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Paul Pierce, il discorso di introduzione nella Hall of Fame: “Grazie alle squadre che non mi hanno draftato”

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Uno dei discorsi più toccanti sentiti ieri notte per l’introduzione della classe 2021 nella Hall of Fame è stato quello di Paul Pierce. La leggenda dei Boston Celtics, che nell’ultimo periodo è stata molto chiacchierata per motivi che poco c’entrano col basket, ha ringraziato tutti: dai familiari, ai coach, ai compagni, con particolare attenzione per Kevin Garnett e Doc Rivers. Ma c’è stato spazio anche per frecciate “da Paul Pierce”, alle 9 squadre che non lo scelsero al Draft, e aneddoti sulla sua infanzia e sulla sua carriera.

Di seguito la traduzione del discorso integrale di The Truth, che sul palco è stato accompagnato proprio da KG:

Prima di tutto, sono onorato di essere qui stasera. Mai, nei miei più grandi sogni, avrei pensato che sarei diventato un Hall of Famer. Il sogno all’inizio, da bambino, è di arrivare in NBA. Non sogni così tanto da dire: voglio essere un Hall of Famer. Voglio iniziare ringraziando il comitato che mi ha scelto, lo apprezzo. Avete fatto la scelta giusta [ride, ndr]. Grazie a David Stern e Adam Silver. David, ho stretto migliaia di mani ma la tua stretta di mano è stata la migliore della mia vita.

Mia mamma non è potuta essere qui stasera. È ancora tra noi, ma sta invecchiando e non può viaggiare. Per prima cosa voglio dirti che ti voglio bene. So che hai passato tante notti insonni a causa mia e apprezzo ogni sacrificio che hai fatto, la tua dedizione e testardaggine che mi ha reso l’uomo che sono oggi. Voglio anche scusarmi per aver incendiato casa quando avevo 7 anni. Non ricordo di averlo mai fatto. Ma immagino che dio sapesse che ti avrei ripagata in qualche modo. Quindi sono grato di essere arrivato in NBA e averti comprato una casa nuova. Grazie, mamma. È una storia vera, davvero. Stavo giocando coi fiammiferi e la cosa che ricordo è che mi sono trovato davanti alla casa che bruciava. Tutti gli altri bambini del quartiere mi chiamavano piromane, non sapevo cosa volesse dire al tempo.

Ai miei fratelloni, Steve e Jamal. Steve, ti ringrazio per aver impostato l’asticella. È stato draftato dai San Francisco Giants, non tutti lo sanno, ma ha impostato l’asticella per tutta la famiglia. Ha giocato in Double A, Triple A e anche qualcosa in MLB. Mi ha dato un obiettivo, mi ha ispirato, qualcosa da raggiungere. Per questo voglio ringraziarlo. Coi miei fratelli non siamo realmente cresciuti insieme. Abbiamo 7 e 9 anni di differenza, quindi se ne andarono di casa quando ero ancora molto piccolo. Voglio ringraziarti Jamal, per la domanda che mi facevi sempre. Mi chiedevi: “Vuoi essere bravo o vuoi essere grande?”. Io rispondevo che volevo essere grande, ho mantenuto questo mindset per tutta la carriera e mi ha aiutato a tenermi concentrato. Quindi grazie per quelle parole e per avermi trasmesso queste cose.

Non ho avuto un padre, mio zio Mike è stata la mia figura paterna. Lo ringrazio per esserci sempre stato. Uno dei momenti più importanti della mia vita è quando ha costruito un campetto in giardino, permettendomi di allenarmi ogni giorno. Mi ricordo quando andasti in garage, tirasti fuori tutti gli scatoloni alla ricerca di un ferro che poi appendesti. Non avevo la retina, ma avevo un canestro col quale tirare. Ti ringrazio per questo e per essere stato la mia figura paterna.

A Pat Roy, il mio allenatore al liceo. P-Roy, so che sei qui stasera, ricordo quando in terza superiore giocavamo 1vs1, mi battevi sempre ma poi una volta riuscii a vincere. Quella volta mi dissi: “Puoi arrivare in NBA”. A quel punto della mia vita non ci pensavo nemmeno, volevo solo andare al college. Centrasti il punto, mi facesti credere che potevo davvero arrivare in NBA. Il resto è storia, ti ringrazio, l’ho apprezzato molto. Grazie, coach.

A Scott Collins, un poliziotto locale di Inglewood. È stato un mentore per me, veniva con me in palestra alle 6 di mattina, mi apriva la palestra. Si allenava con me, e faceva da mentore anche per tutti gli altri ragazzini del quartiere. Tagliava i capelli a chi non aveva i soldi per andare dal barbiere, apriva la palestra a tutti prima che lui andasse a lavorare. Lo ringrazio per essere stato un’influenza positiva su di me. Penso sia importante per i ragazzi avere influenze positive come la sua, specialmente quando crescono in quartieri infestati dalle gang e dalla droga. È importante avere persone del genere. Quindi Scott grazie per avermi tenuto lontano dalla strada. Giocai anche per lui a pallavolo, nella PAL, la Police Athletic League, non so se la conoscete. Giocavamo a pallavolo, a baseball, non solo a basket. Ci teneva occupati. Non dimenticherò mai quei calzini dei Lakers che mi regalasti. Ero un tifoso dei Lakers, mi ricordo che li indossai per una settimana di fila, è stato di ispirazione.

J-Crow, il mio migliore amico. Siamo cresciuti insieme, grazie per essere stato anche tu un’influenza positiva. Avremmo potuto entrare in una gang e vivere la vita di strada, ma abbiamo scelto una via diversa. Anche se non eri in alto nei ranking dei college, penso che ci siamo sempre spinti a vicenda. Non avevamo allenatori personali come avviene oggi. Ci svegliavamo alle 6 del mattino, andavamo a correre sulle dune di sabbia, andavamo in palestra a mezzanotte. Ci motivavamo a vicenda ad essere grandi. Sei passato dall’essere un ragazzo che non veniva reclutato ad avere una carriera da pro di 12 anni oltreoceano. Abbiamo fatto il massimo, abbiamo fatto il massimo!

A Roy Williams, il mio coach al college: grazie per avermi insegnato il gioco del basket. Arrivai come McDonald’s All-American a Kansas, pensavo di sapere tutto. In realtà venne fuori che non sapevo poi così tanto, a dire la verità non sapevo nemmeno come uscire da un dannato blocco. Ho capito che eri il coach perfetto per me quando venisti alla partita Inglewood contro Compton, in una palestra stracolma, ed eri l’unico bianco in quella palestra. Pensai: “Darò tutto per lui, darò tutto!”. Sapevo che eri il mio coach, grazie per essere sempre stato onesto con me. Tutti gli altri allenatori che provavano a reclutarmi mi promettevano di partire in quintetto, ma tu mi promisi un’educazione. Mi dissi: “Non so se partirai in quintetto”, e lì capii che potevo credere in te.

Uscendo dal college ero uno dei migliori prospetti d’America, proiettato verso una delle prime due scelte assolute. Quindi voglio ringraziare i Clippers, i Vancouver Grizzlies, i Denver Nuggets, i Toronto Raptors, i Golden State Warriors, i Dallas Mavericks, i Sacramento Kings, i Philadelphia 76ers e i Milwaukee Bucks. Le nove squadre che non mi hanno scelto. Grazie per avermi passato e aver aggiunto benzina al mio fuoco. Voglio ringraziare Rick Pitino, il coach di Boston al tempo, e Lester Connor per avermi draftato. Ancora oggi non capisco come abbia fatto a scendere fino alla numero 10. Ero in forma, segnavo, correvo… Come ho fatto a scendere fino alla 10? Ma sapete, ogni cosa accade per una ragione. Sono andato ai Celtics, quindi sono grato. Grazie per aver creduto in me, onestamente pensavo che Danny Ainge mi avrebbe ceduto. Ad un certo puntò iniziò a scambiare tutti, cedette Antoine [Walker, ndr] e pensai: ok, ora tocca a me. Ma siamo rimasti insieme, siamo passati per momenti molto duri. Ci ho messo 10 anni per portarvi questo ragazzo qui [guarda Kevin Garnett al suo fianco, ndr]. Ve lo dissi nel 2006: se prendiamo Garnett, vinciamo. Parlammo spesso di chi doveva andare da chi. Se io dovevo andare a Minnesota, o lui venire a Boston. Sapete com’è finita.

Doc [Rivers, ndr], non posso mentire. Non abbiamo iniziato col piede giusto. So che volevi scambiarmi anche tu, lo so. Ero abituato a fare le cose a modo mio, non mi stava bene che qualcuno mi dicesse cosa dovessi fare. Ma quando iniziai davvero ad ascoltarti e a capire le tue critiche, lì diventai grande. Fu lì che capii anche che eri un coach per i giocatori [player’s coach, ndr]. Era ad un allenamento, avevo fatto serata, avevamo una partita quel giorno e stavamo provando degli schemi. In uno di essi, dovevo tagliare a canestro. Partita l’azione, caddi in ginocchio. Doc mi disse: “Ehi Paul, che succede? Vieni qui”. Cercai di coprire l’alito, sapevo che si sentiva. Ma lui mi mandò a casa: “Preparati per questa sera”. Lo ringraziai e corsi via, segnai 30 punti quella sera e vincemmo la partita.

A tutti i miei compagni, sono stati tantissimi e non posso nominarli tutti, ma li voglio ringraziare. Ovviamente KG, tu sei stato quello più influente su di me. Voglio anche scusarmi con te per quella volta, quando eravamo ragazzi, che a Las Vegas saltai giù da un taxi sul quale stavamo viaggiando e scappai via senza pagare. Scusami per essere stato una cattiva influenza su un ragazzo di campagna quella volta. Non mi sono mai scusato per quella storia, spero tu capisca: non avevamo molti soldi al tempo… Ma ad ogni modo, ti voglio bene.

A Derek e Tony, grazie per aver salvato la mia vita. So che sapete di cosa parlo. Nel 2001 fui accoltellato 11 volte, loro mi portarono all’ospedale. Quell’esperienza mi svegliò, realizzai quanto preziosa sia la vita. Senza loro due probabilmente oggi non sarei qui. Alla fine giocai 82 partite quella stagione, non ci fu nessun… Come lo chiamate? Ah, load management. Non volevo saperne, volevo giocare 82 partite. Apprezzo la vita molto di più da quando ho avuto quell’incidente. Al mio agente Jeff Schwartz: quando ti incontrai avevi solo due clienti. E guarda dove sei oggi: in cima al mondo. Prego, prego!

Voglio anche confessare la mia gratitudine alle madri dei miei figli, che sono qui oggi. Vi apprezzo. Ai miei figli: Priyana, Jazzy, Prince, Soleil. Tre femmine, un maschio. Ricordo che una volta Ray Allen, quando avevo due femmine e il maschio, mi disse: “Ehi, se ti servisse un maschio io ci sono”. Penso che lui abbiamo tipo quattro o cinque figli maschi. E se tu avessi bisogno di una femmina, fammi uno squillo [ride, ndr]. Le ultime parole di questo discorso sono per i miei figli. Non dubitate mai di essere validi e potenti, di meritare ogni occasione del mondo per perseguire e raggiungere i vostri sogni. Ricordate: fallite veramente solo quando smettete di provare. Non dimenticate che, nonostante tutto ciò che possiate attraversare, vi amerò sempre.

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