rappresentati all’All-Star Game, grazie per le finali di Conference, grazie per aver portato il titolo di MVP per la prima volta in Colorado e, soprattutto, grazie per aver dimostrato all’NBA che i Nuggets sono più di una semplice comparsa. Presto spero di poterti ringraziare anche per averci fatto vincere il primo titolo della nostra storia. Grazie, Nikola, hvala.

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