Esclusiva BU – Peppe Sindoni: “Fitipaldo? Contentissimo di averlo ceduto. Siamo pronti per una coppa europea”

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BasketUniverso ha intervistato in esclusiva il miglior generale manager della stagione 2016-2017, a detta di tutti gli addetti ai lavori: Giuseppe Sindoni di Capo d’Orlando.

Il figlio del patron orlandino è ancora un ragazzo molto giovane, ha solo 28 anni (ne deve compiere 29 a settembre), ma è ormai da molte stagioni ai massimi livelli del basket nazionale con la sua Betaland, con la quale ha scoperto tantissimi campioni che hanno fatto le fortune di Capo d’Orlando e di altre squadre, italiane ed europee: si è partiti con Tyrus McGee, strepitoso anche a Cremona e Venezia, si è passati per Ryan Boatright e poi è arrivata la ciliegina sulla torta, quel Bruno Fitipaldo per il quale Ergin Ataman ha fatto carte false pur di averlo subito nel suo Galatasaray.

Questa è la prima parte dell’intervista, la seconda uscirà nei prossimi giorni e si parlerà principalmente di regolamenti e dell’andamento del movimento basket in Italia.

www.orlandinabasket.it
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Partiamo da quest’estate e, in particolare, dalle possibili conferme/ritiri di Basile e Nicevic: quanto hanno influenzato il vostro mercato sulla ricerca degli italiani?

E’ una domanda molto interessante. Sostanzialmente a Capo d’Orlando proviamo una forma di grande rispetto nei confronti dei nostri veterani, soprattutto se sono il “Baso” (Gianluca Basile n.d.r.) e Sandro (Nicevic n.d.r.). Purtroppo però questo non si incastra sempre nel migliore dei modi con le dinamiche di mercato perché è giustissimo porsi nei confronti di due leggende come loro con l’atteggiamento “scegliete quando volete, fate come volete”: da una parte è dovuto da parte nostra ma, dall’altra, ti complica il lavoro, appunto. Basile sin da giugno è stato molto carino nei miei confronti perché mi ha detto di costruire la squadra senza contare su di lui, quindi di fare le mosse di mercato a prescindere dalla sua presenza o meno; mentre con Nicevic è stato diverso perché lui ha titubato molto di più e si era anche iniziato a parlare di un possibile ruolo all’interno della società, ma poi, fortunatamente, ha deciso di continuare a giocare e mi ha fatto un favore perché ha risolto un problema iniziale di quest’estate: trovare un cambio dei lunghi italiano e, come ben sappiamo, non ce ne sono molti in giro.

 

Parlando sempre di atleti “nostrani”, c’è un giocatore che ha brillato più di tutti: Antonio Iannuzzi. Perché avete scelto proprio Iannuzzi e non Francesco Pellegrino, che aveva già giocato a Capo d’Orlando e che era in prova insieme all’ex Omegna?

In questo caso la presenza di Gennaro Di Carlo è stata davvero fondamentale. Ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare con lui già negli ultimi sei mesi della stagione passata e lì ho potuto conoscerlo meglio, dal punto di vista cestistico. Gennaro, a differenza di altri allenatori, ama i giocatori che sanno giocare a pallacanestro: sembra una cosa scontata ma non lo è affatto, soprattutto se si parla di italiani. Solitamente quando si va sul mercato per inserire atleti nostrani, si cercano “portatori d’acqua”: sparring partners che sanno qual è il loro compito nel roster e che non sono propensi a lamentele, nonostante stiano sul parquet una manciata di minuti a partita. Di Carlo, invece, è in controtendenza perché lui, anche nella ricerca degli italiani, vuole talento, vuole gente che sappia giocare e Antonio Iannuzzi fa parte di questa categoria. Lo seguivamo da un po’ e abbiamo deciso di chiamarlo qui per provarlo per qualche giorno: il coach gli ha spiegato le sue idee, cioè la possibilità di utilizzarlo anche da ala forte e non solo da centro di riserva, e così Antonio ha deciso di accettare questa sfida. Dopo più di un girone posso dire che siamo tutti contenti: noi per i risultati e lui per le sue prestazioni e per i tanti minuti di utilizzo, complice anche l’infortunio di Nicevic.

 

Dopodiché ti sei spostato sul mercato degli stranieri e hai deciso di riportare a casa due vecchie conoscenze paladine come Drake Diener e Dominique Archie. Soprattutto l’americano di Fond du Lac era una bella scommessa, vista la sua ultima stagione in Spagna: non avevi paura che, se si fossero ripresentati i suoi problemi fisici, la stagione della tua Betaland non sarebbe finita in gloria ma in tragedia, e per tragedia si intende la retrocessione?

diener orlandina

Le scelte che facciamo, per necessità economiche e non per masochismo, molto spesso sono dei rischi, e il nostro lavoro sta proprio nel valutare quanto siano reali questi ultimi, quanto siano potenzialmente catastrofici, e poi correrli. Naturalmente prima di metterlo sotto contratto abbiamo preso le dovute informazioni sulle condizioni fisiche di Drake Diener e, sinceramente, non abbiamo nemmeno pensato ad un possibile riacutizzarsi della sua malattia perché, da quello che sappiamo, la componente mentale è molto importante. Noi eravamo certi che a Capo d’Orlando avrebbe trovato la giusta serenità e tranquillità, quella che serve ad un campione come lui, ma che difficilmente avrebbe trovato da qualche altra parte a livello di Serie A, esclusa la Sicilia. Abbiamo pensato che tutte queste componenti emotive lo avrebbero agevolato a stare bene di testa e, di conseguenza, anche fisicamente. E finora così è stato.

 

Indubbiamente il vero colpo di mercato di tutta la Serie A, e non solo di Capo d’Orlando, è stato Bruno Fitipaldo. Raccontaci tutto su questa operazione: come l’hai scoperto, dove e perché un giocatore uruguaiano che gioca in Argentina pensavi potesse diventare un fattore così importante in uno dei 7-8 campionati più importanti al mondo?

Anzitutto non ho scoperto nessuno perché stiamo parlando del capitano di una Nazionale che gioca i campionati sudamericani, che quindi tutti gli addetti ai lavori conoscevano, tant’è che io lo seguivo da addirittura tre anni. Onestamente non era facile ipotizzare che dal campionato argentino alla Serie A addirittura elevasse le sue cifre, questo sinceramente mai me lo sarei aspettato ed è la cosa che forse mi ha maggiormente sbalordito. Comunque nella sua stessa società è transitato un giocatore come Marcos Delia, che ora è in Spagna, a Murcia, dove sta facendo bene, e ha giocato anche le Olimpiadi con l’Argentina: quindi il campionato argentino non è affatto scarso come tutti quanti noi crediamo. Io, in tutte le interviste che mi hanno fatto in pre-stagione, ho sempre fermamente detto che Bruno Fitipaldo sarebbe stato la rivelazione del campionato perché ero davvero consapevole di aver messo le mani su un giocatore veramente forte. Detto tutto questo, non mi sarei mai aspettato quest’impatto e sicuramente non avrei mai potuto immaginare, nemmeno nei miei sogni migliori, che si sarebbe potuto trasformare in un giocatore da Eurolega in solo tre mesi e mezzo a Capo d’Orlando!

 

Poi è arrivata la sua cessione al Galatasaray. Non voglio sapere le cifre perché è da maleducati chiederlo: ma era un’offerta così irrinunciabile oppure ci sono state pressioni anche da parte del ragazzo per giocare in Eurolega? Cosa avresti fatto al suo posto?

Io al suo posto sarei andato perché avrei fatto queste considerazioni: sono un uomo di un metro e 82, sto avendo una stagione fantastica, forse irripetibile, pur essendo la prima che faccio in Europa, e il mercato durante l’anno è diverso da quello in estate, quindi non è detto che una squadra di Eurolega che ti vuole a dicembre poi ti ricerchi a giugno-luglio, con dinamiche completamente diverse. Inoltre Fitipaldo va per i 26 anni, non dico che non sia giovane, ma non è nemmeno più un rookie: è nel pieno della sua carriera e deve saper cogliere l’attimo. Per quanto riguarda l’Orlandina invece, sicuramente la volontà del giocatore di partire è stata forte e questo ha inciso nell’operazione ma io stesso sono stato felicissimo di cederlo e vi dirò il perché. L’offerta non era irrinunciabile, non stiamo parlando di cifre che cambiano le prospettive del club. Chiaro, aiutano, ti permettono di programmare la stagione prossima con qualche mese di anticipo ma, di per sé, continueremo ad avere quel budget che abbiamo sempre avuto. Detto ciò, a livello “aziendale” per noi è stata un’occasione irripetibile come esempio chiaro di come dobbiamo operare: trovare giocatori bravi, valorizzarli e prepararli per il livello successivo, e ci offre la possibilità di mostrarlo ai giocatori che vestiranno in futuro la nostra maglia. Se firmi per Capo d’Orlando, poi puoi passare direttamente in Eurolega, perché Terrell McIntyre è passato da noi prima di andare in Serie A ed al top europeo, ma Fitipaldo ha fatto il salto diretto, senza dover aspettare delle stagioni e cambiare più maglie. Sostanzialmente sono contentissimo perché questo trasferimento ci ha permesso di metterci sulla mappa del basket di un certo livello.

 

Sostituirlo non era facile ma l’hai fatto egregiamente con un ragazzo che gli appassionati di Lega Adriatica conoscevano già bene e sul quale non avevano dubbi: Nikola Ivanovic. Ecco, tutti quanti noi ci saremmo aspettati un colpo americano, alla Boatright per intenderci, invece hai optato per un comunitario: come mai questa scelta? Nella tua testa hai già idea di inserire un USA in qualche altra posizione?

fitipaldo orlandinaPartiamo dal presupposto che quando andiamo sul mercato raramente pensiamo di andare su una certa nazionalità: c’è un buco, c’è una possibilità, ci piace Ivanovic, andiamo su Ivanovic, ma non stiamo a pensare se uno è americano o è serbo o altro. Solitamente è facile parlare di un europeo come di un giocatore di sistema, mentre di un americano come di un solista, di uno che ha bisogno di prendere tantissimi tiri e di segnare molto, e tendenzialmente è così. Boatright l’anno scorso è arrivato in un momento completamente diverso per noi: avevamo molti infortunati, giocavamo male, avevamo una squadra che segnava 60 punti di media, sfiduciata, che aveva paura di non salvarsi, e quindi abbiamo pensato di aggiungere un elettroshock che risvegliasse anche i compagni. Poi, anche lì, il suo impatto è stato impensabile: mai ci saremmo potuti aspettare che riuscisse in così poco tempo a mettere insieme quelle cifre, però la nostra idea era quella. La nostra situazione di un anno fa è paragonabile a quella di Cremona oggi: la Vanoli ha deciso di puntare su uno come Darius Johnson-Odom, che non è il mio prototipo di giocatore ideale ma che probabilmente avrei provato a prendere anch’io se fossi stato in quella stessa situazione, perché è un assoluto talento, che ti sa far vincere le partite, e che aiuta per la salvezza. Tornando ad Ivanovic, come abbiamo detto, è un giocatore che ha fatto parecchio bene in Lega Adriatica e che ero certo avrebbe parlato la stessa lingua dei compagni, non solo fuori dal campo ma anche sul parquet di gioco. E comunque pensavamo potesse sostituire Fitipaldo nella maniera adeguata perché è un playmaker vero, ma allo stesso tempo a livello realizzativo è un fattore, non dobbiamo dimenticarci che l’uruguayano, oltre ad essere un fantastico passatore, era anche la punta di diamante del nostro attacco, tirava con il 50% da tre e non andava mai sotto i 12-14 punti.

 

Terminiamo il discorso mercato parlando di Tommaso Laquinatana: si è a lungo vociferato di un suo possibile approdo a Brescia, vista la possibilità di usare Stojanovic da playmaker, come avete fatto nel periodo in cui mancava il sostituto di Fitipaldo; poi tu e Gennaro Di Carlo avete avuto un confronto con lui e l’avete convinto a rimanere: è andata proprio così?

Non è andata proprio così: nessuno ha convinto nessuno e nessuno ha voluto convincere nessuno. Durante la stagione ci sono momenti in cui qualche giocatore non è pienamente contento del proprio utilizzo e del proprio minutaggio e questo è capitato a Tommy (Laquinatana n.d.r.). Se c’è un consiglio che posso dare ad un giovane playmaker di 21 anni che gioca da più di un anno e mezzo quasi 20 minuti di media in una squadra di Serie A, che ora è quinta in classifica, è che, se vuole continuare a crescere, dovrà saper imparare a gestire quei momenti in cui troverà delle difficoltà tecniche; credo che la differenza tra i giocatori normali e quelli bravi veramente sia questa: la resistenza mentale quando la stagione non sta andando come tu vorresti.

 

Non ti chiedo quanto sia stata la gioia a Capo d’Orlando nell’aver centrato le Final Eight perché posso solo immaginarlo, ma quali sono i vostri obiettivi a Rimini? Iniziate con Reggio Emilia, forse l’avversario migliore da affrontare in questo momento, visto il momento di crisi e di infortunati. Realisticamente quante possibilità avete di alzare il trofeo, dato che obiettivamente non partite favoriti?

Quando affronti una competizione di questo tipo, fatta su tre partite secche, è giusto che vada a Rimini per vincere la partita contro Reggio Emilia, poi quella dopo, e quella dopo ancora. Molto spesso si fanno delle dichiarazioni sulla Coppa Italia, specialmente in Italia, da “6 politico”, per non risultare spocchiosi, ma nessuno inizia una coppa con la volontà di perdere: partiamo tutti agguerriti e poi vince chi è più forte. Non capisco perché non dovremmo provare a vincere: siamo stati bravi a conquistarci questo jolly, ce lo siamo meritati, anche bene, quindi è giusto che si vada a Rimini con l’idea di vincere il più possibile! E’ vero che Reggio Emilia non è in un grande momento perché ha parecchi infortunati, ma mancano ancora due settimane e la situazione per loro può solo migliorare. Però devo dire che sarei anche contento di incontrare la Grissin Bon al completo, vogliamo dimostrare di essere in quella posizione di classifica perché ce lo meritiamo; abbiamo giocato un pessimo match in Emilia ai primi di dicembre, non abbiamo nemmeno perso di tantissimo, però abbiamo espresso una pallacanestro di basso livello, e quindi vogliamo rifarci e dimostrare che anche contro uno squadrone come Reggio possiamo giocarcela. Insomma, andiamo lì per batterli!

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L’unica nota negativa di questa stagione dell’Orlandina è l’andamento in trasferta: avete vinto 8 partite su 9 disputate in casa (perdendo solo contro Milano), ma siete 1-8 in trasferta. Cosa manca a questa Betaland per fare punti anche lontano dal PalaFantozzi?

Credo che onestamente abbiamo costruito una squadra con delle caratteristiche spiccate: ci passiamo la palla, giochiamo una buona pallacanestro, abbiamo gente con un QI cestistico mediamente alto, ma abbiamo anche, di conseguenza, dei difetti: non siamo particolarmente atletici e, in generale, non siamo fisici. La mancanza di questi elementi di certo non ti aiuta fuori casa perché siamo primi per tiri segnati da tre punti, ma nelle ultime posizioni per quanto riguarda i rimbalzi catturati e abbiamo un differenziale tra PalaFantozzi e altri palazzetti impressionante. L’attacco produce più o meno lo stesso risultato, mentre è la difesa che è un po’ carente. Quindi paghiamo sicuramente in parte com’è stato allestito il roster, ma va bene così, perché uno dei nostri obiettivi era proprio rifare del nostro palazzetto un vero fortino: spesso si dice che l’arena di Capo d’Orlando è calda, ma noi ci siamo salvati due anni di fila chiudendo 7-8 al PalaFantozzi, inammissibile, ecco perché abbiamo costruito una squadra che facesse almeno una decina di vittorie in casa. In trasferta ci sono state delle partite che abbiamo giocato bene, come Caserta e Pesaro, ma che abbiamo perso; non dimentichiamoci però che all’andata abbiamo giocato a Reggio Emilia, Avellino e Venezia, e siamo già stati nel girone di ritorno a Milano: quelli sono campi dove già in precampionato parti con l’idea di poter fare 0-4.

 

Qualora doveste riuscire a qualificarvi per una competizione europea, qualunque essa sia, vi partecipereste oppure rifiutereste, come ha fatto la Vanoli Cremona quest’anno?

Questo è stato un tema che abbiamo affrontato spesso con giocatori che sono passati da qui o che sono qui, e che hanno esperienze passate in competizioni internazionali. Noi saremmo assolutamente pronti. Spesso si ha l’idea in Italia che le coppe europee vogliano solo dire perdita di risorse, perdita di concentrazione nei confronti del campionato, necessità di fare roster molto più lunghi e costosi; questo onestamente succede solo da noi perché, se si va a vedere nei Balcani, ci sono squadre con i nostri stessi budget, se non inferiori, che praticamente giocano un giorni sì ed un giorno no, e riescono comunque ad andare avanti e fare bene nella propria Lega. Noi siamo naturalmente consapevoli che l’aspetto geografico ci penalizzi molto perché siamo distanti due ore dall’aeroporto di Palermo e due da quello di Catania, quindi comunque sappiamo che questo sarebbe un disagio, però, senza cambiare nulla nella nostra mentalità, ci giocheremmo la competizione da Capo d’Orlando, senza montarci la testa.

 

Ringraziamo ancora Giuseppe Sindoni e l’Orlandina per l’intervista concessaci.

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