Olimpiadi 1972: la storia riassunta in una partita di basket

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1972. Piazza della Rotonda, Roma.

“A’ Rotonna” come la chiamano i romani, fino al 1847 sede di uno dei famosi mercati ittici della capitale nonché punto di ritrovo per gran parte delle “bighe Romane” intente a scarrozzare i turisti lungo le vie della capitale. Questi ultimi invadono la piazza con fare rumoroso, una coppia, dalle chiare origini anglosassoni, sta cercando la posa perfetta per una foto ricordo proprio vicino ad uno dei cavalli. Un giapponese ha da poco posato in terra un treppiedi. Il fare è ciondolante, quel Luglio romano verrà ricordato come uno dei più torridi. Il caldo non sembra mettere fretta a nessuno.

In quel compassato brulicare solo un uomo sembra andare di corsa. Pantaloncini corti e t-shirt bianca cammina con passo svelto verso uno dei bar presenti sulla piazza. Ha l’abbigliamento da turista, ma la barba molto folta e l’andatura decisa fanno pensare a tutt’altro.  L’uomo è conosciuto ai più con il nome di Abu Dawud ed è in ritardo ad un appuntamento. Seduto ad un tavolo Abu Iyad lo sta aspettando. Vestito anche lui con maglietta e pantaloncini. Dawud non permette ad Iyad neanche il più fugace dei saluti, sbatte sul tavolo la prima pagina di un giornale Islamico, il titolo non ammette fraintendimenti:


“LA PALESTINA NON FARA’ PARTE DELLA MANIFESTAZIONE OLIMPICA”
. Il sottotitolo è ancora più chiarificatore: il governo tedesco non ha neanche visionato la richiesta da parte della Federazione Palestinese di partecipazione, anche senza nessuno scopo competitivo, alla manifestazione. Per i tedeschi e l’Organizzazione Olimpica la Palestina non è neanche considerato Stato. Non esiste un popolo palestinese, non una bandiera, neanche un passato.

Iyad apprende la notizia con la calma di chi, quell’articolo, lo conosce perfettamente a memoria. Con un gesto della mano fa cenno a Dawud di sedersi vicino a lui. Con la mano destra stringe vigorosamente la spalla dell’amico avvicinandogli la bocca all’orecchio.

“Se non ci permettono di partecipare ai Giochi olimpici, ne prenderemo parte a modo nostro.”

1972. Illinois, USA.

Un brutto pallone rimbalza in uno dei playground della città. Gli spicchi che lo contraddistinguono sono quasi spariti del tutto, il suo indistinguibile colore arancione fa girare ogni singola persona che lo vede passare d’innanzi ai propri occhi. Rimbalza, il brutto pallone, passando per le vie del centro, rimbalza schivando il bambino che cerca invano di prenderlo al volo, sfugge via alle grinfie di un cane, corre lontano dal panettiere che, ancora sporco di farina, vorrebbe acchiapparlo per portarlo in regalo a suo figlio. Questo Natale sarà senza doni.

Rimbalza per l’ultima volta prima di finire nella mani di un ragazzo che guarda il canestro dritto negli occhiQuel ragazzo si chiama Paul Douglas Collins, ma per gli amici è “Doug”. Doug è all’ultimo anno di College, gioca nell’ Illinois St. Redbirds come playmaker e passa gran parte della giornata ad allenarsi sui tiri liberi. Guarda la retina lasciando andare quel brutto pallone. Primo ferro. Fa molto freddo in città, l’aria è secca ma l’inverno è pungente da queste parti. Ennesimo tiro. Secondo ferro. Il respiro affannoso è di chi, quando farà caldo, partirà per Monaco.

L’Olimpiade è il vero banco di prova prima della sua carriera NBA. Il Team USA non ha mai perso in una competizione ufficiale.

Settembre 1982. Sabra, Beirut.

Mohammed Al-Hams è nascosto nel campo profughi di Shatila. Le mani sono sulle orecchie, gli occhi serrati. Mohammed fu deportato due anni prima mentre protestava nella sua Università a Gaza. Sarebbe dovuto diventare un medico, invece è un guerrigliere disarmato, un fantoccio gettato in un campo di prigionia lontano da casa ma vicino alla morte. L’esercito Israeliano ha circondato la regione Ovest di Beirut ed è pronto a sferrare l’attacco.

Le armi sono cariche per sparare colpi che fenderanno l’aria, i soldati hanno bisogno di sangue, sangue palestinese. Mohammed è nascosto in un furgone insieme ad altri connazionali, nessuno è armato, né tantomeno pronto per la guerra, nessuno vorrebbe combattere, ma solo fuggire via nella speranza che tutto finisca il prima possibile. Sarà così.

L’esercito Israeliano infrangerà il patto stipulato con  gli USA di non belligeranza e invasione della zona ovest di Beirut e del campo profughi Palestinese. Non una guerra, ma un massacro. Non un combattimento, ma un genocidio di massa. Persero la vita 480 palestinesi disarmati nascosti dentro un campo di prigionia. Morì anche Mohammed. Il ragazzo che sognava di essere medico.

 

Gennaio 1972. Leningrado, URSS.

Campo di allenamento della Nazionale Sovietica. Aleksandr cade a terra sfinito.

Non mi sento pronto signore, non riesco ad andare avanti.

La mano destra di Vladimir Kondrašin si infrange con violenza contro il viso del giovane Aleksandr. Vladimir è il miglior allenatore di basket dell’URSS, allena lo Spartak Leningrado e la Nazionale. Ha messo gli occhi su questo ragazzo e da qualche mese è con lui ogni giorno. Aleksandr è un pivot di 200 centimetri, il classico centro vecchio stampo: poco fisico ma mani educatissime.

Kondrašin vuole assolutamente che sia il centro titolare della rappresentativa che sfiderà gli USA alle prossime Olimpiadi, ma è attanagliato dall’instabilità della condizione fisica e mentale del ragazzo. In certi momenti sembra non farcela, ha la tendenza ad affidarsi esclusivamente al suo immenso talento. Con gli Stati Uniti sicuramente non basterà. Il rumore della sberla riecheggia ancora nell’aria circostante.

Rialzati immediatamente, non stai lottando per te, né per me, ma per tutte le persone che sono morte per fare in modo che noi fossimo liberi di parlare, correre e pensare. Rialzati perché tuo nonno e mio padre sono morti per la nostra Nazione senza chiedere nulla in cambio. Sudare è più semplice che morire.

L’orgoglio di Aleksandr fu colpito nel profondo. Prese di nuovo il pallone tra le mani e riprese a correre avanti ed indietro per il campo.

 

Luglio 1972. Sabra, Beirut.

Luttif Afif segue con lo sguardo il campo di allenamento. Un gruppo di palestinesi, vestiti con stivali e tute mimetiche, stanno terminando un percorso di addestramento. Cinque di loro verrano selezionati per la missione “Biraam”. Afif è un ingegnere, tempo fa ha lavorato ad un progetto di un edificio al centro di Monaco di Baviera. L’edificio ospiterà gli atleti provenienti da ogni parte del globo. Sarà il Villaggio Olimpico.

L’ingegnere palestinese ha visionato e lavorato al progetto stesso, ne conosce ogni sfaccettatura, ma soprattutto ogni punto debole. Ha bisogno di una squadra, ha bisogno di cinque volontari che abbiano intenzione di sacrificare anche la vita per la propria nazione. Ne verranno scelti cinque, nessuno di loro sa ancora quale sarà la missione di cui farà parte. La cosa importante è la Palestina, il resto non conta.

 

4 Settembre 1972. Monaco. Ore 23:30.

Shmuel Rodensky è alle battute finali di una delle sue più mirabolanti interpretazioni teatrali. Rodensky è un lituano nato a Vilnius all’inizio del secolo ed è di religione ebraica. Ha appena finito di mettere in scena “Il Violinista sul Tetto” di Joseph Stein, straordinaria commedia musicale di uno dei più grandi poeti e commediografi statunitensi. Mentre è nel “dietro le quinte” viene avvicinato da un signore più o meno della stessa età: Kehat Shorr. Shorr è un rumeno, anche lui di religione ebraica.

Congratulazioni Mr. Rodensky, mi ha lasciato completamente senza fiato. Le volevo parlare perché noi siamo legati da un vincolo, anche io sono sfuggito alle persecuzioni razziali, anche io sono ebreo. Ora sono l’allenatore della squadra di tiro con l’arco: rappresentiamo Israele alle Olimpiadi.

 

4 Settembre 1972. Monaco. Ore 20:30.

Abu Dawud sta riempendo otto borse sportive, decorate con i cerchi olimpici, con armi , bombe a mano, caricatori e calze di nylon utili per mascherare i volti. L’appuntamento con gli altri è poco dopo, in un piccolo ristorante vicino la stazione di Monaco. A parlare è sempre Dawud.

Faremo irruzione al villaggio Olimpico alle ore 4:00 della mattina. L’obiettivo principale è prelevare più ostaggi possibile lasciandoli in vita. Questi ultimi verranno utilizzati per lo scambio di prigionieri. Avrete un Kalashnikov, ma dovrete usarlo solo per difesa. Le bombe a mano serviranno solo per far pressione sulle autorità tedesche e come arma da utilizzare in casi estremi. Da questo momento in poi, consideratevi morti. Sarete ricordati come uccisi in combattimento per la causa palestinese.

Tutti i partecipanti seppero solo in quel momento quale fosse la missione a cui dovevano far parte. La Palestina è più importante di qualsiasi vita.

 

5 Settembre 1972. Monaco. Ore 4:00.

“Hey Man.. Where are you going?”

Quattro ragazzotti americani aiutano i guerriglieri palestinesi a scavalcare la recinzione del parco Olimpico eludendo, con molta facilità, la flebile sorveglianza situata all’interno dell’edificio. Gli atleti americani, ubriachi dopo una serata di eccessi, avevano confuso i palestinesi con degli atleti.

Dimenticarono solo un piccolo particolare: nessun paese di religione islamica era iscritto alla manifestazione. Un errore fatale che ritornerà nel proseguo della storia della nazione a stelle e strisce. Proprio in un giorno di Settembre. Il commando è all’interno dell’edificio, in prossimità delle camere degli atleti israeliani. Yossef Gutfreund, arbitro di lotta greco-romana, viene svegliato da un piccolo rumore e, conscio immediatamente della situazione, prova a gettarsi contro i palestinesi urlando ai suoi compagni di scappare.

Al riparo, correte!

Il suo compagno di stanza  riesce a fuggire dalla finestra. I sequestratori, dopo aver sopraffatto Gutfreund, riescono a radunare dieci atleti, tra cui Kehat Shorr. Weinberg, pesista, prova a ribellarsi strappandosi dalla morsa, un colpo di pistola gli trapassa la guancia da parte a parte. I terroristi superano la palazzina che ospita gli atleti che gareggiano nelle discipline di scherma e atletica leggera. Gli occupanti dell’appartamento erano stati svegliati dal colpo esploso ed erano accorsi a vedere cosa stesse succedendo.

In questo modo, il commando è in grado di prendere prigionieri David Berger, Yossef Romano, Mark Slavin, Ze’ev Friedman, Eliezer Halfin e un altro pesista: Gad Tsobari. Quest’ultimo decide di rischiare il tutto per tutto e imbocca la porta che comunica col garage sotterraneo fuggendo a zig zag e riparandosi dietro i piloni di sostegno. Un membro del commando spara diversi colpi in direzione di Tsobari, mancandolo di poco. Nella confusione di questo momento, Weinberg, benché ferito, con un pugno atterra un palestinese, facendogli saltare diversi denti e fratturandogli la mascella. Afferra il suo fucile, ma nella colluttazione è raggiunto da un colpo di arma da fuoco in pieno petto. Weinberg questa volta muore sul colpo. Ucciso. Tsobari riesce comunque a fuggire.

 

5 Settembre 1972. Monaco. Ore 6:30.

Help me, Help me!!!

Tsobari è riuscito a raggiungere una troupe televisiva e, in un pessimo inglese, cerca di spiegare l’accaduto. Il cameraman d’istinto volta l’inquadratura al balcone da cui ha visto precipitare l’atleta. Realizza una ripresa storica. Un guerrigliero palestinese, con passamontagna in testa, sta gettando il corpo esanime di Weinberg dal balcone. Un foglio di carta vicino al cadavere. Il sequestro è ufficialmente iniziato.

“Si richiede la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e dei terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion Andreas Baader e Ulrike Meinhof, detenuti in Germania. L’ordine deve essere eseguito entro le 9:00 del mattino. In caso contrario, verrà ucciso un ostaggio per ogni ora di ritardo e i cadaveri saranno gettati per strada.”

Alle 8:15 era in programma ai Giochi Olimpici una gara di equitazione che si svolse regolarmente.

I tedeschi assemblano un’unità di crisi composta dal capo della Polizia di Monaco, Manfred Schreiber, dal Ministro Federale degli Interni, Hans-Dietrich Genscher, e dal Ministro degli Interni della Baviera, Bruno Merk. Il Cancelliere Federale Willy Brandt contatta immediatamente il Primo Ministro israeliano, Golda Meir, per rendere note le richieste dei terroristi e cercare una soluzione al caso. La sua posizione è fermissima: nessuna concessione al ricatto dei terroristi. Questi ultimi erano al corrente sin dall’inizio della politica che Israele avrebbe perseguito, ma ciononostante estesero l’ultimatum alle 12:00.

Nessuna soluzione. Intanto l’Olimpiade continuava come se niente fosse successo.

 

6 Settembre 1972. Monaco. Ore 6:00

La nuova richiesta dei palestinesi arriva il giorno dopo, verso le 17.

Schreiber tiene in mano un pezzo di carta. Un comunissimo pezzo di carta. Lo accartoccia con forza lanciando più lontano possibile. All’interno l’ultima richiesta dei terroristi.

Vogliamo essere trasferiti assieme agli ostaggi al Cairo e da lì proseguire le trattative.

La polizia tedesca acconsente a quest’ultima richiesta. L’Olimpiade finalmente si ferma.

 

6  Settembre 1972. Monaco. Ore 12:30.

Il piano di Wolf prevedeva che i palestinesi con gli ostaggi venissero trasportati all’aeroporto su due elicotteri e che questi ultimi atterrassero a breve distanza dal Boeing 727. All’interno dell’aereo era stata posizionata una squadra della Polizia tedesca travestita con uniformi di volo della Lufthansa. All’esterno, intorno alla pista e sulla torre di controllo, erano posizionati cinque agenti con fucili di precisione che avrebbero dovuto uccidere i terroristi. Come rinforzi, il piano prevedeva l’utilizzo di un’ulteriore squadra di Polizia che sarebbe giunta sul posto a bordo di un altro elicottero e altre squadre a bordo di veicoli blindati.

Va tutto storto. Gli elicotteri non sono sincronizzati e all’esterno, intorno alla pista, non è stato posizionato niente. Tutto è nelle mani dei poliziotti all’interno dell’aereo.

Giunti al velivolo, i palestinesi lo trovano vuoto, è una trappola, mal congegnata. Un violento conflitto a fuoco. I terroristi non sparano ai poliziotti, bensì agli ostaggi. Moriranno tutti.

L’Olimpiade riprenderà con l’evento più importante. Una partita di basket. Anche questa sarà una guerra.

 

9 Settembre 1972, Monaco.

L’odore della polvere da sparo è ancora intenso. L’eco dei colpi di pistola rimbomba ancora nelle orecchie di chi ha vissuto quella tragedia troppo da vicino. Le immagini dei corpi massacrati, gettati alla mercé delle televisioni di tutto il mondo, sono ancora vivi negli occhi di chi ha seguito tutto davanti ad uno schermo.

Come un Altoforno di un impianto siderurgico, l’Olimpiade non può spegnersi. Il fuoco della fiaccola deve continuare ad ardere nonostante illumini sangue, cadaveri e sete di vendetta. Tutti i riflettori sono puntati sulla partita del secolo: la finale di Basket tra URSS e USA.

Gli americani sono rappresentati da una formazione di ragazzi giovani, si fonda su due giocatori cardine: Jones e Brewer. Due bocche da fuoco pronte a sparare, due cecchini infallibili con mani grandi e spalle robuste. Non hanno preparato la manifestazione con il massimo scrupolo, gli addetti ai lavori USA sono convinti che l’immenso talento avrà sicuramente la meglio. Per il momento l’esperienza è dalla loro parte. Hanno letteralmente asfaltato qualsiasi avversario abbiano incontrato sul loro percorso, compresa l’Italia, annientata in semifinale con uno scarto di trenta punti.

L’URSS ha invece una formazione molto ben organizzata. Tra le sue fila compaiono giocatori come Sergej e Aleksandr Belov che hanno lavorato, per un intero anno, in maniera mirata alla manifestazione. SakandelidzeKorkia e Žarmuchamedov completano il quintetto di una Nazionale che ha un solo obiettivo: sconfiggere gli odiati rivali americani. Sono un branco di lupi: astuti, combattivi e paurosamente letali.

La palla a due viene lanciata in aria in un frastuono incredibile. La Guerra Fredda si sta combattendo soprattutto su quel parquet. La partita è nettamente a favore della Nazionale Sovietica. Dopo pochi minuti il divario è nell’ordine dei sette punti e, non essendoci il tiro da tre, mantenere un divario dispari è di fondamentale importanza.

In meno di due quarti gli americani perdono Brewer per infortunio. Poco dopo Aleksandr Belov provoca Jones che viene espulso in seguito ad una reazione decisamente non conforme al regolamento. Gli USA sono alle corde, come mai nella loro storia. Il sostituto di Jones è quel Doug Collins che, all’inizio della nostra storia, tirava i liberi da solo in un playground della sua città. La Nazionale Sovietica è sempre davanti, ma gli Stati Uniti vogliono vendere cara la pelle.

Mancano una manciata di secondi alla fine. Il punteggio è di 49 a 48 per l’URSS. Palla in mano i sovietici, devono unicamente mantenere il possesso di quest’ultima fino alla fine della partita. Non esistono i ventiquattro secondi per il tiro, basta poco, mantenere il possesso per altri 5″. Belov dall’angolo riapre per Korkia, ma il passaggio viene intercettato da Collins che si invola verso canestro, viene letteralmente gettato a terra dal russo in rimonta. Due tiri liberi.

Si, proprio quei tiri liberi che sono sempre stati la croce del giovane Doug. Il ventenne va in lunetta dopo aver preso una colpo terrificante al volto. Realizza entrambi i canestri, gli USA sono in vantaggio per 50 a 49 a 3″ secondi dalla fine. I giocatori sovietici prendono immediatamente il pallone rigiocandolo velocemente, stanno per perderlo quando l’arbitro fischia un timeout richiesto con insistenza dalla panchina sovietica. Frastuono assordante, l’arbitro assegna loro un timeout richiesto mentre il pallone era già in gioco. Si riparte dopo venti secondi con 1″ sul cronometro.

Palla lanciata verso il canestro, neanche il ferro. I giocatori americani si abbracciano al centro del campo, ma la gioia viene strozzata in gola dall’intervento di William Jones, segretario della FIBA, l’organo di governo del basket internazionale. Jones ordina agli arbitri di far ripetere l’azione e di rimpostare il cronometro a 3″. Una volta chiamato il timeout il tempo non può scorrere, la palla va giocata dal momento in cui era uscita dal campo. Ovvero a 3″ secondi dal termine.

Gli USA minacciano di abbandonare la gara. Tutto inutile. Per la terza volta la palla viene rimessa da fondocampo. Edeshko, l’incaricato della rimessa, lancia un fendente direttamente dall’altra parte del campo, perfettamente tra le braccia di Aleksandr Belov che, con un finta, elude il marcatore avversario e deposita la palla nel canestro. L’URSS vince 51 a 50.

Gli USA fecero subito ricorso al Comitato Olimpico, convinti che la gara fosse viziata da palesi irregolarità. I giocatori rimasero sul campo, mentre gli spalti si svuotavano. L’appello venne rigettato per tre voti a due. A favore il giudice italiano e quello di Porto Rico. Votarono contro Cuba, Romania e Ungheria. Dopo 63 partite l’imbattibilità U.S.A finì quel giorno. Lo stesso giorno in cui le truppe a stelle e strisce si ritirarono dal Vietnam. Dopo due guerre l’imbattibilità USA finì quel giorno.

I giocatori americani decisero di non presentarsi alla premiazione. Anche quel podio deserto fu una prima volta olimpica. Dodici atleti, dodici medaglie d’argento custodite nel caveau di una banca di Losanna, che nessuno ritirerà mai.

 

3 Ottobre 1978. Leningrado, URSS.

Una flebile luce trapela tra le sbarre. L’ennesima goccia cade a terra in quella che ormai è una pozzanghera. Quel timido raggio di sole illumina la rete di un letto senza un materasso. Un topolino mangia con avidità in una ciotola piena di una brodaglia che nessuno è riuscito a mangiare. Intorno alla ciotola tracce di sangue. Il roditore sembra aver finito il lauto pasto e corre via passando velocemente dietro alla ciotola. Corre veloce svicolando sotto la rete del letto per poi passare sul corpo esanime di un uomo.

Un uomo ossuto, rivolto con il viso a terra, con braccia e gambe distese per tutta la loro enorme lunghezza. Il topolino corre veloce per percorrere gli ultimi due metri che lo separano dalla sua tana. Ora è in salvo. Così pensava anche l’uomo che giace privo di vita nella cella malfamata in un carcere di Leningrado, la sua città d’origine. Non è stato così. Aleksandr Belov è morto pochi minuti prima, a soli ventisei anni. Era in carcere per contrabbando di Jeans. Si, proprio Jeans Americani. La leggenda narra che a portarlo via fu un rarissimo angiosarcoma. Un tumore del cuore. Nessuna autopsia fu mai effettuata sul corpo di Belov. L’uomo che realizzò il canestro della storia.

La stessa storia che ha sempre dimostrato che, contro gli USA, non si esce mai vincitori.

In Occidente non esiste la cultura del perdente, solo l’esaltazione del vincitore. Ma è nella sconfitta che si manifesta la gloria dell’uomo.
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