Problemi di riposo e come risolverli

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E’ sicuramente il tema più acceso in questo finale di Regular Season e ogni giorno arriva un parere  più o meno autorevole a riguardo: stiamo parlando di quello che è stato definito a tutti gli effetti un dilemma per la NBA, il “rest problem”.

 

rockets-warriors-bask_inte1Il dibattito sul riposo concesso sistematicamente ai migliori giocatori delle squadre dirette verso i playoff è stato lanciato in pasto ai media dopo la scorsa Golden State-San Antonio giocata senza stelle, e la successiva trasferta losangelina dei Cavs senza i propri Big Three. Sono intervenuti in molti, dai coach che propongono una sforbiciata al numero delle partite, alle vecchie stelle che in sintesi esprimono il concetto “se ce l’abbiamo fatta noi ai nostri tempi coi nostri mezzi, anche questi giovani devono giocare e tacere” (parole di “The Mailman” Karl Malone), fino ai giocatori di oggi che chiedono pietà per i propri ingranaggi logori. Il commissioner Adam Silver è entrato a gamba tesa sull’argomento, affermando che verranno presi duri provvedimenti per le squadre che faranno riposare i propri top player senza preavviso.

Ognuno dal proprio punto di vista ha una parte di ragione: il commissioner si trova ad avere a che fare con le lamentele di chi ha comprato (a peso d’oro) il biglietto per la partita, per poi trovarsi quintetti come Barnes-Looney-Pachulia-Livingston-McCaw. Senza parlare dei network, principale fonte di guadagno con oltre due miliardi di dollari annui in diritti televisivi (l’ultimo accordo collettivo parla di 24 miliardi in 9 anni), che si trova a passare in diretta nazionale, il sabato sera in prime time, una partita che sembra il remake cestistico del capolavoro “Le Riserve” con Keanu Reeves e Gene Hackman. Il punto di vista di più facile comprensione umana è quello degli allenatori, i quali cercano di tenere le proprie carte più coperte possibile in vista dei playoff ed evitare ogni possibile intoppo fisico in questa fase delicata della stagione, per non vedere sfumare in un lampo un anno intero di lavoro a causa di un tendine che saluta. Qui però il lato sentimentale e umano lascia il tempo che trova, dato che siamo nella Lega più ricca del pianeta e i giocatori sono tutti professionisti con assegni annuali a sei zeri. It’s business, baby.

Da contraltare, allo stesso business non farebbe certamente bene una serie playoff con tutti gli occhi della Terra addosso incapace di far scendere in campo i migliori giocatori di basket a causa di fastidi fisici. Sicuramente i biglietti andrebbero a ruba lo stesso, ma delle Finals con LeBron e Irving fuori per problemi alla schiena o Durant e Curry in infermeria a curare le ginocchia avrebbe lo stesso impatto mediatico?

 

Soluzione? Una nuova espansione

Fatto il quadro generale, ecco una considerazione: con il numero di partite che non può venire ridotto (accordi commerciali su tutto il globo, orari di gioco più disparati per consentire visibilità ovunque alle diverse fasce di fuso) si potrebbero abbassare le partite per singola squadra, dando sfogo ad una nuova espansione. Seattle brama una squadra da 9 anni, quando i SuperSonics si trasferirono a OKC per dare vita ai Thunder. Vancouver dopo l’addio dei Grizzlies si è dedicata anima e corpo all’hockey, vero sport nazionale canadese, ma avrebbe tutte le carte in regola per ospitare nuovamente la palla a spicchi. Per non parlare di San Diego, Las Vegas, Tampa e perché no, un’apertura oltre confine con Città del Messico che da anni ospita almeno una partita dei Global Games.

 

Come fare tecnicamente a ridurre le partite?

Al momento il quadro che si prospetta per ogni franchigia NBA alle porte dell’ultima settimana di ottobre è il seguente:

Il calendario completo dei Cavs: tante (troppe?) caselline piene
Il calendario completo dei Cavs: tante (troppe?) caselline piene

– 4 match con le 4 squadre della propria Division (16 partite);
– 4 match con 6 squadre (24 partite) delle altre due Division della propria Conference;
– 3 match con le altre 4 squadre (12 partite) delle altre due Division della propria Conference;
– 2 match con le squadre dell’altra Conference (30 partite);
Per un totale diviso equamente tra partite in casa e in trasferta di 82 partite.

E’ subito evidente anche per chi non è abituato al classico girone all’italiana che ci sia un numero esagerato di partite e le possibilità di ritaglio dei bordi sono molteplici.

Con un allargamento razionale (2/3 squadre per Conference) si avrebbero Division da 6 squadre e 36 team complessivi. Così facendo, e abbassando gli incontri a semplice andata e ritorno, quantomeno infra-Conference si otterrebbe un nuovo totale di:

– 4 match con le 5 squadre della propria Division (20 partite);
– 2 match con 7 squadre (14 partite) delle altre due Division della propria Conference;
– 2 match con le squadre dell’altra Conference (30 partite);
Per un totale diviso equamente tra partite in casa e in trasferta di 64 partite.

In questo modo si avrebbero dunque 64 gare di regular season per ogni franghigia, divise nell’arco dei canonici 170 giorni per una media di circa tre partite a settimana e quindi la possibilità definitiva di eliminare i back-to-back. Le squadre non avrebbero più bisogno di far riposare le proprie stelle, anche perchè ogni partita avrebbe una maggiore valenza per la classifica finale.

Complessivamente si andrebbe dalle 1230 partite da dare in pasto ai media attuali a 1152, ma si sbarcherebbe in nuovi mercati, si manterrebbe la felicità delle televisioni (se non addirittura aumentandola) e si garantirebbe ai giocatori maggiore riposo abbassando l’impatto di ben 18 partite a squadra. Un taglio troppo radicale? Instaurando 3 incontri infra-Conference il numero di incontri per squadra salirebbe a 71, con un complessivo di 1270 partite di regular season per soddisfare tutte le FoxSports locali di turno.

Per quanto riguarda i playoff, al momento la NBA manda in post season 16 squadre su 30: molto democratica ma poco meritocratica considerando che oltre la metà delle squadre ottiene il pass. Un allargamento in tal senso non precluderebbe la competitività del campionato.

Sicuramente il tema è scottante e nelle alte stanze dei bottoni di New York uno degli argomenti sul tavolo è come trovare una soluzione a questa situazione: il 6 aprile si terrà una riunione del board presieduto da Adam Silver, il quale porterà avanti la sua politica minacciosa nei confronti dei proprietari. Si prospettano multe sempre più salate e tempi di preavviso dilatati, ma questa sarebbe solo una soluzione tampone a breve. Come lo è il decreto che dovrebbe essere approvato il prossimo 12 aprile, secondo il quale si dovrebbe procedere al taglio di una settimana di preseason e il conseguente anticipo di 7 giorni per l’avvio della stagione regolare, abbassando il numero di back-to-back. Tutto ciò però è solo un agire sui sintomi, senza arrivare alla fonte della malattia: le squadre nel momento decisivo della stagione continuerebbero a preservare le proprie stelle, pagando volentieri le sanzioni in cambio dell’integrità dei propri giocatori.

Qualche statistica sullo schedule di Cleveland mostrato prima: da ottobre ad aprile massimo 8 giorni consecutivi a “casa” per LeBron e soci

 

Dove andare quindi? Si parte da Seattle

russellwilson_sonicsQuando si parla di espansione e si guarda la cartina degli USA, la prima bandierina da piantare che viene in mente è sicuramente la capitale dello stato di Washington. Come si diceva in precedenza, la ferita è ancora aperta nella città dello Space Needle dall’addio patito nel 2008, per un popolo che vivrebbe di basket e che lo dimostra ogni anno con manifestazioni in merito al ritorno del professionismo. Recentemente la possibilità di una nuova vita dei Sonics era tornata di attualità, con una cordata di imprenditori pronti a sfruttare le incertezze di Sacramento. I Kings però sono alla fine rimasti al loro posto, al caldo della California, ed il progetto di spostamento di 752 miglia a Nord è stato accantonato in soffitta. I concittadini di Bill Gates, che già fremevano da tempo, hanno avuto una nuova fitta al cuore vedendo passare definitivamente anche questo treno. Eppure il desiderio di palla a spicchi non si è mai sopito: la costruzione di una nuova arena a SoDo è già in cantiere, per avvicinarsi alla nuova area degli eventi, in particolare il CenturyLink Field, casa del football americano targato Seahawks. Proprio da una delle squadre più in auge del momento in tutto il panorama NFL arriva uno dei principali sponsor per un nuovo inizio cestistico: il quarterback Russel Wilson si è detto pronto a scendere in campo attivamente per questo progetto, assieme all’amministrazione locale e ad una cordata di hedge fund già ben definita e pronta a piazzare il colpo, gli stessi che misero il capitale a disposizione nel 2012 con Sacramento. Insomma, a Seattle hanno già apparecchiato la tavola e sono pronti ad unirsi di nuovo alla grande abbuffata NBA: quando gli si prospetterà l’occasione non si faranno trovare impreparati.

 

Ancora California?

In uno degli stati più popolosi (e più ricchi) d’America la presenza dello sport professionistico di certo non manca, ma ci sono due posti che ancora bramano una parte di gloria. Partendo da San Diego, l’ultimo baluardo statunitense prima della frontiera con il Messico e il paradiso della perdizione Tijuana, dove si sta vivendo un nuovo boom economico.
Il turismo è al massimo livello storico e un ambizioso progetto dell’amministrazione comunale prevede di ristrutturare tutta Downtown e il vecchio distretto del porto entro il 2018. E, provate a indovinare, in cantiere c’è anche la costruzione di una nuova arena. San Diego non vede la palla a spicchi rimbalzare su un parquet in città dal 1984, quando i Clippers levarono le tende per trasferirsi a Los Angeles. In precedenza avevano visto i natali qui anche i Rockets, poi anahem-royals-logopassati all’odierna versione Houstoniana. I tempi sarebbero maturi per un ritorno della NBA in quella che è l’unica città nella Top 10 americana per
numero di abitanti senza una franchigia
. Anche Anaheim non starebbe a guardare: la sede del più famoso Disney World ha già nel suo bouquet una squadra di NHL (i Ducks) e una di MLB (gli Angels dal 2005). Proprio il basket è il prossimo obiettivo, come confermato dalla corsa all’ormai nota posizione di Sacramento nel 2012, quando venne proposto addirittura già il nuovo nome e logo: gli Anaheim Royals.

 

La grande scommessa

In un eventuale allargamento NBA la capitale mondiale del gioco d’azzardo non rimarrebbe certamente seduta in panchina. Nel mezzo del deserto del Nevada sanno come comportarsi in casi del genere, e proprio dalla prossima stagione sbarcherà a Las Vegas la NHL sfruttando l’espansione del disco su ghiaccio. Anche il football è in dirittura d’arrivo, con gli Oakland Riders che hanno ufficializzato il proprio passaggio a “Sin City” non appena sarà completato il nuovo stadio da 65’000 posti ora in costruzione. Manca giusto il basket, con una pressione costante in questa direzione a partire dall’All Star Game del 2007, anche per redimere questa pagina di sport.

 

E tante altre soluzioni

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L’ Arena de Ciudad de Mexico durante Charlotte-Orlando

Come anticipato le alternative non mancherebbero entro in confini nazionali, da Columbus a Austin, passando per Tucson, Nashville e Jacksonville, ma le opzioni più interessanti sarebbero ben viste fuori confine. Detto in precedenza di Vancouver, anche Città del Messico darebbe prospettive interessanti. In quella che è l’odierna e moderna Arena de Ciudad de Mexico (ultimata nel 2012) sono state ospitate partite fra squadre NBA fin dal 1992, con un numero superiore a qualsiasi altra location esterna a Stati Uniti e Canada. L’esuberante patron dei Mavs Mark Cuban si è schierato più volte a favore di una franchigia oltre il confine meridionale, per sfruttare questo mercato che tende ad emulare sempre più il vicino a stelle e strisce. Il governatore di Città del Messico proprio in occasione della recente sfida tra Dallas e Phoenix ha affermato di essere pronto a qualsiasi cosa pur di portare una squadra qui, in un Paese dove il movimento cestistico sta crescendo a dismisura.

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